A sud dell’abitato di Meduno, in provincia di Pordenone, a 295 metri sul livello del mare, si trova un insediamento frequentato in un periodo compreso tra l’Eneolitico e il Bronzo Antico, individuato negli anni ’90 del secolo scorso grazie ai ritrovamenti sulla superficie dei campi arati di alcuni manufatti in pietra scheggiata e frammenti ceramici attribuiti alle prime età dei metalli.
L’area su cui si trova il sito appartiene a una serie di terrazzi fluviali che caratterizzano lo sbocco della valle del Meduna e sono stati creati dall’attività del torrente tra il Pleistocene e l’Olocene iniziale, attraverso il sollevamento tettonico e l’alternanza di fasi glaciali fredde e interglaciali calde attuatasi durante il Quaternario; in particolare durante l’acme dell’ultima glaciazione, tra circa 30.000 e 18.500 anni cal BP, quando nel bacino del Meduna erano presenti estese lingue glaciali che alimentavano il sistema fluviale con le loro acque di fusione e con un carico sedimentario notevolmente più abbondante di quello attuale. Su queste terrazze la mancanza di sedimentazione ha permesso di individuare facilmente le strutture archeologiche, ma ha anche esposto i resti antichi alle attività di piante, animali e alle arature, compromettendone la conservazione.
Durante gli scavi sistematici furono riconosciute numerose strutture sepolte, alcune disturbate da attività di aratura e piccole frane, contenenti resti archeologici, intonaco, carboni, resti ossei combusti e ceramiche. Oltre alle fosse e ai pozzetti indagati nella parte meridionale del terrazzo, è visibile un terrapieno difensivo a nord di queste strutture che copre una superficie di circa 115 metri di lunghezza e 6-7 metri di larghezza: è formato da terreno limoso a cui succedono dei potenziamenti costituiti da grossi massi, forse raccolti dal limite occidentale del sito o dall’alveo del fiume Meduna. Il manufatto all’esterno aveva un fossato dal profilo troncoconico profondo oltre 2 metri.
Nel corso delle ricerche nel sito di Meduno-Sach di Sotto sono stati rinvenuti 583 frammenti di concotto, prodotto con materia prima locale, in prevalenza di dimensioni ridotte, che hanno reso molto difficile l’attribuzione a particolari funzioni, salvo alcune stesure pertinenti a piani di cottura. I materiali litici non scheggiati rinvenuti si presentavano frammentari e di difficile interpretazione, ad esclusione di alcuni manufatti in arenaria che testimoniavano attività di molitura e alcune asce. I pochi manufatti utilizzati, 20 in totale, sono associati alla lavorazione di materiali morbidi come i cereali e altri tipi di piante erbacee; il trattamento della materia animale è testimoniato da alcune punte di freccia con tracce di impatto e dalla lavorazione della pelle. L’industria litica in selce è discretamente conservata e mostra in una buona parte del record alterazioni termiche: questi caratteri lasciano supporre che il sito avesse carattere abitativo e che intorno ai focolari si svolgesse un’intensa attività antropica. Interessante è anche il ritrovamento di un acciarino all’interno di una struttura.
Dalle campionature dei riempimenti delle strutture sono emersi, oltre a numerosi carboni di legna, semi combusti e frammenti di aspetto scoriaceo, in parte forse riferibili a preparati alimentari: tra le specie determinate troviamo quercia, nocciolo, faggio, carpino bianco, carpinella, pino, ontano, corniolo, salice, olmo, acero, tiglio e frassino. L’abbondanza della quercia documenta una prevalenza di un querceto misto. Le pomoidee, i noccioli e i cornioli, piante amanti della luce, suggeriscono l’esistenza di numerose radure aperte. La legna di queste specie è un combustibile di qualità più elevata e i rami e i polloni flessibili si possono impiegare per fabbricare graticci e per cesteria. Questi arbusti sono anche utili per costituire siepi fitte a protezione dei campi e produrre frutti eduli. I resti carpologici sono per la maggior parte combusti e rivelano che venivano coltivati l’orzo, il farro e il farricello, anche se la dieta era integrata con le risorse naturali raccolte nel bosco. Tra i reperti faunistici rinvenuti – molto frammentati – sono presenti in maggior quantità i caprovini, seguiti dai bovini, dal maiale e dal cervo.
La produzione vascolare proveniente dalle strutture più antiche, costituita da numerosi frammenti con orlo svasato e bordo ispessito esternamente ornato da impressioni a triangolo campito da linee oblique, rimanda ai complessi della vicina Slovenia e a quelli più orientali della regione. Per quanto riguarda la ceramica ritrovata nella struttura più recente, la scodella inornata e gli oggetti con incisioni al margine o con una piccola ansa impostata all’orlo trovano confronti in Friuli e nei siti sloveni riferibili alla “facies” Somogyvàr-Vinkovci. Le datazioni al radiocarbonio disponibili mostrano due momenti distinti: la data che proviene dalle falde del terrapieno è vicina a una di quelle ricavate dalle strutture del terrazzo, tra il 3498 e il 3096 a.C., mentre quella ottenuta da un carbone rinvenuto in uno strato del fossato esterno al terrapieno si colloca tra il 4038 e il 3793 a.C., corrispondente a una fase tardoneolitica.

Alice Massarenti
Nata a Mirandola, in provincia di Modena, classe ’84, si è laureata in Archeologia e storia dell’arte del vicino oriente antico e in Quaternario, Preistoria e Archeologia con una tesi in Evoluzione degli insiemi faunistici del Quaternario. Ha un’ossessione per i fossili e una famiglia che importuna costantemente con i racconti delle sue ricerche sul campo.