ArteLetteraturaPrimo PianoIl tintore medievale: l’origine di un mestiere disprezzato

Anna D’Agostino Anna D’Agostino23 Settembre 2020
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Fra gli antichi mestieri ormai scomparsi si annovera certamente quello del tintore. Un’attività rilevante per l’industria tessile dell’Occidente medievale che suscitò fin dall’antichità diffidenza e disprezzo. In particolare, nell’Europa medievale cristiana la repulsione per coloro che praticavano l’arte della tintoria fu ancora più forte, manifestata sia nella prassi che nell’immaginario. Per spiegarne il motivo bisogna innanzitutto partire dal lessico, essendo la parola il miglior modo per tramandare significati e ideologie.

Del tignere il pagonazzo di chermisi, dal Trattato dell’arte della seta, cap. 24 c. 19v, fig.17

Come ha analizzato Michel Pastoureau nel suo saggio intitolato Medioevo simbolico, in latino classico vi erano due parole che designavano la professione del tintore: tintor e infector. Quest’ultima, che derivava direttamente dal verbo inficere (impregnare, tingere, ricoprire), assunse una connotazione negativa, indicante non più il maestro artigiano ma i suoi collaboratori che pulivano le vasche dei colori; in seguito la parola divenne talmente peggiorativa che non fu più usata. Il verbo inficere non significava solo tingere ma anche sporcare, corrompere, alterare; il suo participio passato, infectus, acquistò l’accezione di fetido, malato, contagioso e il sostantivo infectio, che in latino classico indicava la tintura, espresse l’idea di sporcizia, sudiciume, fetore. Gli autori cristiani accostarono la sonorità di queste parole al termine Infernum. Nell’immaginario comune, infatti, il laboratorio del tintore medievale era un luogo inospitale, in cui regnava un’atmosfera lurida e nauseabonda; per la presenza di vasche e bollitori nonché per le misteriose operazioni che vi si svolgevano questo luogo era, quindi, accostato all’inferno. Nulla di positivo per questi umili artigiani.

Del tignere di tané, dal Trattato dell’arte della seta, cap. 30 cc 22r -22v, fig. 21.

Questa evoluzione lessicale, che sottolineava in tal modo l’avversione verso le attività di tintura, lasciò la sua scia nelle lingue romanze e in quelle germaniche. Le parole francesi teindre (tingere) e feindre (fingere) furono accomunate e si caricarono di un’idea negativa, ponendosi sotto il segno della frode e della menzogna; il tintore finì così per diventare colui che finge, dissimula, imbroglia. A testimonianza di ciò, fra XIV e XV secolo era in usanza l’espressione “teindre sa couleur” – oggi si direbbe “retourner sa veste” – che in italiano si traduce con “voltare gabbana”, girare il proprio abito. Come l’abito o l’opinione, il colore viene mutato e gli addetti a tingere – e quindi a mutare il colore degli abiti – erano proprio i tintori, considerati dunque persone sleali, alla stregua dei traditori. Un’altra associazione negativa si riscontra questa volta in lingua inglese: si tratta dell’omofonia delle parole to dye (tingere) e to lie (morire). La tintoria, dunque, fu considerata un’attività sospetta, associata alla sporcizia e all’inganno se non addirittura alla morte.

I tintori non furono visti di buon occhio anche perché erano considerati degli artigiani litigiosi; le motivazioni sono da ritrovarsi nei conflitti che li opposero ad altre categorie professionali quali quelle dei tessitori e dei conciatori. Nelle città in cui si fabbricavano tessuti di lana, i tintori erano numerosi, organizzati tramite dei rigidi regolamenti e detenevano il monopolio delle attività di tintura. I tessitori – però – pur non avendo il diritto di tingere, lo facevano ugualmente e da ciò scaturivano liti e processi. Talvolta, le autorità municipali o signorili diedero il diritto ai tessitori di tingere i tessuti di lana con un colore poco alla moda o con una materia colorante poco usata dai tintori. Inulte parlare della collera di questi ultimi.

I conflitti non finiscono qui: i tintori ebbero a che fare anche con i conciatori, artigiani malvisti in quanto lavoravano a partire da carcasse di animali. I loro contrasti vertevano sull’acqua del fiume: entrambi ne necessitavano per esercitare il proprio mestiere ma, quando i tintori la sporcavano con i loro colori, i conciatori non la potevano utilizzare per lasciare a macerare le pelli e, al contrario, quando questi ultimi riversano nel fiume le acque sporche di concia, i primi non potevano più servirsene. Per regolamentare ciò furono presi dei provvedimenti in cui molto spesso questi artigiani – sia tintori che conciatori – furono fatti stabilire fuori città, in quanto tali mestieri – oltre ai litigi – producevano sporcizia e si servivano di sostanze nocive al corpo umano, tentando così di non compromettere la salute dei cittadini.

L’acqua del fiume fu oggetto di disputa anche fra gli stessi tintori. Nelle città laniere i mestieri della tintoria erano rigidamente separati secondo la materia tessile (lana, lino, seta, cotone) e secondo i colori. Era vietato tingere una determinata stoffa o utilizzare una specifica gamma di colori senza avere la licenza. Se si era tintori di blu non si poteva quindi tingere di rosso. I diverbi nascevano quando i tintori sporcavano le acque del fiume con un pigmento e gli altri colleghi non avrebbero potuto usufruirne prima di un certo tempo. Quello del tintore era un mestiere talmente specializzato che addirittura per uno stesso colore si distinguevano secondo la materia colorante che avevano il diritto di usare: ad esempio, tra il 1300 e il 1400 a Milano, tra i tintori di rosso vi erano quelli che usavano il chermes, la robbia o la cocciniglia. Questi erano sottoposti a imposte e controlli differenti, non utilizzavano le stesse tecniche né si rivolgevano alla stessa clientela. All’origine di queste rigide specializzazioni vi è l’avversione per le mescolanze, derivante dalla cultura biblica: chi mescolava e amalgamava, infrangeva l’ordine della natura creata da Dio. Ne consegue che coloro che svolgevano tali pratiche (speziali, alchimisti, fabbri, tintori) destavano timore e sospetto perché ingannavano con la materia. I tintori cercarono di ovviare il problema giustapponendo due colori per ottenerne un terzo, evitando così di mescolare veramente.

I tintori, come si è detto, non ebbero vita facile; per loro fu difficile elevarsi nella gerarchia sociale. Solamente a Venezia essi furono rispettati e proprio in questa città poterono formare un’arte maggiore. Altrove, invece, la situazione era ben differente: essi appartenevano alla classe degli artigiani meno considerati e furono esclusi dalla vita politica e dalle cariche pubbliche, non ebbero neanche il diritto di organizzarsi in una “corporazione”, quelle associazioni nate proprio nel Medioevo per tutelare e regolamentare le attività appartenenti a un’unica categoria professionale. A Firenze essi dipendevano dall’arte di Calimala ed erano divisi in tre gruppi: quelli che lavoravano i tessuti di lana fabbricati nella città medicea, quelli che lavoravano tessuti di lana importati e quelli che lavoravano le più pregiate stoffe di seta. Tali restrizioni, sommate ai conflitti con i mercanti di panni di lana e con gli altri mestieri dell’industria tessile, diedero vita – durante la rivolta dei ciompi avvenuta nel 1378 – all’arte dei Tintori che ebbe però vita breve in quanto fu soppressa nel 1382, a seguito della ripresa del potere da parte di mercanti e banchieri.

Stemma dell’Arte dei Tintori con il pillo e il mazzapicchio incrociati, due strumenti che servivano per spingere i tessuti nelle conche piene di tintura. Fonte della foto: Wikipedia, autore Sailko, licenza cc-by-sa 

Peggio se la passavano quei tintori di alcune città del sud della penisola (come Salerno, Brindisi e Trani) o di alcune città spagnole e francesi che – oltre a svolgere questa sfortunata professione – erano anche ebrei, circostanza che aggiungeva al quadro una marginalità sociale e religiosa. I tintori europei tentarono di correggere questa immagine negativa che ormai li segnava da molto tempo mettendosi sotto l’insegna protettiva di San Maurizio; lo scelsero come protettore per via della sua pelle nera (in quanto era di origine copta, ma per l’immaginario medievale tale colore si doveva piuttosto al suo nome: il passaggio da Mautirius a maurus – nero – era breve).

Questi artigiani si posero, inoltre, sotto un’insegna ancora più preziosa: quella di Cristo. Essi, sottolineando l’episodio della Trasfigurazione (nel quale Cristo si mostra ai discepoli non più con i suoi abiti terreni ma in tutta la sua gloria divina «con il viso brillante come il sole e gli abiti bianchi come neve»), videro in questi mutamenti di colore la giustificazione della loro attività. Presero, inoltre, a modello anche un altro episodio della vita di Cristo, narrato dai Vangeli Apocrifi e riguardante la sua infanzia. L’episodio racconta l’apprendistato di Gesù presso la bottega di un tintore di Tiberiade, il quale dopo avergli spiegato le caratteristiche di ciascun pigmento, gli assegnò il compito di tingere alcune preziose stoffe di diversi colori ma il Bambino le immerse tutte nella stessa vasca con il colore blu. A seguito della collera del maestro, Gesù reimmerse ogni stoffa nella vasca e le tirò fuori ognuna con il colore desiderato. Questo mestiere, quindi, permise a Cristo di fare miracoli. Ciò non fu sufficiente a far mutare la negativa fama che questi artigiani ebbero. Per registrare un significativo cambiamento bisognerà attendere il XVIII secolo con l’avvento della chimica industriale che produsse i colori sintetici e che segnò l’inizio di una nuova relazione tra l’uomo e il colore e la scomparsa di questo umile mestiere.

Anna D’Agostino

Anna D’Agostino

Classe '93, laureata in Storia dell'Arte con una tesi in Museologia sull'arredamento dell'Ambasciata d'Italia a Varsavia dalla quale è scaturita una pubblicazione in italiano e polacco. Prosegue la ricerca inerente l'arredamento delle Ambasciate d'Italia nel mondo grazie a una collaborazione con la DGABAP del Mibact. É iscritta al Master biennale di II livello "Esperti nelle Attività di Valutazione e di Tutela del Patrimonio Culturale". Inoltre lavora per H501 srl.