«Amleto è un ragazzo con la meningite che sogna e ha delle apparizioni». Questa frase appare scritta a penna e in corsivo in una teca digitale interattiva all’interno di una mostra ospitata nel labirintico e a tratti spettrale Castel dell’Ovo di Napoli, la grande fortezza sul mare concepita per difendere la città dagli attacchi nemici e, secondo leggenda, tomba della Sirena Partenope. In questo luogo già visitato da molti demoni della storia, si è svolta la mostra Le Stanze di Tato Russo. Gli anni del coraggio, curata da Giulio Baffi, Marialuisa Firpo e Gabriella Grizzuti, realizzata dal Teatro Bellini con la Regione Campania e il Comune di Napoli, in collaborazione con la Scabec, che ha chiuso i battenti lo scorso 28 luglio.
Nel 1984, tra le mura del Castello, Tato Russo – regista, drammaturgo, poeta, musicista, talento multiforme della scena drammatica nazionale – realizzò uno spettacolare evento sulla storia della Piedigrotta Napoletana, con l’aiuto di 450 persone tra artisti e tecnici. Un percorso che lasciò il segno nella storia del teatro napoletano e che molti ancora ricordano. Oggi il Castello è di nuovo e ancora il luogo di Tato, della sua poetica, della sua umanità.
Il genio artistico di Tato è parte della storia del teatro italiano, per il suo contributo in termini sia artistici che istituzionali: basti pensare al suo ruolo di Direttore Artistico del Teatro Bellini di Napoli per ventuno anni, del Teatro Comunale di Viterbo per dodici, di Consigliere del Teatro di Roma per cinque e di vicepresidente del Consorzio Teatro Campania per venti. Analogamente il suo ruolo di poeta, pensatore e intellettuale è elemento assodato della nostra storia. Ma quello che accade nelle segrete del Castello è una narrazione di segno diverso: qui non siamo di fronte all’imponente storia di un personaggio artistico e pubblico, colto nella sua secolarità. Siamo piuttosto alle soglie di una fantasmagorica rivisitazione dell’effetto che la sua opera ha prodotto in termini emozionali. Ciò che questo particolare allestimento mette in gioco fa venire alla mente l’idea dell’immagine che resta impressa sulla retina, che non è necessariamente corrispondente al dato sensibile quanto piuttosto al suo fantasma.
Le Stanze di Tato trasmette l’idea di una rappresentazione di Russo che ha del formidabile: in questa mostra non si entra in contatto con la sua opera quanto con la sua percezione insieme con la metafora di cui il Maestro si è evidentemente fatto veicolo. Il protagonista dell’esposizione non è Tato Russo, ma l’immagine che di lui resta imbrigliata nella retina del tempo. Nei fatti, la mostra è una minuziosa costellazione di oggetti di scena, costumi, taccuini, ricordi, disegni, fotografie, bozzetti, locandine, articoli, maschere e installazioni multimediali. È impossibile individuare un percorso, e già questo è un dato di rilievo. Esiste, è vero, una suddivisione in stanze e in temi (L’uomo, Il teatro, Il sognatore) ma la struttura itinerante priva di tragitti preordinati permette che si vada semplicemente a zonzo nel cuore e nell’opera dell’artista con la libertà di sostare, ripetere, allontanarsi, tornare, saltellare da una stanza all’altra. Ciascun visitatore farà, assisterà, ascolterà, presterà attenzione ad alcune cose, non ad altre, inseguendo un’idea o vagando senza meta, assecondando l’istinto o guidato da poche righe marcatamente impressionistiche.
Ma i visitatori possono anche fare esperienza del perfezionismo ingegneristico delle imponenti scenografie, ricostruite con preziosa maestria dagli allievi dell’Accademia di Belle Arti, intercettati da un’immagine luminosa, costruttiva, solida del percorso del Maestro. Si può intercettare il Tato poeta, critico amante della polemica e della provocazione. O ci si può imbattere nella bellezza pacifica, nella potenza e perfino nell’allegria dei Musical, o nella riproposizione della tradizione, nella rivisitazione dell’antichità classica. La verità documentale, la testimonianza scritta, l’oggetto sono qui riuniti non per raccontare l’opera e la poetica del Maestro, ma per provocare il decollo verso un’esperienza percettiva metafisica, sensoriale, inorganica e plurale.

Francesca Liguoro
Lavora da vent'anni in ambito teatrale: comunicazione, promozione e marketing presso enti, fondazioni, teatri, compagnie. Al timone un'impostazione narrativa, una messa in racconto del singolo artista o dello spettacolo, della stagione teatrale o del progetto futuro. Comunicare è raccontare una buona storia.