LetteraturaPrimo PianoIl “sapore di uomo” nelle pagine di Marziale

Avatar Monica Di Martino22 Agosto 2019
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Sui giri di valzer cui stiamo assistendo negli ultimi periodi, stando a quanto ci raccontano i quotidiani mezzi di informazione, è difficile talvolta mantenere o trovare una certa stabilità, una ferma posizione. Nel bailamme generale, tuttavia, abbiamo un’ottima alternativa, un’arma che risulta essere sempre vincente per meglio affrontare e sciogliere le tensioni: la satira, la sana e vecchia satira che, fin dall’antichità, si avvale dell’ironia, del sarcasmo, dell’umorismo e del comico per descrivere la realtà che ci circonda e canzonarla. Questo genere, tipico della letteratura latina, che non trova corrispondenze in quella greca, pone in evidenza fin dall’etimologia le sue caratteristiche: complessità di temi e spirito mordace. Da Ennio a Lucilio, da Orazio a Persio fino a Giovenale, la satira ha sempre attirato un forte interesse ed è stata utilizzata secondo modalità disparate: per attacchi personali, per mettere gli avversari in ridicolo, per ragioni morali, per attaccare spietatamente la corruzione del presente; elevando via via il tono e lo stile rispetto a quello medio, più dimesso. Tale pratica spesso attira gli strali di chi se ne ritiene bersaglio; eppure, è un diritto garantito dalla Costituzione!

Per molti versi affine alla satira, la produzione epigrammatica caratterizzata da una grande consapevolezza critica è senz’altro quella di Marziale. Spagnolo di nascita si trasferisce a Roma per esercitare la sua attività come “cliente”, alla ricerca della protezione di qualche mecenate. Non per niente la sua produzione è volta spesso a far elogi ai vari imperatori del momento: da Tito a Domiziano. Egli si distingue principalmente per l’identificazione della realtà con i comportamenti umani, trattando con arguzia i mores dei suoi contemporanei e, al contrario dei suoi predecessori, non si propone di correggere e suggerire soluzioni alternative alla corruzione dell’umanità; non vi è alcun intento moralistico nella sua produzione ma unicamente quello di intrattenere piacevolmente il lettore sfociando, spesso, anche nel volgare e dichiaratamente osceno, con inevitabili ripercussioni sul linguaggio e l’adozione di termini grossolani. Tutto ciò delinea una direzione specifica verso l’adesione al reale, al quotidiano, sebbene egli stesso specifichi una netta separazione tra vita e poesia, così come verso il rifiuto all’attacco personale, concentrandosi piuttosto sulla “culpa” piuttosto che contro in colpevole: parcere personis, dicere de vitiis. Fin dalle prime raccolte, nel Liber de spectaculis, Marziale coglie un aspetto importante della quotidianità di Roma: il divertimento e il gioco; la stessa attenzione è rivolta agli oggetti di uso quotidiano, animali e schiavi che, in Apophoreta, vengono analizzati nelle loro caratteristiche più disparate. Ma l’opera più matura è rappresentata dai 12 libri di Epigrammi dove riprende, per l’aggressività, Catullo, così come del passato riprende la tecnica di concentrare il comico nella parte finale, che a volte riassume il senso dell’intero del componimento, e l’uso delle enumerazioni, tese ad esasperare certe caratteristiche dei personaggi. Qui il reale viene reinterpretato da Marziale facendone scaturire gli aspetti comici, con uno sguardo particolare alle tematiche più semplici ed insistendo soprattutto sugli aspetti brutti e miseri e chiudendo con una conclusione ironica. Il suo tono beffardo prende di mira anche intere categorie di lavoratori e abitudini tipicamente romane. La sua abilità sta proprio nella capacità di cogliere, con raffinata abilità, il ridicolo dell’esistenza umana. Quanto ne avrebbe, ancor oggi, di lavoro!

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Monica Di Martino

Laureata in Lettere e laureanda in Filosofia, insegna Italiano negli Istituti di Istruzione Secondaria. Interessata a tutto ciò che "illumina" la mente, ama dedicarsi a questa "curiosa attività" che è la scrittura. Approda al giornalismo dopo un periodo speso nell'editoria.