LetteraturaPrimo Piano“Il sangue della strega”, uno sguardo sulla superstizione popolare ottocentesca

Lucia Cambria9 Marzo 2020
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Bisettimanale prima, settimanale in seguito, L’illustrazione popolare vide la luce per la prima volta il 7 novembre 1869. Rivista di cronaca, arte, urbanistica, scienza, costumi e letteratura, era edita a Milano dalla casa editrice Fratelli Treves. La maggior parte dei testi contenuti nei numeri del giornale erano contemporanei all’epoca di pubblicazione, in quanto erano tratti da romanzi da poco editi, come David Copperfield di Charles Dickens, uscito a puntate.

Sul numero pubblicato il 23 agosto del 1885 apparve, sotto il titolo Superstizioni popolari, una storiella, non si sa se reale o meno, riguardante una famiglia che, in seguito a dei problemi di salute del figlio, si affidò ai rimedi di un “mago”. Di seguito, il testo tratto dalla rivista.

IL SANGUE DELLA STREGA

Ci scrivono da Orsago (Veneto):

Vive nel nostro paese, da qualche tempo, una famigliuola, composta di quattro o cinque persone. Di questa, un figlio, sui vent’anni forse e robusto, come sogliono esserei giovani campagnuoli a questa età, lavora, credo, a Milano, e col danaro che ricava rende meno pesante la vita ai suoi cari.

Tutto è sorriso in questa casa, forti speranze fanno vedere un avvenire beato!… Ohimè!… le notizie che si attendevano ogni mese cominciano a mancare: i genitori s’impensieriscono, temono qualche sventura, e non s’ingannano. La lettera desiderata a lungo arriva; ma non giungono le parole che suonano tanto liete all’orecchio dei parenti, le parole che sa mandare un figlio lontano dal paese natio e a cui salute e fortuna non mancano. Lo sventurato giovanotto, colpito da malattia agli occhi, ha perduta la vista, si raccomanda alle preghiere di tutti, al vecchio padre perché gli interceda una benedizione del parroco di ***. Si fa quanto egli desidera. Un’altra lettera, anziché mitigare il dolore dei genitori lo accresce. Il figlio peggiora, e questa volta dice loro di ricorrere per la sua guarigione al solito mago, un uomo famoso in questi paesetti, che vive alle spalle dei minchioni e superstiziosi e che a detta di tutti guarisce ogni male fuorché quello della morte.

E ci si crede!…

Il padre, accompagnato dalla figlia, giovine ardita di maschia figura, s’incammina alla volta di quell’uomo prodigioso, che passa i giorni ritirato fra l’erbe e fiori medicinali, studiando nuovi metodi per ingannare la povera gente. Ai piedi d’una collinetta s’alza la sua capanna, folti alberi velano ai raggi del sole d’entrarvi. I nostri semplicioni, trafelati, vi giungono e su antica sedia occupato in profondi studi scorgono il volpone. Si scambiano i saluti. Il padre dà la parola alla figlia, siccome la più eloquente, la quale non si fa pregare, e racconta per filo e per segno come sia il fatto. E il mago risponde:

– Tutto ciò, che mi diceste, io lo sapea, da più di mezz’ora v’attendeva, e buon per voi che giungeste a tempo. Guardate, – e in così dire indicava un punto nero nella parete, – se fossero passati ancora sei minuti, inutile sarebbe stata la mia scienza: vostro figlio sarebbe morto. Il rimedio lo tengo con me, ma, intendiamoci bene, potete voi sostenere la spesa?

Con un cenno del capo il padre afferma.

– Ebbene, – continua il furbo, quasi sibilla romana, – una donna che viveva, or sono pochi anni sotto il vostro stesso tetto invidiosa della vostra fortuna vi ha maledetto il figlio, e la maledizione ebbe i suoi tristi effetti, perché quella donna è una strega. Occorre un sacrificio, e grande, ci vuole sparsa almeno almeno qualche goccia di sangue, e deve essere sangue della strega. Eseguite quanto vi ho detto, e a vostro figlio sarà ridonata la vista.

Di questo rimedio quale sia stato il prezzo non l’ho potuto sapere. Coll’ira e la disperazione ritornati al paese, senza por tempo in mezzo si dirigono alla casa di quella buona donna, che secondo il mago era stata la causa di tanta sventura, e quivi la figlia armata non so se di coltello o di un grosso spillo, afferratola pei capelli, tenta far scorrere del sangue, e sarebbe riuscita se alle grida della donna non vi fosse accorsa della gente. Ora che scrivo, un po’ per la paura, un po’ per la vergogna, quella misera donna se non è del tutto impazzita, poco meno.

 

La pratica qui descritta è quella che rispecchia l’antica superstizione secondo la quale le “malìe”, ovvero le maledizioni, vengono eliminate facendo cadere a terra il sangue di chi ha lanciato l’incantesimo. Questa storia documenta una tendenza ancora particolarmente marcata, alla fine del XIX secolo, di affidarsi alla potente suggestione delle credenze popolari: dove la fede religiosa non è sufficiente, subentra il ricorso alla magia.

Lucia Cambria

Siciliana, laureata in Lingue e letterature straniere e in Lingue moderne, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi, nel 2020 ha trasposto in italiano per Arbor Sapientiae il romanzo "L’ultimo uomo" di Mary Shelley.