CinemaPrimo PianoIl ritorno a casa di Woody Allen: “Un giorno di pioggia a New York”

Nadia Pannone Nadia Pannone13 Dicembre 2019
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«Capitolo primo. “Adorava New York. La idolatrava smisuratamente…” Ah no, è meglio “la mitizzava smisuratamente”, ecco. “Per lui, in qualunque stagione, questa era ancora una città che esisteva in bianco e nero e pulsava dei grandi motivi di George Gershwin…” No, aspetta, ci sono: “New York era la sua città, e lo sarebbe sempre stata”». Si apriva con una dichiarazione d’amore Manhattan (1979), che nel titolo stesso celava la devozione di Woody Allen verso la sua città natale, culla di vizi e virtù e protagonista indiscussa del suo cinema e della sua vita. Dopo quarant’anni esatti, il regista torna a palesare la sua adorazione sin dal titolo Un giorno di pioggia a New York (A Rainy Day in New York, 2019), preannunciando e ottemperando un ritorno alle origini.

È la New York delle strade e dei café, dei pianobar e delle bische clandestine – possibilmente piovosa – quella che Gatsby (Timothée Chalamet) desidera mostrare alla sua fidanzata Ashleigh (Elle Fanning), incaricata dal giornale universitario di intervistare il celebre regista Roland Pollard (Liev Schreiber). Ma l’esuberante Ashleigh, figlia dell’assolata Arizona, sembra più interessata al lato “glamour” della città, e la serie di circostanze che terranno separati i due fidanzati nel giorno che avevano progettato di passare insieme, non faranno altro che indirizzarli verso il proprio antitetico spazio vitale.

Come Allen ci ha abituati sin dalle prime pellicole, che non lo vedevano come attore protagonista, è automatico scorgere nei personaggi di Un giorno di pioggia a New York una proiezione – nel bene e nel male – dello stesso regista. Gatsby Welles, che reca già nel nome altisonanti aspettative, vive in un conflitto continuo tra la sua idea di cultura come valore aggiunto nella ricerca di una bellezza autentica e quella professata dal mondo alto-borghese da cui proviene; per cui la letteratura, l’arte e il cinema non sono altro che tappe obbligatorie nel raggiungimento di uno stile di vita forzatamente intellettuale. Lo stesso Gatsby è un prodotto preconfezionato dalle regole ferree del conformismo borghese: per quanto cerchi di sfuggire dal dominio materno – temporeggiando nella scelta di una professione e frequentando i luoghi del “demi-monde”, alla stregua di un Holden del XXI secolo – non riesce a rinunciare agli agi derivanti dal suo lignaggio. Ma d’altronde, tramite una rivelazione a sorpresa e perfettamente verosimile, Allen sembra non essere intenzionato a fare alcun tipo di morale: basterà proiettare lo sguardo un po’ più avanti – o dietro – per rendersi conto che Gatsby e sua madre non sono poi così diversi.

Allo stesso modo, è impossibile giudicare Ashleigh – ulteriore alter ego del regista – che nel suo singhiozzo isterico racchiude le tanto amate nevrosi alleniane. Pronta a mettere da parte il suo fidanzato per rincorrere un mondo per molto tempo idealizzato, si troverà di fronte al lato più insulso che si cela dietro i grandi artisti: il famoso regista è un lunatico in piena crisi esistenziale, il geniale sceneggiatore (Jude Law) è alle prese con i suoi problemi matrimoniali e l’affascinante attore (Diego Luna) pensa solo al sesso. Tutti e tre, in modi diversi, si approfitteranno dell’ingenuità della giovane e bella Ashleigh, alludendo con provocante ironia a quel sistema insidioso che è Hollywood, dove non c’è posto per l’innocenza.

I desideri, le passioni e i tormenti di due ventenni raccontati da un ottantenne che, tramite il loro sguardo, quasi ritorna un ragazzino e riesce perfettamente nell’intento di conferire freschezza a motivi che si ripropongono all’interno del suo cinema da ormai mezzo secolo, proprio perché in grado di rendere vivo e credibile quel sentimento nostalgico del passato e quella ricerca della bellezza delle cose perdute che il presente non può eguagliare. Si avvertono, allora, gli echi di Midnight in Paris (2011) che condivide diversi aspetti con l’ultimo film del regista americano, tra i quali la valenza allegorica della pioggia (accessibile solo agli animi più malinconici e romantici) e l’eterno inseguimento della verità che si cela nell’arte e non nell’artificio a cui aspirano, al contrario, i finti intellettuali. Pioggia che lava via le frivolezze di un’esistenza ordinaria ma, al contempo, riversa lo “sporco” della città sugli uomini che, come Gatsby, trovano un paradossale conforto nella «decadenza della cultura contemporanea».

I dialoghi brillanti e pungenti, in grado di conciliare umorismo e citazioni colte, ci conducono tuttavia più dalle parti del primo Allen e l’impetuoso vortice fatto di incontri fortuiti e situazioni paradossali che si consumano nel giro di 24 ore, ci portano la mente a Fuori orario (After Hours, 1985) di Martin Scorsese. Il tutto impreziosito dal seducente scenario newyorkese che, anche nel 2019, permette di scappare dalla modernità per rifugiarsi nella luce soffusa di una lampada, in un pianobar dall’atmosfera rétro perché, in fondo, New York è ancora «una città che esiste in bianco e nero».

Nadia Pannone

Nadia Pannone

Basta poco a renderla felice: un buon film, un po' di musica anni Ottanta, una libreria, qualche conversazione stimolante, un lago, delle luci al neon, una piazza deserta e assolata, delle foto vintage, una coperta e un buon caffè.