CinemaPrimo PianoIl ricordo e la sua eterna attesa: A Ghost Story di David Lowery

Avatar Nadia Pannone30 Agosto 2019
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Tra il realismo e il sogno, esiste una realtà che scorre parallela al mondo sensibile, avvicinandosi a volte tanto da sfiorarlo ma senza mai tangerlo. Una realtà non intelligibile ma comunque presente e spettatrice; paziente e imperitura. È in quell’intervallo che si colloca la camera di David Lowery in A Ghost Story (2017), consentendo allo spettatore di fruire delle immagini da un’angolazione sospesa a metà tra il mondo dei vivi e l’aldilà, di assistere a una storia di una semplicità disarmante ma narrata con commovente poeticità. La storia di un fantasma, di quelli che popolano il nostro immaginario sin dalla tenera età, con il lenzuolo lungo fino ai piedi e due fori al posto degli occhi; “scontato” ma mai ridicolo, nella sua malinconica e a tratti comica tenerezza.

C (Casey Affleck) e M (Rooney Mara) sono una coppia e vivono insieme in una casa. Non ci viene rivelato molto della loro storia, solo attimi fugaci rubati dalla loro intimità attraverso cui percepiamo il grande amore che li lega, tuttavia non esente da turbamenti causati principalmente dal desiderio di M di traslocare e quello di C di rimanere nella casa. Sembra che M abbia passato la vita a lasciare luoghi per stabilirsi facilmente in altri senza troppi rimpianti, lasciandosi indietro solo frammenti di pensieri scarabocchiati su dei fogli e nascosti in punti inaccessibili della casa, in modo che fossero riservati solo a lei nel caso avesse mai avvertito il bisogno di fare ritorno in uno di quei posti; necessità che, in realtà, non aveva più sentito. C, al contrario, è profondamente legato a quella dimora perché cornice dei suoi ricordi amorosi più sereni. Vorrebbe trattenersi in eterno e, in effetti, è proprio quello che il destino avrà in serbo per lui: deceduto in un incidente stradale, tornerà nella loro casa sotto le vesti di fantasma per non andarsene più, assistendo inevitabilmente al dolore e alla rinascita di M, al susseguirsi di inquilini, alla costruzione di nuove case e grattacieli fino a tornare indietro, al primo paletto piantato in quella pianura che era appartenuta ai nativi americani e al primo messaggio nascosto sotto un sasso da una bambina; con l’unico scopo di riuscire a leggere quello che M, a sua volta, aveva nascosto nella casa prima di abbandonarla.

Nella scena iniziale del film, C rassicura M dopo aver sentito degli strani rumori provenire dalla casa, intimandola a non aver paura. Una rassicurazione volta anche allo spettatore: pur contemplando certi stilemi del cinema horror, infatti, non sarà di certo la paura il sentimento sovrastante della pellicola. C’è, invero, un capovolgimento di alcune delle caratteristiche tipiche del genere: assistiamo alla storia attraverso gli occhi del fantasma; è lui il protagonista, non chi è rimasto tra i vivi. L’elaborazione del lutto viene messa in scena dalla sua prospettiva, senza paura di includere un piano fisso di cinque minuti che mostra M mentre divora una torta fino a vomitare: la lentezza e il silenzio – che contraddistinguono l’intero film – riflettono il senso di immobilità del fantasma, destinato ad assistere per sempre al susseguirsi della quotidianità; a volte statica, altre frenetica. La casa infestata non è luogo di terrore ma di memoria e come la memoria fluttua avanti e indietro nel tempo senza seguire una precisa linea temporale, così il fantasma assiste agli accadimenti nel suo luogo nel futuro e nel passato, arrivando persino a rivivere la sua storia in quella casa, la sua relazione con M e il momento della sua morte.

Lowery – regista, sceneggiatore e montatore del film – dà vita a una storia sulla mancanza, sull’attesa immortale di qualcosa o di qualcuno che è stato, che ha rappresentato – anche solo per un attimo – pura felicità ma che è ormai svanito e a malapena se ne rimembrano i contorni. È il tempo passato che, in fin dei conti, risulta arduo da dimenticare, non tanto le persone che hanno contribuito a renderlo tale. Lo spirito della donna che abita la casa di fronte a quella di C, ammetterà di star aspettando qualcuno ma non ricorda più chi. È per questo che il fantasma, simbolo dell’animo nostalgico, rimane ancorato al luogo più che alle persone, incapace di abbandonare il suo porto sicuro e deciso a difenderlo con tutti i mezzi pur di tornare a sfiorare, anche solo fugacemente, la felicità. Tuttavia – come sottolineato nell’unico monologo del film, affidato a un personaggio secondario – non importa quanto l’uomo si affanni a costruirsi un testamento che lo renda immortale: tutto ha una fine, persino l’Universo. Anche la ciclicità della vita dei fantasmi, dunque, è destinata prima o poi a interrompersi quando si sarà raggiunta la propria epifania, o quando si prenderà coscienza del fatto che ciò, in realtà, potrebbe non avvenire.

La scelta di utilizzare pochissimi dialoghi e un’esile colonna sonora, insieme a quella di fare largo uso di piani fissi e piani sequenza, dichiarano la volontà di Lowery di guardare – tra gli altri – a Terrence Malick e di avvicinarsi a un cinema di tipo esistenzialista, disinteressato a essere appetibile per il pubblico ma desideroso di afferrare la potenza della poesia nella conversione in immagini di sensazioni impercettibili e spesso impossibili da decifrare. La pellicola si plasma proprio su di essi, cercando di fornire una sorta di concretezza a sentimenti impalpabili come la malinconia, l’eterna ricerca, l’attesa e l’assenza dell’altro. A conferire al film quella nostalgica percezione del tempo ormai perduto, contribuisce la scelta di adottare il formato 4:3 con gli angoli smussati, quasi ci trovassimo a contemplare vecchie foto ritrovate per caso in un cassetto.

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Nadia Pannone

Basta poco a rendermi felice: un buon film, un po' di musica anni '80, una libreria, qualche conversazione stimolante, un lago, delle luci al neon, una piazza deserta e assolata, delle foto vintage, una casa abbandonata, una coperta e "a damn fine coffee".