ArtePrimo PianoIl Polittico belfortese di Giovanni Boccati: un capolavoro di carpenteria gotica

Anna D’Agostino Anna D’Agostino21 Maggio 2020
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Nella parte meridionale delle Marche, dove le esigenze culturali erano molto più tranquille che altrove, fiorì una civiltà pittorica in contrasto con le conquiste rinascimentali – tanto da avere aspetti nostalgici – che diede come prodotto principale il polittico in stile tardogotico. Proprio in questo ambiente, l’ormai maturo Giovanni di Piermatteo Boccati (Camerino 1419 circa -1486) realizzò il più grande polittico per estensione di superfice dipinta realizzato nel XV secolo in area marchigiana.

Giovanni Boccati, Polittico, 1468, tempera su tavola, 483×325 cm, Chiesa di Sant’Eustachio, Belforte del Chienti

Il polittico del Boccati che oggi possiamo ammirare sull’altare maggiore della chiesa di Sant’Eustachio a Belforte del Chienti (MC), illuminato con speciali lampade elettriche e peraltro munito di totem touch screen per la migliore fruizione e comprensione dell’opera stessa, ha una storia lunga e misteriosa.

La grande “macchina devozionale” fu realizzata nel 1468 su commissione di Taliano di Lippo, un membro del Parlamentum belfortese, per celebrare la figura di Sant’Eustachio, santo titolare della chiesa e patrono della città.

Boccati progetta un’articolata struttura in cui gli stilemi tardogotici predominano rispetto a quelli rinascimentali del suo tempo: 35 tavole figurate, disposte principalmente su due ordini di pannelli, con cinque tavole ognuno, in alto, alternate da pinnacoli, formano la cimasa cinque cuspidi ornate di foglie d’acanto contenenti medaglioni dipinti, mentre in basso 12 tavole compongono la predella.

Come di consueto per questo genere di opere, nell’ordine inferiore primeggia al centro la tavola di più ampie dimensioni: sotto una tenda damascata, attorniata da angeli musicanti e avvolta da un ricco manto arabescato dorato su fondo blu assimilabile ai modelli crivelleschi, siede la Vergine con il bambino. Alcuni simboli prevedono le sofferenze che quest’ultimo dovrà subire per redimere l’umanità: la collana di corallo che Egli porta al collo e il cardellino a lui offerto da un angelo. In basso, al centro del secondo gradino del trono su cui la Madonna poggia i piedi, è presente un cartiglio bianco con la firma del pittore ·OP· IOHANII· BOCCATII· PICTORIS· DE· CAM· (opera di Giovanni Boccati pittore da Camerino).

Il cartiglio con la firma di Giovanni Boccati

Ai lati della tavola centrale sono raffigurati quattro santi, ognuno separato da una colonnina tortile in legno dorato ed ognuno poggiante i piedi su un terreno erboso – di chiara ascendenza gotica – composto da tarrasco, cicoria, trifoglio e papavero: alla destra della Vergine San Pietro, pontificalmente vestito e munito di triregno, con la mano sinistra tiene un libro chiuso e con il braccio destro le somme chiavi; accanto un santo a cavallo (è Sant’Eustachio con in mano l’asta della bandiera belfortese); alla sinistra della Vergine vi è San Giacomo il Maggiore intento a leggere un libro, probabilmente il Vangelo, simbolo della sua missione di evangelizzazione della Spagna (inoltre tiene con la mano sinistra il bastone da pellegrino con appeso il cappello con la fascia ornata di conchiglie); accanto a lui è presente San Venanzio con il modellino della città e la bandiera di Camerino, di cui è patrono. Chiudono lateralmente il registro sei santi con i loro nomi scritti sotto i piedi: da sinistra Santa Maria Maddalena, Santa Barbara e Sant’Agata, contrapposte a Santa Lucia, Santa Caterina d’Alessandria e Sant’Antonio Abate.

Nel registro superiore, al centro, in diretta corrispondenza con la Vergine con il bambino vi è l’attuazione di ciò che si preannunciava: la Crocifissione, dipinta “a volo d’uccello”. Questa volta i santi sono raffigurati per circa ¾ della loro altezza: subito sulla sinistra della Crocifissione vi è San Nicola di Bari che tiene in mano un libro chiuso sul quale sono adagiate tre mele d’oro donate come dote a tre fanciulle povere in età da marito; accanto, l’uomo inginocchiato in preghiera è Beato Guardato. A destra della Crocifissione vi è San Sebastiano, insolitamente abbigliato (poiché comunemente raffigurato nudo trafitto dalle frecce del martirio che questa volta, invece, tiene in mano); accanto a lui si trova il vescovo Sant’Eleuterio con mitra e pastorale. Questo registro si conclude lateralmente con due personaggi separati ma fra loro interconnessi: a sinistra il Nunzio e a destra l’Annunziata. Sotto di essi Boccati ha inserito dei riquadri con iscrizioni che rivelano delle importanti notizie: l’anno in cui fu realizzata l’opera (1468), il Papa regnante (Paolo II), il nome del committente (Taliano di Lippo), il nome del priore della chiesa (Ugolino Nanzi da Camerino) nel riquadro di sinistra; nell’altro, invece, si leggono i nomi dei collaboratori di quest’ultimo (Riccardo di Giovanni, Ser Ansuino di Pietro e Puccio di Giovanni di Bartolone). Cosa curiosa è che il nome di don Ugolino è stato letto solamente nel 2003 grazie ad un restauro, in quanto era stato precedentemente cancellato da uno strato di colore nero.

Le due iscrizioni con il nome di don Ugolino Nanzi cancellato

Per quale motivo il suo nome fu eliminato? Si è al corrente che nel 1470 don Ugolino venne coinvolto in una lite con don Battista Bartoluzi da San Ginesio per il possesso del priorato della parrocchia belfortese, lasciata a processo concluso al collega ginesino in cambio di un vitalizio, che fu breve, dato che dopo pochi anni don Ugolino tornò a ricoprire il titolo di priore della chiesa. Forse ritenuto non legittimo dai cittadini di Belforte, alla sua morte – avvenuta nel 1489 – si tentò di cancellarne il nome dall’epigrafe?

Nella cimasa, all’interno dei pinnacoli, sono presenti quattro clipei con i Dottori della Chiesa mentre nel tondo centrale di maggiori dimensioni campeggia il Padre Eterno benedicente fra gli angeli del paradiso, in diretta corrispondenza reale e simbolica con la Vergine con il bambino e la Crocifissione.

La predella, infine, è decorata con quattro episodi della vita di Sant’Eustachio (da leggersi da destra verso sinistra), alternata da sei figure di santi. La storia del Santo a cui è dedicata l’opera è tratta dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varazze in cui si narra che Eustachio, comandante dell’armata imperiale di Traiano, durante una battuta di caccia vide risplendere una croce con l’immagine di Cristo fra e corna di un cervo. Da quel momento, insieme alla sua famiglia, si convertì al cristianesimo ma fu privato di ogni bene materiale; inoltre i familiari furono rapiti da un lupo e da un leone. Dopo 15 anni di vita travagliata fu richiamato da Traiano a ricomporre l’esercito contro i barbari, occasione che miracolosamente gli fece riabbracciare i suoi cari, ma quando giunse a Roma si rifiutò di venerare gli idoli pagani e venne esposto insieme all’intera famiglia all’ira di un feroce leone, il quale però si allontanò devotamente. Eustachio e i suoi cari finirono poi dentro un bove di bronzo incandescente e morirono dopo tre giorni.

Al centro della predella, affiancato da due angeli adoranti, vi è un rosoncino ligneo sul cui retro, grazie al già citato restauro del 2003, si è scoperta – all’interno di una cassettina – la reliquia (un femore) del santo, attualmente riposta sotto la mensa dell’altare maggiore della chiesa.

Il rosone della predella

Si è al corrente che il polittico non fu sempre sull’altare della chiesa. Nella prima metà del XVI secolo fu trasferito nell’allora palazzo priorale (l’attuale municipio) a causa della ristrutturazione della parrocchia.

Durante il periodo napoleonico fu smontato per evitarne la confisca e conservato nei sotterranei o nel soppalco della chiesa. Si sa che nel 1818 fu acquistata una tela di Atanasio Favini da Coriano per l’altare maggiore, quindi è probabile che l’opera del Boccati non fosse più in situ. In data indefinita l’ancona fu riportata nella chiesa ma solamente nel 2005 fu collocata nel luogo per il quale era stata realizzata.

Come si è detto, Giovanni Boccati realizzò le tavole dipinte del polittico ma il nome dell’intagliatore della cornice lignea rimane ancona anonimo; non sarebbe da meravigliarsi se un giorno si scoprisse che il nome del misterioso artista fosse quello di Domenico Indivini, fondatore di una scuola d’arte lignaria nella vicina San Severino e autore della cornice del polittico di Lorenzo d’Alessandro custodito nella chiesa di San Francesco a Serrapetrona.

Anna D’Agostino

Anna D’Agostino

Classe '93, laureata in Storia dell'Arte con una tesi in Museologia sull'arredamento dell'Ambasciata d'Italia a Varsavia dalla quale è scaturita una pubblicazione in italiano e polacco. Prosegue la ricerca inerente l'arredamento delle Ambasciate d'Italia nel mondo grazie a una collaborazione con la DGABAP del Mibact. É iscritta al Master biennale di II livello "Esperti nelle Attività di Valutazione e di Tutela del Patrimonio Culturale". Inoltre lavora per H501 srl.