LetteraturaPrimo PianoIl “paradosso del padre” nella figura omerica di Ettore

Adele Porzia14 Ottobre 2021
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Il rapporto tra padre e figlio è da sempre, al contempo, uno tra i più interessanti snodi letterari, un aspetto sempre presente e un costante ritorno nelle opere artistiche di ogni civiltà. In questa sede, inevitabilmente, occorre operare una stringente selezione, ma sarebbe quanto mai interessante costruire dei parallelismi tra culture lontane, finanche antitetiche, solamente per scoprire come, tra le tante differenze, vi siano delle costanti, dei temi in comune. Questo perché ogni società attraversa fasi simili, sia pure in momenti storici diversi o in modalità disuguali. Il rapporto e lo scontro generazionale tra padre e figlio è una di queste dinamiche ricorrenti, così come lo è il dominio del padre in una fase e la sua inevitabile uccisione – figurata e non – da parte del figlio, suo successore, in un secondo momento. Dovendo restringere il campo, rivolgiamoci ora ai nostri avi greci, che tanto hanno donato alla civiltà occidentale.

La letteratura rispecchia la società e i rapporti all’interno del nucleo familiare, poiché società e famiglia sono due inscindibili pilastri, l’uno parte dell’altro. In un interessante saggio, Il gesto di Ettore, lo studioso Luigi Zoja mette in luce come, sin da quando si è stabilita la famiglia monogamica, il padre ha assunto un ruolo centrale nella società, e vi è stata una divisione dei compiti tra i componenti della famiglia. Il padre, dovendosi occupare dell’approvvigionamento del cibo e del sostentamento del nucleo, doveva essere forte e autoritario. All’interno della società, invece, rappresentava il depositario della legge e delle norme di vita, quindi una persona mite e giusta. Eppure, per garantire la sopravvivenza della sua famiglia, egli poteva anche andare contro gli insegnamenti impartiti al figlio, mettendolo di fronte a una scelta: se essere violento e ingiusto, o morale e corretto. In Grecia, l’importanza del padre è assoluta, tanto che la sua funzione va ben oltre il suo ruolo. In quanto detentore di un potere assoluto, può arrivare anche a uccidere i figli per preservarlo.

Questo è l’argomento di numerosi miti, per esempio quello di Crono e Zeus. Crono, nato egli stesso come assassino del padre, mangia i propri figli per evitare che lo sostituiscano al comando. A sopravvivere è Zeus, l’ultimo della sua progenie. La madre Rea, da sempre complice e alleata dei figli, lo salva e lo cresce in segreto, consentendo a Zeus di appropriarsi del potere una volta divenuto adulto, previa uccisione del padre e liberazione di fratelli e sorelle. Non è dissimile, volendo fare paragoni con altre culture, il rapporto tra Abramo e Isacco. Il padre è disposto a sacrificare il figlio, per volere di Dio, senza titubanza o senso di colpa. Questo perché un padre deve essere disposto anche a uccidere i figli e a sacrificarli per un fine più grande: è il caso di Agamennone, che sacrifica la figlia Ifigenia per consentire il passaggio della flotta achea attraverso l’Aulide, senza ripensamenti o remore.

Eppure, vi è un’eccezione. Esiste, infatti, un idealtipo che riesce a condensare in se stesso le qualità di un buon padre, ma anche quelle di un giusto membro della società, mantenendo un rapporto equilibrato tra l’ambito pubblico e quello privato. Zoja definisce come «paradosso del padre» questa oscillazione «tra la legge dell’amore e quella della forza, che può implicare l’accettazione del male, la trasgressione dei comandamenti». Nell’Iliade, al sesto libro, Ettore dà corpo a questo paradosso. Questi non ha la furia omicida e l’egoismo di Achille, il cui unico momento di umanità è l’amore per Patroclo, o lo spirito calcolatore di Odisseo. Così come non è solo un padre, ma anche sposo, madre e fratello, come dirà la stessa Andromaca. Ettore entra nel palazzo con le armi e i segni della battaglia. Vede sua moglie e suo figlio Astianatte e il bambino inizia a piangere incessantemente, rifugiandosi nel petto della balia. L’uomo compie un gesto simbolico: si toglie l’elmo, lo appoggia a terra, afferra il piccolo e lo solleva con le proprie braccia. Tale gesto sarà proprio di tutta la romanità, perché attraverso questo rito i padri romani accettano il figlio e lo riconoscono come tale. Alzandolo, Ettore sottolinea il suo ruolo di padre e pone il figlio un gradino sopra di lui. Nella sfera privata, quindi, moglie e figlio sono centrali per Ettore. A quel punto, prega gli dei che il figlio diventi un guerriero più forte di lui, accettando e sperando di essere sostituito. Andromaca tenta di convincere Ettore a lasciare la battaglia e a dedicarsi solo alla famiglia, ma l’eroe si rifiuta. Cede il figlio alla balia, indossa l’elmo e torna a combattere. Ma il suo compito non è la mera conquista: è la protezione della sua famiglia, la salvaguardia del suo avvenire. La figura di Ettore si rivela peculiare nel panorama greco, tanto più affascinante per il fatto che l’uomo non cessa mai di essere forte e potente, ma si propone come la riuscita di quel connubio di mitezza e forza che avrebbe dovuto essere il padre. Un esempio positivo, che sarà ripreso molto più tardi nell’Eneide per il rapporto tra Iulo ed Enea.

Adele Porzia

Nata in provincia di Bari, in quel del ’94, si è laureata in Filologia Classica e ha proseguito i suoi studi in Scienze dello Spettacolo. Giornalista pubblicista, ha una smodata passione per tutto quello che riguarda letteratura, teatro e cinema, tanto che non cessa mai di studiarli e approfondirli.