LetteraturaPrimo Piano«Il mondo è carico della grandezza di Dio»: la divinità della natura secondo Gerard Manley Hopkins

Lucia Cambria16 Dicembre 2019
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Convinto che la propria vocazione poetica costituisse peccato di vanità, Gerard Manley Hopkins non rese mai pubblica nessuna sua opera. Fu solo nel 1918, quasi trent’anni dopo la sua morte, che le sue poesie vennero fatte conoscere; per tale motivo ebbero un profondo impatto sulla letteratura dei primi decenni del XX secolo, soprattutto sulla poesia dei massimi esponenti del modernismo: T. S. Eliot, W. H. Auden e Dylan Thomas.

Alla vocazione poetica, Hopkins preferì infatti quella religiosa: convertitosi al cattolicesimo dopo la lettura di Apologia Pro Vita Sua, l’autobiografia del teologo John Henry Newman, e deciso a divenire prete gesuita nel 1868, diede alle fiamme tutto ciò che fino ad allora aveva composto, poiché convinto di «non scrivere più, perché ciò non fa parte della mia professione».

Tornerà a scrivere sette anni dopo, in occasione dell’affondamento del piroscafo Deutschland, diretto verso New York, sul quale si trovavano anche cinque suore francescane costrette e lasciare l’Europa per effetto delle leggi anti-cattoliche messe in atto dal Regno di Prussia nel periodo compreso tra il 1872 e il 1878. Tale insieme di provvedimenti ebbe la denominazione di “Kulturkampf” (“lotta culturale”). L’evento scosse il genio creativo del poeta che, in un’ode di trentacinque stanze – The Wreck of the Deutschland (Il naufragio del Deutschland) – fa prima riferimento alla propria conversione e poi rende omaggio alle suore morte annegate. «Tu hai legato ossa e vene in me, fissato su di me la carne»: così rende grazie al Dio che dà «respiro e pane» e che viene descritto quasi come un artigiano della vita che assembla i pezzi della sua creazione.

E proprio la creazione divina è argomento principe delle poesie di Hopkins. La natura è tutta testimonianza della potenza di Dio: «Il mondo è carico della grandezza di Dio», scrive in God’s Grandeur nel 1877. Con “carico” Hopkins non si riferisce solo alla pienezza ma anche al “peso” della grandezza divina: il valore col quale si misura la presenza di Dio sconfina in terminologie che ben si adatterebbero a una fenomeno fisico, come l’elettricità. Tutto il mondo vibra della carica elettrica prodotta dalla potenza non solo dell’amore divino, ma anche della sua potenziale ira: si utilizzano infatti termini come “flame”, “shining”, “lights”, “bright” (“fiammeggiare”, “fulgore”, “luci”, “luminose”).

Il Dio di Hopkins è un Dio che va conosciuto nella gioia ma anche nel terrore, consapevolezza che oggi l’uomo ha perso; per questo si chiede: «Perché gli uomini non temono più la sua verga?». Il progresso ha fatto smarrire all’uomo la primordiale innocenza attraverso la quale Dio e la natura erano avvertiti come un tutt’uno: l’allontanamento dal grembo originario ha dotato l’uomo di mezzi nuovi ma lo ha privato di quel necessario contatto col mondo e, di conseguenza, col divino. La metafora del piede ormai coperto da una calzatura rende in maniera molto eloquente la perdita di aderenza alla terra che gli esseri umani popolano.

Hopkins dona però la certezza che l’opera creatrice di Dio non si è arrestata, bensì continua «giù nel profondo delle cose»: ciò è evidente ogni giorno, quando il sole pare abbandonare questo mondo, ma è pronto invece a rischiarare il cielo del mattino successivo. Dio nella sua triplice essenza di Padre, Figlio e Spirito Santo è visibile nelle cose della natura, nei meccanismi che regolano il nascere: «Lo Spirito Santo sul curvo mondo / cova con caldo petto e con ah! luminose ali».

Con la sua religiosità tendenzialmente panteistica Hopkins afferma che, lodando la natura, si può tramite essa avere la piena conoscenza di Dio. E tutto ciò che proviene dal suo atto creativo va lodato, persino quelle imperfezioni tanto elogiate nel sonetto Pied Beauty (Bellezza cangiante, 1877), in cui anche ciò che pare asimmetrico o disarmonico è frutto di Colui il quale è bellezza che mai muta.

Lucia Cambria

Siciliana, laureata in Lingue e letterature straniere e in Lingue moderne, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi, nel 2020 ha trasposto in italiano per Arbor Sapientiae il romanzo "L’ultimo uomo" di Mary Shelley.