LetteraturaPrimo Piano“Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov: la tensione tra Male e Bene

Lucia Cambria Lucia Cambria9 Novembre 2020
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«I manoscritti non bruciano», dice Woland, ovvero Satana, al Maestro. Egli ha scritto un romanzo su Ponzio Pilato che ha poi dato alle fiamme, proprio come Bulgakov fece con il suo Il Maestro e Margherita. Lo scrittore russo lavorò alla sua stesura dal 1928 fino alla sua morte – avvenuta nel 1940 – e non lo vide mai edito. La severa censura sovietica del tempo lo condusse al disperato atto di gettare nel fuoco le pagine della sua opera, la quale conobbe la luce, sebbene in versione tagliata, tra il 1966 e il 1967, periodo in cui venne pubblicata a puntate sulla rivista Moskva. Le parti del libro iniziarono però a circolare clandestinamente, in forma di “samizdat” (“pubblicato in proprio”). La prima versione integrale in russo fu pubblicata nel 1969 a Francoforte.

Di cosa parla il romanzo più famoso di Bulgakov e uno dei più importanti di tutta la letteratura novecentesca? Si tratta di una narrazione del moderno che incontra l’ancestrale, un commento satirico sulla società sovietica del tempo che si unisce alla teologia cristiana: il Demonio, Woland, si reca un mattino in un parco moscovita, dove incontra Berlioz, presidente del circolo letterario MASSOLIT, con sede al Griboedov, e Bezdomny, giovane poeta. Il diavolo predice l’imminente morte di Berlioz, cosa che avviene poco dopo e da lì inizia una cascata di insoliti episodi, con protagonisti bizzarri e inquietanti, primo fra tutti Behemoth, un enorme gatto nero che cammina sulle zampe posteriori.

La copertina del libro (in una recente ristampa)

I protagonisti che danno il titolo al romanzo, il Maestro e Margherita, sono invece due amanti. Il Maestro è l’autore del manoscritto e si trova rinchiuso in un manicomio dopo una crisi provocata dalle aspre critiche ricevute. Margherita, desiderosa di riavere il suo amato, accetta un patto col diavolo dal retrogusto faustiano (e, non a caso, Margherita è anche il nome della protagonista del dramma goethiano) per salvarlo. Ed ecco che, dopo essersi passata sul corpo un unguento miracoloso, sorvola su una scopa la città di Mosca: è diventata una strega. Solo dopo aver preso parte a una notte di Valpurga, il manoscritto del Maestro riappare, risorto dalle ceneri e redento dall’oblio.

Tra quelle pagine è narrato il tormento di Pilato, pentitosi per aver fatto crocifiggere Gesù Cristo. «Il suo romanzo è stato letto», dice Woland al Maestro, «ed è stato detto soltanto che, purtroppo, non è finito». Il millenario strazio di Ponzio Pilato può essere sciolto solo dal Maestro e, paradossalmente, il fato dell’uomo che ha condannato Cristo è appeso a un atto dal sapore liturgico, analogo al “ma dì soltanto una parola e io sarò salvato”. «Sei libero!», urla il Maestro, facendo eco al faustiano “ist gerettet!” (“è salvata!”) di Mefistofele rivolto a Gretchen nell’Urfaust, prima versione del dramma. Nella versione definitiva, infatti, Goethe cambiò il termine “gerettet” in “gerichtet” (“condannata”), perché la vicenda non è ancora conclusa.

Per Bulgakov infatti la salvezza giunge per tutti: per Pilato, assolto dal suo umano peccato, per il Maestro e per Margherita, ai quali è data – come dice Montale nel suo commento al romanzo, pubblicato il 6 aprile 1967 sul Corriere della Sera – «una esistenza immobile e fuori dal tempo, qualcosa come un limbo in cui non è luce ma eterno riposo».

Su questo palcoscenico variegato, a tratti grottesco e – come si è visto – diavolesco e mistico, ha luogo persino un’operazione di critica letteraria. E “critica” lo è nel senso pratico e diretto del termine: Bulgakov nel suo dipingere la società dell’epoca, mette in mezzo anche il mondo letterario, quello degli scrittori “con la tessera”, che legittimano il proprio status riunendosi al Griboedov. Korov’ev e Behemoth, gli esseri demoniaci che accompagnano Woland, scherniscono questo circolo di scrittori dal cipiglio dell’eletto, contornati da ridicole infiorettature responsabili del decadimento artistico dell’epoca. Il loro discorso, rivolto alla donna che non li lascia entrare nel ristorante in cui pranzano i membri di quell’intoccabile Olimpo, non fa una piega: «Non è la tessera che determina lo scrittore, ma ciò che egli scrive. Come fa a sapere quali idee sciamano nella mia testa?».

Il nucleo del romanzo ruota allora attorno al concetto di redenzione, sia per Ponzio Pilato ma anche – e soprattutto – per l’arte: la vera arte ottiene sempre il giusto riconoscimento e il personaggio che più di tutti incarna questo processo è il poeta Ivan Bezdomny, allievo di Berlioz all’inizio, ma seguace e vero e proprio discepolo del Maestro alla fine. Ed è grazie all’intervento demoniaco che Ivan sa riconoscere la vera arte e si risveglia dal torpore in cui era immerso: il suo rinsavimento è dimostrato dalla scelta di non scrivere più poesia, proprio perché è adesso avvolto nell’autentica arte che ha conosciuto leggendo e continuando a vivere nel romanzo del Maestro. Non scrivendo più, è divenuto davvero un poeta.

Si comprende allora il ruolo dell’intervento demoniaco. Il diavolo non giunge per aiutare l’artista a superare difficoltà intellettuali e creative, come nel Faust, ma per toglierlo dalle grinfie del suo nemico: l’arte fittizia e imbellettata di profanità e di pompose esternazioni. Così sia il Maestro che Ivan sono trascinati fuori da questo vortice mondano, paradossalmente salvati dal demoniaco, da quella «forza che vuole costantemente il Male e opera costantemente il Bene», come recita il Faust.

Lucia Cambria

Lucia Cambria

Siciliana, laureata in lingue, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi. Appassionata di lettura di classici, scrittura, arte sacra e tradizioni locali.