LetteraturaPrimo PianoLa provincia romana di Siria, fondamentale linea di collegamento tra Occidente e Oriente

Laura Fontanesi12 Agosto 2019
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Il termine latino “limes”, in età repubblicana, indicava sostanzialmente una via di infiltrazione, una sorta di adito verso paesi sconosciuti, un percorso che consentiva alle legioni romane di raggiungere e assoggettare nuovi territori. Strettamente connesso all’ambito militare, a campagne belliche e all’espansione di Roma. Nei primi anni dell’Impero cominciò a essere utilizzato per designare una frontiera terrestre – in antitesi a quella acquatica, “ripa” – ma non necessariamente fortificata. Sovente l’espressione viene associata all’imponenza peculiare di edificazioni di frontiera quali il Vallo di Adriano, posto all’insidioso confine con la bellicosa Britannia, o il più settentrionale Vallum Antonini, anteceduto da un ingegnoso sistema di buche contenenti pali aguzzi e magistralmente celate nel terreno. Già dai sopra citati esempi si può evincere come fossero utilizzati dalle fonti antiche vocaboli peculiari (“vallum”, “claustra”, “castella”), al fine di sottolineare la specificità difensiva di quest’ultima tipologia, caratterizzata da massicce fortificazioni.

Ma i “limines” non erano strettamente connessi a strutture cautelative, anche se è innegabile che sottintendessero una frontiera. Una separazione, dunque, con regioni straniere, considerate barbare, ignote e – di conseguenza – pericolose. I “limines” occidentali furono oggetto di diffuse indagini, approfondite e puntuali, a opera di numerosi studiosi, anche in quanto coerente implicazione della loro manifesta monumentalità, e risultano, ad oggi, meglio conosciuti; al contrario, molto più ardua si rivelò l’analisi della gestione amministrativa romana dei confini orientali (Province Africa, Vicino Oriente), che separavano il dominio provinciale romano da zone molto vaste e contraddistinte da un’amministrazione sociale ed economica molto diversa da quella romana, nonché da un ambiente – in prevalenza arido e desertico – abbondantemente discosto da quello italico. Le popolazioni autoctone si rivelarono estremamente eterogenee e spesso nomadi. L’abilità politica romana dovette quindi confrontarsi con oggettive difficoltà, causate principalmente da un paesaggio ostile.

Le difformità esistenti all’interno di un’area tanto estesa dovrebbero essere valutate separatamente, tenendo in considerazioni i singoli casi e i connessi interessi economici e commerciali romani. In tal sede verrà preso in esame il caso specifico della provincia di Syria, area circoscritta tra Deserto Arabico, Mar Mediterraneo e le catene montuose meridionali anatoliche. Il territorio venne ascritto definitivamente ai possedimenti romani intorno al 64 a.C. e divenne ufficialmente provincia romana grazie all’intervento di Gneo Pompeo Magno, il quale – dopo aver sconfitto definitivamente il sovrano del Ponto, Mitridate Eupatore – tentò di porre ordine e regolamentare il vasto territorio seleucide, vessato dal brigantaggio e da continue e inutili ostilità tra principi beduini e predoni. L’area vedeva la sostanziale presenza di tre entità principali: Beduini (abitanti della steppa), Giudei (la Palestina venne annessa nel I secolo) e Nabatei (il Regno Nabateo, che esercitava la propria influenza in un vasto territorio corrispondente all’attuale Regno di Giordania, al Negev, al Sinai e all’Hejaz, venne annesso nel 106 d. C.). Vi erano, inoltre, continue faide intestine per la legittimità dinastica al trono seleucide e la situazione stava rovinando verso una sorta di farsa in cui non vi erano garanzie di pace né tantomeno la stabilità necessaria ai proficui traffici commerciali.

 

Non vi è quindi da meravigliarsi se la legittimità era divenuta per i sudditi un soggetto di scherno e di disgusto e se i cosiddetti re legittimi in quel paese erano ancor meno considerati dei principi e dei cavalieri predoni.

Theodor Mommsen, Storia di Roma, VII

 

L’area rivestiva una fondamentale valenza economica, in quanto fondamentale collegamento tra Oriente e Occidente: la Siria rappresentava un cruciale raccordo commerciale tra Asia, Europa e Africa. La caotica situazione venne drasticamente risolta da Pompeo; egli esautorò l’incapace e inetto Antioco XIII, ultimo discendente della dinastia seleucide, la quale imperò nel territorio per circa 250 anni (i romani, di conseguenza, trovarono una regione già fortemente ellenizzata), imponendo un nuovo governo e l’assunzione di una responsabilità diretta di un funzionario della Repubblica. Per gestire e riportare l’ordine nella regione fu necessario l’intervento coercitivo dei legionari, in particolar modo al fine di arginare le scorribande dei temibili cavalieri predoni.

Inizialmente, la gestione delle regioni prospicienti il confine venne astutamente affidata alla fedeltà di regni-satellite, ai cosiddetti “reges amici et socii”, sovrani indipendenti, ma vincolati a Roma da rapporti clientelari e di sostanziale alleanza. Ciò consentiva a Roma di evitare un’estesa partecipazione diretta nei territori assoggettati, limitandosi a una blanda presenza militare. Un ruolo di spicco era rivestito dal potente e prospero Regno Nabateo, che sovrintendeva al ricco commercio di spezie che intercorreva con l’Arabia meridionale, garantendo l’ordine in zone piuttosto estese, mediante l’ausilio di organizzati dispiegamenti armati e l’installazione di fortilizi. L’imperatore Tiberio riuscì ad asservire all’ascendente imperiale anche la potenza militare e commerciale palmirena, potendo in tal modo usufruire dell’organizzato esercito di Palmira ai fini romani: essi divennero garanti della sicurezza del “limes” siriano sino a Damasco, cautelando e assicurando stabilità ai commerci, nonché preservando le mercanzie dalle scorrerie nomadi. È verosimile congetturare che durante il I e II secolo, le legioni fossero stanziate precipuamente all’interno della provincia, al fine di sedare ribellioni locali o arginare fenomeni di banditismo, ricorrendo a sporadici distaccamenti ausiliari lungo le frontiere e appoggiandosi alle vigorose milizie palmirene.

La via tra Palmira e Damasco corrispondeva idealmente alla separazione tra terre fertili e zone desertiche. A ciò potrebbe essere plausibilmente ricondotta la considerevole presenza di strutture difensive, installazioni agricole e impianti connessi alla gestione delle acque, rinvenuti tra l’Eufrate e Palmira e tra quest’ultima e Damasco. L’imperatore Vespasiano monumentalizzò tale via, fomentando l’edificazione di un’arteria stradale che collegasse Palmira all’Eufrate. Nel 106, le velleità di conquista di Traiano portarono all’annessione della Nabatea, provincia d’Arabia. L’interesse romano si focalizzò sugli importanti centri presenti nell’area (Petra e Bosra), sulla florida situazione agricola che prevedeva l’impiego di un articolato sistema d’irrigazione, ma mirava in modo particolare agli sbocchi commerciali, costituiti dai porti ubicati sulla costa orientale del Mar Rosso e dalla presenza di due importanti assi carovanieri terrestri che congiungevano la provincia con le zone produttive meridionali della Penisola arabica.

Alla luce delle nuove annessioni territoriali, si rese necessario un riassetto interno di tutta l’area. Venne edificata un’importante arteria di collegamento tra il confine della Siria e il Mar Rosso che connetteva due importanti centri, Aqaba e Bosra. Nonostante il rinvenimento di resti di sporadiche installazioni di carattere militare (torrette, fortini), è verosimile supporre che gli episodi di banditismo non rappresentassero una minaccia preoccupante e fossero facilmente sopprimibili grazie all’intervento di una sola legione, la “III Cyrenaica”, stanziata per l’appunto nella provincia d’Arabia. Non fu dunque necessaria una monumentalizzazione difensiva delle frontiere, ma grazie a un impiego sempre maggiore di esigue unità militari ausiliarie – atte al monitoraggio di zone distinte – i romani tutelavano l’ordine nella regione. L’esercito, inoltre, si occupava di fornire un solido apporto all’amministrazione statale delle province, tra cui la riscossione delle imposte. Nel III secolo una grave crisi sconvolse e destabilizzò l’impero e di conseguenza indebolì le milizie: le incursioni e il banditismo acquisirono nuovo vigore e una sedizione palmirena, guidata dalla regina Zenobia, venne soffocata da Aureliano. La città stessa venne distrutta e assimilata alla provincia.

Alla fine del secolo, di conseguenza, le frontiere mutarono nuovamente; Roma trovò un nuovo alleato, la tribù araba dei Tanukh, ubicata nella steppa ai confini con la Persia sasanide. Una nuova riorganizzazione militare delle province orientali si rese imprescindibile: innanzitutto vennero stanziate tre legioni lungo la frontiera tra Damasco e l’Eufrate. Diocleziano propugnò una strategia militare atta a ripristinare la supremazia romana nell’area e ristrutturò l’assetto militare: venne edificata una nuova arteria di collegamento tra l’Eufrate e il Mar Rosso – la “Strata Diocletiana” – e la medesima area venne dotata di nuovi fortini. L’imperatore modificò radicalmente l’assetto delle legioni, riducendo il numero di effettivi e scisse le province in suddivisioni minori, in modo da poterle amministrare e controllare in modo capillare e strutturato. In quest’epoca si assistette dunque a una militarizzazione delle frontiere, ma non verrà edificata alcuna barriera continuativa a fine difensivo.

I secoli successivi, a eccezione di qualche sporadico momento, furono segnati da un generale indebolimento delle forze militari, esito nefasto delle gravi perdite riscontrate durante rovinose disfatte belliche o importanti campagne militari. Nel IV secolo, sotto Valente, un’insurrezione saracena – a opera della regina Mavia – razziò e devastò le province di Arabia, Siria e Palestina. Il declino generale caratterizzante il VI secolo, aggravato dall’oggettiva difficoltà riscontrata nell’arruolamento, si rifletté sull’amministrazione delle province stesse, sino a quando – durante il VII secolo – l’invasione araba incontrò una resistenza piuttosto blanda, conseguenza di un esercito logorato e prostrato.

Laura Fontanesi

Archeologa, specializzata in archeologia classica e del Vicino Oriente antico, studiosa di culti antichi e tradizioni funerarie. Affascinata da parole, storie e arcaici numi. Ama scrivere, ascoltare, leggere, approfondire, progettare, creare.