Architettura, Design e ModaPrimo PianoIl Good Design di Charles e Ray Eames – Case Study House No.8

Greta Aldeghi Greta Aldeghi9 Aprile 2020
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Intorno alla fine degli anni ’50 venne a delinearsi il cosiddetto Good Design, movimento nato dalle riflessioni del Bauhaus che negli Stati Uniti trovò terreno fertile per sviluppare la sua poetica. Più che un movimento vero e proprio, può essere considerato una filosofia che ebbe l’indubbio merito di democratizzare il bello ovvero tutto ciò che è semplice, ben fatto, raffinato con uno scopo, che possiede un giusto rapporto qualità prezzo e che è in grado di migliorare la vita quotidiana delle persone. Il Good Design, quindi, può essere riassunto come una progettazione in grado di trovare un equilibrio tra l’aspetto estetico e pratico degli oggetti.

Case Sudy House No.8 (1949), progettata da Charles e Ray Eames – meglio conosciuta come Casa degli Eames – a Pacific Palisades, California

Un esempio di Good Design è evidente nella sfida lanciata dalla rivista Arts & Architecture, che – sotto la direzione di John Entenza – diede il via al “Case Study House Project” (1945–1966). Il concept su cui si basava questo ambizioso progetto era quello di sfidare la comunità di designer e architetti a proporre nuove soluzioni abitative che impiegassero sia i nuovi materiali sia le tecniche di fabbricazione sviluppati durante il secondo conflitto mondiale. La sfida, alla fine, produsse progetti per 30 case modello; sebbene alcune rimasero incompiute, furono tutte pubblicate nelle pagine della rivista. La più famosa di queste costruzioni è senza dubbio la Case Study House No.8 (1949), meglio conosciuta come la Casa degli Eames: la dimora, auto-progettata, dei coniugi Charles e Ray nel quartiere di Pacific Palisades a Los Angeles.

Charles e Ray Eames ritratti all’interno della loro Case Study House No.8 (1949) – progettata in occasione del Case Study House project

L’abitazione era stata pensata per una coppia di sposi che lavorava nel campo del design, i cui figli – ormai adulti – avevano lasciato la casa dei genitori e prevedeva una costruzione aggettante sull’oceano: però, la Case Study House No.8 – visitabile oggi – non seguì pedissequamente gli iniziali piani progettuali tanto che le fondamenta vennero, invece, posate parallele al fianco della collina lungo un muro di contenimento in cemento. Caratterizzata da una rivoluzionaria costruzione prefabbricata, questa casa era essenzialmente una “kit house” composta da elementi modulari, con vetri trasparenti e pannelli in tinta unita disposti a griglia seguendo lo stile del De Stijl su una struttura portante, a doppia altezza, di montanti e travi in acciaio e un cortile con pavimento in mattoni e piante in vaso.

Planimetrie e sezioni della Case Study House No.8, progettata nel 1949 dai coniugi Charles e Ray Eames

L’abitazione riflette la forte influenza dell’architettura giapponese: la facciata esterna della casa con le grandi vetrate a tutta parete dà luogo a una fluida connessione tra interno ed esterno, creando una relazione armoniosa tra abitazione e giardino che, oltre ad essere l’ambiente più ampio, è il punto focale di questa architettura. Riempita con le idiosincratiche collezioni degli Eames di giocattoli e aquiloni colorati da tutto il mondo, così come di mobili che i coniugi hanno progettato per Herman Miller – azienda all’avanguardia del design americano durante questo periodo – la Case Study House No.8 – accogliente, elegante e piena di luce – era l’apoteosi della moderna vita americana di metà secolo.

Gli Eames si ispirarono all’architettura giapponese, creando un armonioso connubio tra gli interni e il l’ambiente esterno

«Chi ha mai detto che il piacere non è funzionale?», si è chiesto una volta Charles Eames, rivelando il senso profondo del lavoro della coppia: le case da loro disegnate non sono numerose come i progetti di arredo, ma il loro indiscutibile valore vive nella loro modernità e sperimentazione. Gli Eames vedevano, infatti, questo tipo di abitazione come un mezzo per applicare la produzione industriale del tempo di guerra al problema della mancanza di alloggi, offrendo così una soluzione concreta a un problema altrettanto concreto. Per i due progettisti, infatti, il design non poteva né doveva essere un mero esercizio di stile ma piuttosto rispondere a specifiche esigenze, premessa di quello che oggi chiamiamo “design thinking” e per il quale il design è considerato un metodo di lavoro focalizzato alla risoluzione di problemi piuttosto che l’apparenza fisica del risultato. Il lavoro degli Eames riassume perfettamente il concetto di buon design o Good design, che non è altro che l’espressione di un problema risolto. Quella di Charles e Ray Eames è una testimonianza impossibile da svincolare da un più ampio disegno che vede protagonisti filosofia progettuale, lifestyle e sinestesia delle arti.

Case Study House No.8 – interni

La Case Study House No.8 è solo uno dei moltissimi esempi progettuali lasciataci dagli Eames: una storia e un’eredità progettuale lunghe una vita e di inestimabile valore, gelosamente custodite ma generosamente narrate da cultori e accademie, gallerie e aziende. I coniugi hanno fatto del progetto il loro stile di vita, coniugando la quotidianità a quel variegato mondo caratterizzato da palette di colori, schizzi e sperimentazioni. Charles e Ray sono un fulgido esempio di working-team: hanno saputo dimostrare come l’amore e l’armonia tra due persone possa plasmarsi e materializzarsi in un lavoro senza precedenti; in quegli oggetti che compongono una storia tutt’altro che superata. Sarebbe estremamente riduttivo, dato il colossale ruolo che tutt’oggi giocano nella cultura del progetto, definirli un episodio meramente legato alla storia del Design, tanto che dal loro vortice creativo nasce l’espressione “Look Eames” con cui viene definito quello stile innovativo dagli arredi snelli, moderni e sobriamente sofisticati che tutt’oggi risultano estremamente moderni.

Greta Aldeghi

Greta Aldeghi

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