LetteraturaPrimo Piano“Il Gattopardo” e oltre: significato e valenze del labirinto in alcuni capolavori della letteratura

Adele Porzia13 Maggio 2021
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Il tema del labirinto è da sempre tra i più interessanti e misteriosi della letteratura, nonché uno dei più gettonati, sin dagli albori. Non per nulla, per indagarne l’origine, bisognerebbe tornare molto indietro, a uno di quei popoli che hanno reso grande la civiltà cretese e che hanno dato modo ai nostri avi greci di elaborare il mito del minotauro. Una mostruosa creatura, questa, metà toro e metà uomo, nata dall’unione tra Pasifae e un toro bellissimo che il re Cretese, Minosse, non volle sacrificare al dio Poseidone. Per vendetta, la divinità fece innamorare la moglie del re proprio di quel toro e, visti i risultati spiacevoli, il re convenne di doverlo far rinchiudere. E dove? In un labirinto, divenuto il simbolo stesso della città di Creta, come il toro del resto.

In epoca antica, il labirinto aveva innanzitutto un’importanza religioso-metaforica, perché indicava l’errore della conoscenza. Ovvero, quanto fosse semplice confondersi, sbagliarsi, ma anche raggiungere la vera sapienza. Il labirinto aveva un’importanza sacrale, tanto che solo chi fosse stato in grado di scindere il vero dal falso, sarebbe potuto uscirne vivo. Teseo, l’eroe ateniese, non a caso riesce a venir fuori dall’intricato «gomitolo di strade» – potremmo dire, prendendo la metafora da Giuseppe Ungaretti – grazie proprio a un gomitolo: quello di Arianna, a riprova del fatto che occorre una logica, una conoscenza “super partes” per affrontare il labirinto ed uscirne incolumi.

Il labirinto è senz’altro estremamente diffuso nella letteratura, ma raggiunge il suo sviluppo in epoca rinascimentale e – meglio ancora – barocca, quando si fa metafora dell’incertezza e dell’illusione. Ludovico Ariosto, per esempio, nel suo Orlando Furioso, fa perdere i suoi eroici paladini nel Palazzo di Atlante, labirintico e illusorio luogo, simbolo della perdizione e della ricerca efferata di ciò che sfugge. Eppure, è tra Ottocento e Novecento che l’immagine mitica del labirinto si fa assai più ricca di significati. Essa diviene la rappresentazione della solitudine dell’uomo moderno, privato delle sue certezze e della sua umanità, alla perenne ricerca di un significato. Simbolo – quest’uomo perso – dello stesso intellettuale, non più in grado di rappresentare la realtà con le consuete strutture e allora propenso a intentare nuove forme di narrazione, come avviene nell’Ulisse di James Joyce o in America e Il castello di Franz Kafka.

Il labirinto diventa, allora, protagonista esemplare della letteratura del periodo, inserendosi nei romanzi anche a livello architettonico, in queste case e palazzi così ricchi di stanze, giardini e sotterranei. È il solo modo possibile per rendere i cambiamenti in atto con le guerre mondiali, imponendosi anche nella letteratura successiva. Non è un caso che Jorge Luis Borges lo inserisca in libri come Il giardino dei sentieri che si biforcano e, soprattutto, La Biblioteca di Babele (entrambi del 1941) o che Italo Calvino lo adoperi ne Il castello dei Destini Incrociati, per dare un ordine al caos esterno, ove vige l’alienante ambiente della società industriale.

Nel romanzo Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il modello labirintico e tutta la tradizione che vi è dietro sono utilizzati dall’autore nella descrizione di una scena molto interessante, che si svolge nelle stanze del palazzo di Donnafugata. Qui, a correre nelle stanze e a perdersi nei meandri del castello, sono Tancredi e Angelica, nomi non a caso ripresi dalla letteratura barocca italiana: «Tancredi voleva che Angelica conoscesse tutto il palazzo nel suo complesso inestricabile di foresterie vecchie e foresterie nuove, appartamenti di rappresentanza, cucine, cappelle, teatri, quadrerie, rimesse odorose di cuoi, scuderie, serre afose, passaggi, anditi, scalette, terrazzine e porticati, e soprattutto di una serie di appartamenti smessi e disabitati, abbandonati da decenni e che formavano un intricato labirintico e misterioso». La natura del labirinto si rivela essere illusoria e ingannatrice: «Ma nel palazzo non era difficile di fuorviare chi volesse seguirvi: bastava infilare un corridoio (ve n’erano di lunghissimi, stretti e tortuosi con finestrine grigliate che non si potevano percorrere senza angoscia), svoltare per un ballatoio, salire una scaletta complice, e i due ragazzi erano lontano, invisibili, soli come su un’isola deserta».

Il labirinto si fa, improvvisamente, teatro di giochi, non del tutto innocenti. In quel perdersi e ritrovarsi, lo scrittore costruisce un dramma amoroso, che ha un’origine barocca, in quanto trappola erotica per i due amanti. I due giovani corrono negli stretti corridoi, proprio per non essere ritrovati e stare da soli. Eppure, Giuseppe Tomasi di Lampedusa era anche un esperto conoscitore del Marchese De Sade, il quale aveva spesso usato nelle sue opere il labirinto, quale paradigma erotico. Vi è perfino qualcosa di spaventoso e misterico, vertiginoso, in questa corsa a perdifiato nel palazzo, che fa pensare a due romanzi di Edgar Allan Poe, di cui lo scrittore era un avido lettore: Metzengerstein e, soprattutto, Le Avventure di Gordon Pym, ove l’ammutinamento dell’equipaggio aveva messo a rischio la vita di Gordon, intrappolato in questa stiva labirintica. Così, Tomasi rappresenta la perdita di senno dei due innamorati, smarriti nel vortice della loro passione.

Eppure, questo non è l’unico dei riferimenti letterari di Tomasi, che difatti si ispira alla visita nel Palazzo Ducale di Mantova di Isabella Inghirami e Paolo Tarsis, contenuta nelle pagine iniziali di Forse che sì forse che no di Gabriele D’Annunzio. I due amanti esplorano l’antico palazzo, perdendosi nelle sue stanze, nei suoi corridoi, come fosse un labirinto. E, qui, smarrito il senno, il senso del tempo e dello spazio, il luogo abbandonato e immenso ispira la passione della coppia, che si bacia violentemente durante la visita. Seppur meno esplicito, nel Palazzo di Donnafugata si celebra la nascita di una grande passione tra i due giovani amanti, simbolo a loro volta di una letteratura barocca squisitamente italiana, che trova il proprio coronamento nel labirinto, il luogo che meglio la rappresenta e contraddistingue.

Adele Porzia

Nata in provincia di Bari, in quel del ’94, si è laureata in Filologia Classica e ha proseguito i suoi studi in Scienze dello Spettacolo. Giornalista pubblicista, ha una smodata passione per tutto quello che riguarda letteratura, teatro e cinema, tanto che non cessa mai di studiarli e approfondirli.