LetteraturaPrimo PianoIl “filantropismo dickensiano”

Monica Di Martino Monica Di Martino17 Settembre 2020
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L’età vittoriana fu caratterizzata, in Inghilterra, da un rapidissimo sviluppo industriale e da un enorme cambiamento sociale che portò all’affermazione della borghesia. Fu anche un’epoca di grandi tensioni sociali poiché lo sviluppo industriale rendeva più evidenti le condizioni di miseria delle masse operaie. La narrativa realistica che ne seguì rappresentò proprio questi aspetti: Charles Dickens, William Makepeace Thackeray e Anthony Trollope – per citare solo i più influenti – misero in risalto la realtà quotidiana e adoperarono l’umorismo per delineare i personaggi, spesso colti nel loro aspetto caricaturale o grottesco.

Dickens, proveniente da una famiglia piccolo borghese che versava in cattive condizioni economiche, fu attivo protagonista di questa corrente letteraria. Durante l’adolescenza dovette abbandonare gli studi per lavorare in fabbrica e, dopo un periodo in cui si dedicò al giornalismo, il successo arrivò con Il circolo Pickwich, un romanzo a puntate che racconta una serie di avventure comiche. Successivamente, l’autore passò al romanzo sociale (Oliver Twist) e alla descrizione della società industriale inglese (Tempi difficili). Quella di Dickens è un esempio tipico di narrativa come produzione industriale, dalla quale deriverà – oltre ai guadagni – una vera e propria rivoluzione culturale: il passaggio dal romanzo in volume al romanzo a puntate. Quest’ultimo, infatti, venduto a prezzo inferiore, diveniva accessibile a un pubblico molto vasto e ciò influenzerà la configurazione del romanzo dickensiano, anche in termini di valutazione critica la quale – talvolta – gli ha imputato numerosi difetti e cadute di gusto. Data la vastità di pubblico, l’autore utilizzava l’opera come veicolo di idee, per illustrare i problemi della società contemporanea, quali lo sfruttamento del lavoro infantile, la miseria dei ceti popolari e il ruolo dominante del denaro. Dickens, però, non prese mai nettamente posizione: nei suoi romanzi tutto si risolve “dall’alto”. Nelle sue opere domina, infatti, uno spirito di benevolenza e generosità che caratterizza i rapporti tra gli uomini, rivelando una concezione sostanzialmente ottimistica della società.

Il suo romanzo più famoso resta David Copperfield, la storia della formazione di un giovane, in cui riverserà proprio la sua esperienza. Attraverso esperienze dolorose, errori e leggerezze David diventerà maturo nei suoi rapporti sentimentali e lavorativi ma, sul piano tematico, appaiono l’indignazione per la durezza riservata all’infanzia, per la fatica del lavoro minorile e lo squallore di certi scenari cittadini, così come quel fine e felice umorismo di cui si serve per puntare alla deformazione umoristica e caricaturale, non accedendo mai a un registro turpe o disgustoso per colpire il lettore.

Monica Di Martino

Monica Di Martino

Laureata in Lettere e laureanda in Filosofia, insegna Italiano negli Istituti di Istruzione Secondaria. Interessata a tutto ciò che "illumina" la mente, ama dedicarsi a questa "curiosa attività" che è la scrittura. Approda al giornalismo dopo un periodo speso nell'editoria.