CinemaPrimo PianoIl Festival delle polemiche che fa male al cinema

Bianca Damato Bianca Damato12 Settembre 2019
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Quest’anno la Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, giunta alla 76esima edizione, è stata infiammata dalle critiche. Forse come mai era successo fino ad ora. Polemiche e discussioni hanno accompagnato gli undici giorni della rassegna. Il problema è che queste controversie non solo non giovano al cinema, che in occasioni come Venezia dovrebbe essere il protagonista indiscusso, ma lo oscurano proprio. Ma andiamo per ordine.

Alcune polemiche sono scoppiate poco prima che il Festival iniziasse, quando la presidente di giuria, la regista argentina Lucrecia Martel, ha annunciato che non avrebbe applaudito il film di Roman Polanski J’accuse, in concorso a Venezia, a causa del passato del regista, accusato di stupro. In più la Martel non avrebbe neanche partecipato alla cena di gala in onore di Polanski. Il tutto aveva riacceso il dibattito sul passato del regista e aveva messo in allarme i produttori del film – tra cui l’italiano Luca Barbareschi – che avevano addirittura pensato di ritirare la pellicola dalla competizione, in quanto le parole così dure da parte della presidente di giuria ne avrebbero inevitabilmente influenzato il giudizio. Il punto è che il presidente di una giuria, chiamato ad assegnare dei premi di non poco conto, dovrebbe cercare di rimanere imparziale su questioni che vadano oltre il film in sé, in caso contrario dovrebbe dimettersi, perché non in grado di ricoprire il proprio ruolo. La discussione si è accesa a tal punto da costringere il direttore della Mostra Alberto Barbera a intervenire: «Dobbiamo distinguere necessariamente l’artista dall’uomo – ha detto – la storia dell’arte è piena di artisti che hanno commesso crimini di diversa natura, tuttavia abbiamo continuato ad ammirare le loro opere. Lo stesso vale per Polanski, che secondo me è uno degli ultimi maestri del cinema europeo ancora in attività». Morale della favola alla fine del Festival il film di Polanski sul caso Dreyfuss ha vinto il Gran Premio della Giuria, il cosiddetto “leoncino” d’argento, ma a conti fatti sembra essere un premio di consolazione per mettere a tacere tutti coloro che hanno elogiato il film e che ne pretendevano un riconoscimento a ogni costo.

Altra polemica che ha infiammato il red carpet veneziano riguarda la premiazione di Luca Marinelli come miglior attore per il film di Pietro Marcello Martin Eden. Nel suo discorso di ringraziamento Marinelli ha voluto dedicare il premio «a tutte le persone splendide che sono in mare a salvare altri esseri umani che fuggono da situazioni inimmaginabili» e ha poi aggiunto: «Grazie anche per evitarci di fare una figura pessima con noi stessi e con il prossimo. Viva l’umanità e viva l’amore». A non gradire le parole dell’attore romano è stato il Codacons che ha diffuso una nota in cui ha definito la vittoria di Marinelli «una delle pagine più imbarazzanti della storia del cinema italiano». Il problema è che Marinelli ha scatenato le polemiche, ma non è stato l’unico a parlare di migranti. Anzi è stato uno dei tanti. Nel suo discorso di ringraziamento anche Ariane Ascaride, attrice francese di origini italiane, ha voluto parlare della questione migratoria, se vogliamo con parole ancora più dure: «Io sono nipote di migranti italiani che per fuggire la miseria sono arrivati a Marsiglia questo premio che mi dà la possibilità di ritrovare le mie radici. Io ho una ricchezza incredibile – ha proseguito l’attrice – sono figlia di stranieri ma sono francese. È importante avere più culture. Questo premio lo dedico a chi dorme per l’eternità nel fondo del Mediterraneo». In seguito l’attrice, intervistata dai giornalisti proprio per spiegare le sue parole, ha rincarato la dose, ribadendo quanto sia vergognoso che i governi non si occupino a dovere dei migranti e sottolineando quanto tutta la comunità europea abbia l’obbligo morale di aiutare queste persone. Eppure le parole di Ariane Ascaride non hanno sortito alcun effetto tra l’opinione pubblica italiana, forse perché l’attrice nel nostro paese non è molto nota al grande pubblico. Ma non hanno sortito effetto neanche le parole di Roger Waters, il fondatore dei Pink Floyd, di certo ben noto tra il pubblico. Waters era presente al Lido per presentare un docu-film sui suoi concerti. «I migranti non attraversano il Mediterraneo perché vogliono mangiare la vostra pizza, ma perché sono disperati, salvateli» ha dichiarato.

Insomma è evidente che la politica è entrata a gamba tesa al Festival di Venezia ed è giusto che sia così. D’altronde la politica, o meglio l’attualità, è sempre stata collegata con la settima arte che ha lo scopo di raccontare la società, i costumi, il mondo. Il problema emerge laddove la polemica e il dibattito feroce scavalcano il cinema, lo oscurano, spostando l’attenzione su qualcos’altro. Dovremmo ricordare che la rassegna cinematografica di Venezia, come recita il sito ufficiale, ha lo scopo di «favorire la conoscenza e la diffusione del cinema internazionale in tutte le sue forme di arte, di spettacolo e di industria, in uno spirito di libertà e di dialogo», un principio che forse, quest’anno, a volte si è perso.

Bianca Damato

Bianca Damato

Sono nata a Benevento ma ho sempre vissuto a Roma. Oggi sono giornalista praticante a Napoli. Mi piace viaggiare e scoprire nuove culture per arricchirmi e magari un giorno racconterò le meraviglie del mondo. Nel tempo libero vado al cinema e a teatro e non mi perdo mai un gran premio di MotoGP.