CinemaPrimo PianoIl divario, il boom, lo schianto: La voglia matta di Luciano Salce

Mattia Pescitelli Mattia Pescitelli23 Ottobre 2019
https://lacittaimmaginaria.com/wp-content/uploads/2019/10/dvdvdvdsd.jpg

1962. Centouno anni da quel fatidico 1861 che vide la nostra smembrata penisola trovare un’unione sotto lo stesso vessillo, la stessa bandiera. Da quel giorno di Unità, la storia sembra aver accelerato il passo, portando il neonato Stato a confrontarsi con il mondo moderno, quello tecnologicamente avanzato. Quello della quantità, dei “numeri”. In tutto questo trambusto, un Paese come l’Italia ha fatto molta fatica a spiccare rispetto le principali potenze economiche mondiali. Ogni suo passo volontario ha portato su di una mina, dalla quale è riuscita a sopravvivere solo grazie all’aiuto di qualche “anima pia” di passaggio che l’ha afferrata al volo e che non ha esitato neanche un secondo ad approfittare del favore reso.

Di tutti gli sbagli dei quali ha dovuto pagare a caro prezzo le conseguenze, forse il “boom” economico dei primi anni Sessanta è quello che ha segnato maggiormente l’attuale condizione del Paese. È bastato meno di un decennio, dal 1958 ad un approssimativo 1964, per far sì che l’Italia cadesse in una spirale discendente verso un baratro dal quale, probabilmente, non riuscirà mai più a emergere. Dopo la guerra, ogni minima scintilla di benessere sembrava un miracolo. E proprio di miracolo si parla in questi anni. Un “miracolo economico”. Un “boom” di felicità, di spensieratezza, di agiatezza. Ma ogni esplosione, ha la sua onda d’urto.

Infatti, di lì a poco, la forza dirompente con la quale il miracolo si era presentato ai cittadini avrebbe fatto collassare la precaria edificazione che era stata frettolosamente tirata su col cemento armato. Ha sortito lo stesso effetto di un’esplosione atomica. Tutti a guardare, ammaliati, lo sfarzo pirotecnico all’orizzonte, come se si trovasse su di uno schermo. Solo che lo spettacolo al quale stavano assistendo era reale. La forza distruttiva dell’impatto fa terra bruciata di tutto ciò che trova sul suo inarrestabile cammino. E ciò che rimane, alla fine, è una landa arida, morente, unico retaggio di quegli anni di esaltazione della vita. È stato un decennio, quello, pieno di speranze, di vivide illusioni, di lontananza dal dolore lacerante della guerra. Si iniziava finalmente a ricostruire, a tirare su le fondamenta di un futuro radioso, peccato che quel futuro non vedrà mai la luce. Il cantiere è abbandonato da anni.

Nel bel mezzo di questa esaltazione nazionale si trova il cinema italiano. Quel cinema che era risorto come una fenice dalle ceneri del secondo conflitto mondiale. Tutto il mondo ha guardato le terribili condizioni del dopoguerra attraverso il filtro dei grandi autori neorealisti. Tutti hanno riscoperto l’amore per il Bel Paese, quello dei grand tour di fine Ottocento. È nata proprio in questi anni la “Hollywood sul Tevere”, nella Roma della “dolce vita”, di Via Veneto, dei grandi divi e, soprattutto, delle grandi dive del cinema italiano.

Nessuno sembra preoccuparsi della sfrenatezza con la quale il popolo italiano si sta lasciando trasportare da questo ritrovato benessere. Tutti cercano di farne parte. Ogni cittadino vuole farsi il bagno nel mare del miracolo economico, ma fin troppi verranno portati via dalla corrente. Per riuscire a far capire alle persone il grave pericolo al quale stanno andando incontro, bisogna parlare la loro stessa lingua. E per questo il cinema vira. Il Neorealismo è cosa vecchia. Nessuno vuole più deprimersi nel ricordare la situazione nella quale si trovava coinvolto fino a poco tempo prima. Ora il pubblico vuole ridere, si vuole rilassare, vuole andare al cinema per “vedere” e per “vedersi”. Ed è così che nasce la commedia all’italiana, una tendenza cinematografica tutta nostrana che metteva in luce l’Italia di quegli anni. L’Italia del miracolo economico, delle tangenti, delle automobili e dei frigoriferi.

Protagonisti di queste storie sono solitamente uomini di mezza età che stanno con un piede dentro e uno fuori alla festa del “boom”, come la maggior parte degli italiani di quegli anni, alla costante ricerca dell’ostentazione economica e del benessere familiare. Sono uomini, quelli della commedia all’italiana, “veri”, tangibili, con i quali il pubblico poteva facilmente identificarsi. Sull’orlo del successo o diversi gradini sotto esso. Per molti di questi personaggi tutto ciò che conta è far vedere che sono immersi completamente nelle dinamiche del “boom”, che sono stati colpiti in pieno dal benessere. Come ci dimostra il Bruno Cortona de Il Sorpasso (1962) di Dino Risi, fiondato con la sua Lancia Aurelia B24 Spider verso il miracolo economico che, in realtà, riesce a trovare solo nello specchietto retrovisore, sorpassato ormai da un pezzo. Il tema del “boom” mancato è centrale in quasi tutte le pellicole in questione. I registi sembravano essere l’unica entità italiana ad accorgersi che quel miracolo economico che tutti andavano cercando e che in pochi stavano veramente vivendo era in procinto di scomparire molto presto. Risi ce lo mostra già nel ’62 proprio con quel finale, amarissimo, dove l’ultimo sorpasso è quello fatale. Dove l’intelletto e la razionalità muoiono definitivamente, ormai privi di dimora in questo mondo, mentre la sregolatezza e l’ostentazione sopravvivono, ma a un prezzo carissimo: la consapevolezza delle loro azioni. Non solo Risi. Molti altri registi di questi anni notano l’imminente catastrofe, esplicitandola più o meno marcatamente nelle loro opere.

La voglia matta di Luciano Salce è proprio una di queste pellicole. Datato anch’esso 1962, il film mette in mostra un’Italia divisa tra le vecchie generazioni, quelle che hanno visto la guerra e hanno assaporato la rivincita economica, e le nuove, quelle dei ragazzi “sfaticati”, dei figli dei fiori, delle estati passate in spiaggia e degli inverni in aula. Quella che sarà la generazione del ’68, insomma. E proprio con questa forte dicotomia, Salce racconta un’Italia condannata dall’impossibilità di comunicare, di capirsi, di accettarsi.

Il protagonista è l’ingegner Antonio Berlinghieri (interpretato dall’irresistibile Ugo Tognazzi), un uomo sull’orlo dei quarant’anni pienamente immerso nel miracolo economico, come ci dimostra la sua autovettura (riscontro inconfutabile, in quegli anni, del “livello” di benessere raggiunto, nonché simbolo indistinguibile del “boom”), che si unisce, suo malgrado, a un gruppo di giovani diretti verso una casa fatiscente sul mare per trascorrere gli ultimi giorni d’estate prima del rientro in città. Pur provando in tutti i modi ad allontanarsi da quella combriccola di amici, l’ingegnere torna sempre da loro, come una calamita attratta irrefrenabilmente dal metallo. Inizialmente, attribuiamo questo innato interesse alla passione segreta che Berlinghieri prova per la sedicenne Francesca (Catherine Spaak).

Tuttavia, ci accorgiamo ben presto che, più che l’attrazione fisica, è la “voglia matta” di sentirsi giovane a spingere l’ingegnere a tornare ogni volta in quella fatiscente casupola sul mare. Nell’ottica della situazione italiana di quegli anni, ciò si traduce nel desiderio dei “non più giovani” di far parte del futuro, pur continuando a vivere secondo le proprie regole. Ma ciò non è possibile. Il divario tra le due generazioni è troppo ampio. Anche se si cerca di tendere la mano, non si riuscirà mai a raggiungere l’altro fronte, quello diretto verso il domani. Berlinghieri ci prova in tutti i modi, ma fallisce miseramente ogni volta. I gusti musicali sono diversi, la comicità è diversa, il corpo è diverso.

L’unico momento in cui i due mondi sembrano avvicinarsi è durante quel bacio sulla spiaggia tra Antonio e Francesca mediato, tuttavia, dallo sguardo della cinepresa imbracciata dai giovani, intenti a girare un film. Questo divario generazionale è colmabile solo davanti alla macchina da presa. Su un set, tra l’altro, come la spiaggia, dove ci svestiamo della nostra classe sociale e interpretiamo ruoli per apparire come persone che, in realtà, non siamo. Serve la negoziazione del cinema per far si che i due mondi si incontrino. Senza di esso, la distanza aumenta sempre più, fino a che questi ultimi saranno così lontani da dimenticarsi l’uno dell’altro.

E allora quel finale, nel quale Tognazzi sembra essere finalmente riuscito a integrarsi, a diventare parte di quel “nuovo mondo” che tanto bramava, diventa emblematico. Dopo il rituale di passaggio, dopo la sua incoronazione a capo del gruppo, viene abbandonato sulla spiaggia, dimenticato inevitabilmente dal futuro, utilizzato come mezzo di intrattenimento, sfruttato per la sua divertente inadeguatezza rispetto al mondo che insegue con tanta avidità. Non gli resta nient’altro da fare se non rimettersi in cammino con la sua macchina ormai scassata, ammaccata dai tempi, travestito da “indiano”, come di ritorno da chissà quale esagerata festa privata. Perso sulla grande autostrada del “boom”, priva di uscite. Tutti in fila, in attesa della fine. Diretti verso un cimitero di ferro e vetro. Proiettati verso gli anni Settanta. Il miracolo nello specchietto. Il tritolo nel cofano.

Mattia Pescitelli

Mattia Pescitelli

Nato a Roma, è attualmente studente di Cinema, Televisione e Nuovi Media in DAMS presso l’Università degli Studi Roma Tre. Oltre all’amore per il cinema, prova anche un profondo interesse per il mondo della fotografia e delle Arti nel loro insieme, apprezzando quando questi entrano in collisione e si amalgamano per diventare un unico ibrido, vera essenza del panorama artistico contemporaneo.