Guido Gozzano, nato ad Agliè, in provincia di Torino, nel 1883, è considerato il principale esponente di quel movimento letterario che, agli inizi del Novecento, venne denominato “crepuscolarismo”. All’università frequentò dapprima la facoltà di giurisprudenza ma ben presto venne attratto dalle lezioni di letteratura italiana tenute da Arturo Graf. I letterati e i poeti con cui entrò in contatto in questo periodo erano propensi ad accogliere le novità stilistiche provenienti dal resto del continente europeo, tralasciando la poetica “dannunziana”, dalla quale successivamente anche Gozzano se ne discosterà. La sua prima raccolta poetica è La via del rifugio (1907), composta quando erano già iniziati i suoi problemi di salute legati alla tisi, malattia che lo porterà alla morte nel 1916. Nonostante la salute cagionevole, nel 1911 riesce a pubblicare l’altra importante raccolta, I colloqui, che lo condurrà a un maggiore successo anche in ambito giornalistico: collabora con La Stampa e La Lettura.
La poesia di Gozzano, essendo legata al crepuscolarismo, dimostra una predilezione nei confronti del semplice, dell’umile, del quotidiano; diviene anche modello per i poeti della generazione a venire: Eugenio Montale scriverà infatti di come Gozzano riuscisse a far «cozzare l’aulico col prosaico», costituendo in questo modo un efficace antidoto contro l’ampollosità dello stile dannunziano, ma allo stesso tempo mantenendo un’eleganza che lo contraddistinse rispetto agli altri crepuscolari.
Questa sua raffinatezza lo tiene sempre un po’ distaccato dal mondo semplice e quotidiano che tanto agogna, ambiente verso il quale prova un’inesauribile nostalgia, la quale lo porta persino a “vergognarsi” di essere poeta. Tale sentimento è espresso nella già citata raccolta I colloqui, in cui è evidente la certezza del poeta di non essere in grado di comporre versi in quella società borghese incline alle cose più concrete e totalmente estranea all’arte e al mondo poetico.
La poetica di Gozzano è allora sia esaltazione sia denuncia della non poeticità del mondo borghese: uno dei temi centrali nei suoi versi, la malattia (tratto ovviamente autobiografico), serve allora come elemento di difesa nei confronti della routine di tale scenario, il quale desta ammirazione e repulsione allo stesso momento. La poesia che esprime la sua “vergogna” di essere poeta, La Signorina Felicita, ovvero La Felicità, contiene anche il tema della malattia come pretesto per trovare una via di fuga dall’ambiente modesto nel quale la Signorina Felicita vive: «Dove andrò! Non so… Viaggio / viaggio per fuggire altro viaggio…»
Gozzano delinea in questa poesia un contrasto che diviene il fondamento della sua poetica. La casa in cui la signorina vive è «dolce» e, ricoperta di granoturco fino al tetto, sembra una «dama secentista, invasa / dal Tempo». Tale luogo consente al poeta di vivere «tra le stoviglie a vividi colori», in «quel silenzio e quegli odori / tanto tanto per me consolatori»: in tutti questi particolari vi trova la sicurezza delle cose comuni, una fuga dall’eccezionale. Persino i suoi versi vengono composti al ritmo di queste cose domestiche, allineandosi al rumore delle stoviglie che urtano tra loro: «accordavo le sillabe dei versi / sul ritmo eguale dell’acciottolio».
Questo universo di dettagli lo portano lontano da «questa vita sterile, di sogno» che è il mondo della letteratura, eppure, paradossalmente, più propenso alla composizione lirica. Per amore di Felicita si dichiara disposto ad abbandonare la letteratura:
Ah! Con te, forse, piccola consorte
vivace, trasparente come l’aria,
rinnegherei la fede letteraria
che fa la vita simile alla morte…
E ancora, decantando le virtù della «vita ruvida concreta», la quale consente di «vivere di vita», esclama: «Io mi vergogno, / sì, mi vergogno d’essere un poeta!».
Dedica questi versi a una donna non in grado di comprenderli e ciò lo rende addirittura entusiasta:
Penso che leggendo questi
miei versi tuoi, non mi comprenderesti,
ed a me piace chi non mi comprende.
Tali versi mettono più chiarezza sul dualismo che è stato discusso circa l’attrazione e la repulsione che il mondo borghese suscita nel poeta. Sembra quasi che Gozzano voglia integrare nella propria poesia l’impoetico, l’anti-lirico, solo perché in tal modo è sicuro di dimostrarne la mancanza di poeticità. Solo nelle vesti di poeta può essere in grado di notare e di delineare tutti i tratti estranei all’arte presenti nel dimesso mondo del quotidiano. Sotto questo punto di vista, calzante è ancora una volta la definizione data da Montale, secondo il quale la poesia di Gozzano è fondata «sull’urto, o “choc”, di una materia psicologicamente povera, frusta, apparentemente adatta ai soli toni minori, con una sostanza verbale ricca, gioiosa, estremamente compiaciuta di sé».

Lucia Cambria
Siciliana, laureata in Lingue e letterature straniere e in Lingue moderne, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi, nel 2020 ha trasposto in italiano per Arbor Sapientiae il romanzo "L’ultimo uomo" di Mary Shelley.