LetteraturaPrimo PianoL’insopprimibile sete di conoscenza dell’Ulisse dantesco

Adele Porzia8 Luglio 2021
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Tra i saggi di Jorge Luis Borges, uno dei più belli è proprio quello dedicato alla Divina Commedia, un libricino che la critica ha molto apprezzato proprio per le riflessioni a cui spinge il lettore. Borges è senz’altro uno dei più colti e geniali pensatori del Novecento, e quello che scrive in quest’opera – che tutto vuol essere fuorché un trattato scientifico – è una concreta manifestazione del suo immenso amore per Dante Alighieri. Il suo Nove saggi danteschi ha, infatti, un grande valore meta-culturale, interdisciplinare, nonché intellettuale. Ci si trova di fronte alla magia che avviene quando uno scrittore si ritrova a parlare di un altro scrittore, un po’ come Salvatore Quasimodo quando tradusse le liriche greche; incontri che regalano emozioni intense ai lettori di ogni epoca.

Borges, effettivamente, nel saggio dedicato ad Ulisse – il grande re di Itaca – sottolinea l’elemento che lo rende unico e grande in Dante: il poeta fiorentino, infatti, voleva farne un ritratto della libertà, del desiderio di conoscenza a ogni costo. Ulisse, dopo essere stato lontano vent’anni da casa, fa un grande ritorno in Patria, caccia i pretendenti – travestendosi da mendicante – e riprende il trono, ormai sempre più in balia dei proci. E Jorge Luis Borges questo lo mette bene in luce: «Ulisse narra che separatosi da Circe, che l’aveva trattenuto più d’un anno a Gaeta, né la dolcezza del figlio, né la pietà (da intendere in termini latini come pietas, devozioni nei confronti dei genitori e degli dei) che gli ispirava Laerte, né l’amore di Penelope poterono vincere l’ardore ch’era in lui di conoscere il mondo e i difetti e le virtù degli uomini».

Naturalmente, il ritratto che ne fa Dante è molto distante da quello omerico, che potremmo considerare la prima delle fonti, perché effettivamente è la prima fonte scritta che noi posteri possediamo. Eppure, Odisseo (per dirlo alla greca) è materia letteraria; è racconto che viaggia di bocca in bocca da generazioni. Si tratta di una storia antica, che risale alle prime navigazioni e conquiste per mare. Racconta di quando i primi navigatori solcavano il Mar Mediterraneo, alla ricerca di terre in cui vivere. Si stabilivano in nuovi territori e perdevano ogni contatto con la madrepatria. Odisseo, come i tanti eroi di cui si narravano grandi storie, voleva essere un esempio, un ammonimento. Per tutti coloro che hanno ripreso le fila della sua storia, Odisseo era portatore di significato. Lo era per Omero, per Pseudo-Apollodoro, per Cicerone, Virgilio, Seneca e per tanti altri. Vi è un passo dell’Odissea che è particolarmente indicativo per comprendere la natura dell’Odisseo omerico. Quando l’eroe di Itaca si trova presso Calipso, la ninfa fa di tutto per convincerlo a restare. Gli promette perfino l’immortalità e Odisseo sa bene a cosa rinuncia volendo tornare a casa, ma «anche così desidero e invoco ogni giorno / di tornarmene a casa, vedere il ritorno. / Se ancora qualcuno dei numi vorrà tormentarmi sul livido mare / sopporterò, perché in petto ho un cuore avvezzo alle pene. Molto ho sofferto, ho corso molti pericoli / fra l’onde e in guerra: e dopo quelli venga anche questo».

E se in Omero, questo grande eroe desiderava ritornare a casa, in Dante desidera ripartire, conoscere, vedere più di qualunque altro vivo. Con l’ultima nave che rimane, con i pochi uomini che gli erano ancora fedeli, si avventura in mare aperto, verso ciò che ancora non conosce; quando sono ormai vecchi, lui e il suo equipaggio giungono stremati alla linea che separa i vivi dai morti, la gola ove Ercole aveva fissato le sue invalicabili colonne. E qui, a questo punto focale del viaggio, i compagni sono distrutti, impauriti, desiderosi di fermarsi. E, allora, Ulisse pronuncia loro il suo più intenso discorso: «’O frati’ dissi ‘che per cento milia / perigli siete giunti a l’occidente, / a questa tanto picciola vigilia / de’ nostri sensi ch’è del rimanente, / non vogliate negar l’esperienza, / di retro al sol, del mondo sanza gente. / Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza’».

Il desiderio di conoscenza diviene più importante della morte certa, generando uno dei più gravi atti di blasfemia, se non il più grande: spingere altri ad andare oltre quello che si è destinati a conoscere significa, infatti, imitare Adamo ed Eva e la loro cacciata dall’Eden. Nessun crimine può essere più grande. Ed è incredibile quello che accade quando i personaggi dell’Inferno, più che in tutti gli altri regni, raccontano la loro storia: pare che svanisca tutto intorno a loro, che non vi sia altro spazio, se non il racconto stesso. Il mondo infernale decade sotto il peso di ogni storia e qui, più che in altri momenti, si è su quella nave, con Ulisse, a varcare il finito per imbattersi nell’infinito, che parafrasando William Shakespeare e il suo Amleto, è l’inesplorabile dei continenti dalla cui frontiera non c’è viaggiatore che torni.

Adele Porzia

Nata in provincia di Bari, in quel del ’94, si è laureata in Filologia Classica e ha proseguito i suoi studi in Scienze dello Spettacolo. Giornalista pubblicista, ha una smodata passione per tutto quello che riguarda letteratura, teatro e cinema, tanto che non cessa mai di studiarli e approfondirli.