In A Philosophical Enquiry into the Origin of Our Ideas of the Sublime and Beautiful (Un’indagine filosofica sull’origine delle nostre idee di Sublime e Bello, 1757) il filosofo Edmund Burke delinea i confini esistenti tra i concetti del “bello” e del “sublime”, polarità essenziale nell’illustrare il passaggio dal Neoclassicismo al Romanticismo. Quest’ultimo ha tra i propri tratti distintivi proprio quegli elementi che suscitano «l’emozione più forte che alla mente sia dato di provare» (Burke): così è descritto il sentimento del sublime, quel «delightful horror» («delizioso orrore») che viene provato quando il pericolo, il dolore, la pietà divengono fonti di diletto, una «tranquillity tinged with terror» («tranquillità venata di terrore»). Burke associa il sublime a ciò che è vasto, infinito, spesso anche ripetitivo: è sublime uno scenarioo selvaggio, una determinata struttura architettonica come una cattedrale o un castello fatiscente. La letteratura era in grado, secondo Burke, di suscitare anche emozioni legate al sublime: egli citava a tal proposito le tragedie shakespeariane e il Paradise Lost di Milton. Insieme a questi, non può mancare, ovviamente, la letteratura gotica, sorta proprio alla fine del XVIII secolo e iniziata da Horace Walpole (1717-1794) con la scrittura del romanzo The Castle of Otranto (1764), disseminato di ambientazioni in luoghi sinistri e perigliosi: strapiombi, celle, castelli e torri.
Il protagonista di The Castle of Otranto è Manfred, il signore del castello, che cerca di aggirare una vecchia profezia prendendo in moglie Isabella, la promessa sposa di suo figlio, morto in maniera inspiegabile proprio nel giorno del suo matrimonio: un elmo gigante cade dall’alto schiacciandolo.
Walpole era affascinato dalla storia medievale, tanto che nel 1749 si fece costruire Strawberry Hill House, un castello: uno dei primi esempi del revival gotico in architettura che cercava di opporsi al gusto barocco del tempo. Dettagli come torri e parapetti vennero inclusi nella costruzione dell’edificio per creare quel senso di oscurità adatto a ospitare la collezione di oggetti d’antiquariato dello scrittore. Walpole coltivava quindi due campi distinti ma in qualche modo uniti da una notevole affinità: egli stesso affermò che Strawberry Hill poteva essere «l’abitazione quanto mai appropriata per l’autore del Castle of Otranto, come se fosse proprio lo scenario che lo ha ispirato».
Walpole infatti finge che il racconto da lui narrato sia in realtà di provenienza italiana, scritto da un fittizio «Onuphrio Muralto» e stampato a Napoli nel 1529. Lo scrittore racconta, nella prefazione della prima edizione, che questo libro sarebbe poi stato ritrovato presso una famiglia cattolica inglese. Questo espediente della finzione serve a Walpole per giustificare la presenza, all’interno dell’opera, di elementi del meraviglioso e collegati alla magia o alla negromanzia: prodigi, morti subitanee, possessioni, profezie e sogni. E legata alla sfera onirica è anche la genesi dell’opera, così come scrive lo stesso autore in una lettera: «Un mattino al principio di giugno dell’altr’anno mi svegliai da un sogno, di cui tutto quel che potei ricordare era che io mi credevo in un antico castello […] e che sulla più alta balaustrata di una grande scala io vidi una gigantesca mano coperta da un’armatura. La sera mi misi a scrivere, senza la minima idea di quel che intendevo dire o riferire». Tutta questa aria miracolistica attorno al romanzo ne aumentava la valenza artistica. La mano nell’armatura del sogno, nel racconto diviene un elmo gigantesco, elemento che permette di collegare il romanzo a un’autorevole fonte di ispirazione. L’estetica del sublime nell’opera è difatti ulteriormente accresciuta dall’evidente influenza delle incisioni di Giovanni Battista Piranesi, definite da Walpole dei «sublimi sogni» in cui «ammassa palazzi su ponti, e templi su palazzi, e scala il cielo su montagne di edifizi»: l’elmo, oggetto presente nell’opera e nelle illustrazioni del romanzo, è infatti presente in un’acquaforte di Piranesi, in cui un elmo sormonta la cima di una grande scalinata.
La prefazione della seconda edizione, invece, può essere considerata il vero manifesto del genere gotico, in quanto in essa viene detto espressamente che l’opera ha come sottotitolo “A Gothic Story”. Inizialmente pubblicato sotto pseudonimo, da questa seconda edizione in poi Walpole dichiarò di essere l’autore dell’opera: «La maniera positiva con la quale questo breve racconto è stato recepito dal pubblico, richiede che l’autore spieghi le origini della sua composizione», vista come «un tentativo di unire le due tipologie di racconto, l’antico e il moderno. Nel primo tutto era immaginazione e improbabilità: nel secondo, la natura è onnipresente». L’“antico” è, allora, definito dalla sua natura fantastica, mentre il “moderno” ha le proprie radici nel realismo, nella vita comune. Proprio questa commistione consente a Walpole di rendere efficace quel sentimento del sublime, il «delightful horror» che scaturisce da ciò che è terrifico ma distante e che quindi garantisce l’invulnerabilità dell’osservatore.

Lucia Cambria
Siciliana, laureata in Lingue e letterature straniere e in Lingue moderne, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi, nel 2020 ha trasposto in italiano per Arbor Sapientiae il romanzo "L’ultimo uomo" di Mary Shelley.