Primo PianoTeatro e DanzaIl corpo anarchico e il suono del piacere di Luciana Achugar

Giada Oliva8 Agosto 2019
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Avvicinarsi al lavoro della coreografa e danzatrice Luchana Achugar significa innanzitutto comprendere le sue origini latino americane. La Achugar è nata a Montevideo in Uruguay ma per   studiare danza si è trasferita a New York negli anni ‘90, città dove ancora vive. Nel suo manifesto di ricerca scrive che «lavora per la rabbia di essere latino americana e vivere al centro dell’impero in un mondo post- coloniale». Orgogliosa delle sue origini, molti dei suoi lavori hanno il titolo in spagnolo come Puro Deseo o Otro Teatro. Oltre alla difficoltà, nonostante sia bilingue, di tradurre alcune sfumature di concetto in inglese spiega che questa scelta riflette il suo «orgoglio o resistenza latina contro il dover tradurre e accogliere sempre la cultura dominante», pur sapendo che nel contesto in cui opera la lingua principale è l’inglese.

I suoi lavori tengono molto in conto l’esperienza del pubblico e – abituata a operare in un ambiente anglosassone – la scelta dello spagnolo è un modo per forzare le persone a pensare al significato di ciò a cui stanno assistendo nel tentativo di far lavorare gli spettatori fuori dalla loro zona di comfort linguistico.

Otro Teatro (Altro Teatro) è un titolo programmatico perché tutto il percorso di ricerca della Achugar è incentrato sul donare al pubblico una nuova esperienza di teatro, soprattutto per quanto concerne il tempo e lo spazio che nelle sue performance vengono reinventati. Il mezzo tramite cui realizza questo intento è il piacere, l’esplorazione del piacere del corpo. La Achugar non è interessata a far pensare diversamente le persone ma a far loro provare qualcosa cercando di dare espressione al desiderio dei «nostri corpi incivili». «Sto cercando di proporre un altro modo di vedere le cose» – rivela – «ma anche di spostare le molecole nella stanza o nei corpi delle persone».

La danza di Otro Teatro si svolge sulle ceneri di un teatro distrutto, a cui si allude solo metaforicamente: la Achugar è sola in scena, nuda, striata di rosso, ha i capelli selvaggi ed è coperta da un tessuto morbido e luccicante che in Uruguay serve per ombreggiare le piante. L’intenzione della coreografa è proporre l’immagine di un’artista nella società attuale che equivale a quella di una strega o di uno sciamano. Ai tempi di Puro Deseo, dove ballava in coppia con un ballerino, aveva dichiarato di voler lanciare un incantesimo sul pubblico: le sue danze sono infatti danze primordiali e rituali che vogliono coinvolgere il pubblico in una comunione di sensazioni. Otro Teatro dura più di due ore perché il «piacere richiede tempo», ma se si è stati persuasi a dovere si può superare la nozione di tempo convenzionale e avere accesso a un tempo altro, un tempo rituale dilatato. Non esistono suoni o musiche nella performance se non quelle che provengono dal corpo della Achugar e dal tessuto, insomma dalla stessa danza quasi a voler unire in un rito estatico il suono al movimento. Non è casuale tutto ciò, rientra nell’intento di esplorare la relazione tra suono e movimento e come essi possano avere la stessa origine. Sono gemiti i primi suoni che sentiamo provenire dal palco, essi crescono insieme al dondolio delle gambe della Achugar per poi elevarsi in un canto che ha la qualità di un lamento.
L’intero lavoro nasce da 45 minuti di improvvisazione – «un’improvvisazione di piacere» con i quali la Achugar faceva iniziare tutte le sue prove. Questo non significa che non sia un lavoro estremamente progettato e con un’idea ben precisa di coreografia; possiamo intendere questa componente di improvvisazione come un indulgere completamente nel piacere di fare ciò che è bello e fa stare bene.

Nel 2016 viene concepito Un epilogo per Otro Teatro: True Love in cui la Achugar non è sola ma insieme a diversi danzatori con i quali costruisce un vero rituale in cui scava in profondità alla ricerca del corpo primordiale e del nostro desiderio primigenio di ballare. La performance viene considerata come un’occasione preziosa di guarigione che attiva visceralmente lo spettatore di solito passivo e lo fa passare dall’apatia all’empatia, facendogli scegliere il modo in cui interagire con i danzatori. «Un rituale di crescita di un corpo collettivo sensazionale, connesso e decolonizzato, pieno di amore e magia. Un corpo incivile, un corpo utopico». Il rituale dovrebbe portare a una nuova consapevolezza di se stessi e alla liberazione di un nuovo sé che viene definito «post-civile» e che è in grado di resistere e non farsi irretire dalle concezioni occidentali di bellezza e ordine.

Giada Oliva

Romana, classe '85. Sono laureata al Dams in Storia del teatro italiano con una tesi sulla storia orale del Beat 72. Ho studiato per diversi anni teatro e danza contemporanea. Amo essere una cacciatrice di esperienze e di nuovi punti di vista.