CinemaPrimo PianoIl cielo in una stanza: gli anni ‘90 dei Vanzina tra inquietudini generazionali e trivialità (parte 1)

Alessandro Amato4 Agosto 2019
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Senza Enrico Vanzina non ci sarebbe mai stato Mediterraneo (1991) di Gabriele Salvatores. Ci credereste? Eppure è la verità. A quel tempo, infatti, lo sceneggiatore romano, autore col fratello Carlo di pellicole come Vacanze di Natale (1983) e Yuppies (1986), era stato nominato direttore di produzione della Penta Film, società nata da un fragile sodalizio fra il gruppo Berlusconi e la famiglia Cecchi Gori e dall’assorbimento temporaneo della Medusa Distribuzione. L’idillio non durò molto ma permise almeno di sviluppare un progetto di quattro anni per produzioni interne, collaborazioni con soggetti esterni e soprattutto per la distribuzioni di film esteri, in particolare blockbuster statunitensi. Infatti, grazie alla Penta sono arrivati da noi Atto di forza (1990), Basic Instinct (1992) e non solo. In tutto questo, il ruolo di Vanzina era importantissimo in quanto amico sia di Vittorio Cecchi Gori sia di Silvio Berlusconi e quindi in grado di mediare fra le due parti.

Il suo ruolo, insomma, era quello di parlare per l’una o per l’altra a seconda della situazione, ma era sua mansione anche scegliere le sceneggiature più interessanti da realizzare direttamente, senza servirsi di altre realtà produttive. L’idea alla base di Mediterraneo lo appassionò per un motivo molto semplice: gli ricordava un film del padre Steno. In effetti, anche ne I due colonnelli (1963) c’era un paesello della Grecia invaso in successione da italiani e da inglesi e un paio di scapestrati soldati che non amavano la guerra e diventavano amici della gente del posto. È chiaro che poi Salvatores gli avrebbe dato dignità da Oscar, ma lo spunto era da commedia all’italiana poiché già negli anni d’oro del nostro cinema si era rivelata la natura degli italiani, tutt’altro che conquistatori.

Ma al di là di questo incontro prettamente incidentale, i rapporti dei fratelli con Salvatores non sembrano esaurirsi qui. In primo luogo, c’è Diego Abatantuono, che il regista napoletano naturalizzato milanese ha ereditato direttamente dal cinema vanziniano del decennio precedente. E poi salta all’occhio la vicinanza della “tetralogia della fuga” costituita da Mediterraneo insieme a Marrakech Express (1989), Turné (1990) e Puerto Escondido (1992) alla poetica dell’evasione presente anche nel suggestivo Sognando la California (1992) dei Vanzina. Guardate tutte insieme, senza azzardare confronti o cercare similitudini stilistiche, questi film danno l’impressione di esprimere un comune sentire generazionale, ovvero di incarnare la riflessione storica di una determinata generazione, alla quale Gabriele Salvatores, Carlo ed Enrico Vanzina appartengono e alla quale si rivolgono: quella che agli inizi degli anni Novanta si ritrova orfana di un impegno politico – per dirlo con Roberto Escobar – «in bilico tra una utopia che sfuma e un realismo che incombe».

Infondo, Mediterraneo non solo è «dedicato a tutti coloro che stanno scappando», ma è accompagnato da una citazione del filosofo francese Henri Laborit: «In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare». E a pensarci meglio, alcuni dei lavori dei Vanzina degli anni Novanta si presterebbero a una rilettura su questa traccia. Infatti, i loro personaggi lamentano spesso la noia del quotidiano allo scopo di riaffermare il bisogno di un rifugio nell’immaginazione e finiscono col vivere avventure rocambolesche. A cominciare dalla principessa Sofia in Piccolo grande amore (1993), la quale è cresciuta in un castello che da luogo fiabesco si trasforma in prigione del sentimento e così non vede altra opzione che fuggire in Sardegna (il mondo reale?) dove incontra un bel bagnino col quale è amore a prima vista. Ma lo stesso vale per Paolo Villaggio in Io no spik inglish (1995) e la coppia Boldi-De Sica nel dittico composto da A spasso nel tempo (1996) e A spasso nel tempo – L’avventura continua (1997).

Discorso a parte meriterebbe Selvaggi (1995), orientato com’è a rimettere in scena la schizofrenica contemporaneità politica e sociale del Paese su un’isola del Pacifico senza né legge né potere. Con questa sorta di kammerspiel en plain air, insomma, i Vanzina propongono l’ennesima parabola sulla povertà di spirito di un presente votato all’affermazione individuale del bisogno consumistico. Oltre all’ambiguità morale di una generazione – lo si è detto – incapace di far coesistere ambizione e realtà. Ma naturalmente i fratelli lo fanno con le spalle coperte da produttori come Aurelio De Laurentiis e Fulvio Lucisano, e rassicurati dai mezzi distributivi di Medusa-Mediaset, quindi ridimensionando quella lettura del mondo sui canoni rappresentativi commerciali e cannibalizzando l’immaginario filmico internazionale, attraverso un citazionismo forse un po’ facile e spesso triviale.

[Continua…]

Alessandro Amato

Nato a Milano, conclude gli studi a Torino, dove continua a lavorare nell'ambito critico e festivaliero. Collabora con A.I.A.C.E. e il magazine Sentieri Selvaggi. Dirige rassegne di cortometraggi e cura eventi per la valorizzazione del cinema italiano. Quando capita è anche autore di sceneggiature per la casa di produzione indipendente Ordinary Frames, di cui è co-fondatore.