CinemaPrimo PianoIl cielo in una stanza: gli anni ‘90 dei Vanzina tra inquietudini e trivialità (parte 2)

Avatar Alessandro Amato1 Settembre 2019
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La prima parte di questo articolo si concludeva affermando che lo sguardo di Carlo ed Enrico Vanzina sull’italiano medio di vent’anni fa non poteva prescindere dall’ambiguità data dalla distribuzione Medusa-Mediaset delle loro pellicole. E fin qui siamo tutti d’accordo, o quasi. Ma al di là del discorso etico, la loro produzione degli anni Novanta presenta alcune peculiarità estetiche da non sottovalutare. Prima fra tutte, la questione nostalgica già esplorata nel decennio precedente con Sapore di mare (1983), e cioè l’idea che proponendo non tanto un’epoca quanto l’immaginario da essa scaturita, si sarebbe ritrovato un contatto più diretto con il pubblico. Cruccio, questo, di tutti i nostri produttori fin da quando si era consumata la presa di generi come il cinema civile, il poliziottesco e la commedia erotica, rigettati tutti insieme improvvisamente e senza validi sostituti. I fratelli, perciò, si inseriscono nell’equazione proponendo una fortunata modalità spettacolare attraverso la messa in scena di un mondo ideale coincidente con gli anni Cinquanta e Sessanta.

Il complicato momento della ricostruzione (urbanistica) e della restaurazione (politico-sociale) del Paese fa da sfondo ad Anni 50 (1998), la prima delle due miniserie televisive realizzate dai Vanzina. Protagonista è Arturo Colombo/Ezio Greggio, maresciallo dei carabinieri nordico assegnato alla tenenza di Capri per un periodo indefinito che si ritrova a dover gestire una serie di situazioni lontane dalla sua routine. Ma a questa storia se ne intrecciano altre, con un format che rielabora quello inventato dal geniale Sergio Amidei per Domenica d’agosto (1950) e Parigi è sempre Parigi (1951) di Luciano Emmer. Ci godiamo anche le disavventure del fruttarolo romano Mario Proietti/Antonello Fassari e della figlia Marisa/Cristina Capotondi, giunti sull’isola grazie a un viaggio premio, e quelle ironicamente shakespeariane della pizzaiola Carmela/Giovanna Rei e del pescatore Ciro/Andrea Piedimonte Bodini, la cui relazione è invisa ai parenti. Una vera e propria pochade dai ritmi serratissima che sul piccolo schermo italiano non ha davvero precedenti.

L’idea che a quei tempi fosse tutto più bello, l’amore, il mare, gli stereotipi, tutto viene messo alla berlina con l’astuzia di chi sa di poterli comunque usare a proprio vantaggio. Lo stesso principio è alla base di Anni 60 (1999), ancora quattro episodi lunghi ciascuno come un lungometraggio, con Ezio Greggio in un ruolo che spesso omaggia il Vittorio Gassman de Il sorpasso (1962) e in generale quelli interpretati dal grande attore per le regie di Dino Risi. Qui però torna anche una vecchia conoscenza, Jerry Calà, che non lavorava coi fratelli da Fratelli d’Italia (1989) di Neri Parenti, scritto con Enrico Vanzina. Stavolta il contesto è quello del periodo subito successivo al boom economico, dall’estate del 1965 a quella del 1966. Un anno di vicissitudini per diversi gruppi di personaggi alle prese con conflitti amorosi e magagne finanziarie. Mentre le citazioni cinematografiche e musicali sono continuamente esposte dagli autori con divertita puntualità.

A chiudere questo gioco di rimandi, quasi programmaticamente, giunge Il cielo in una stanza (1999), film sconosciuto ai più che vede protagonista niente meno che Gabriele Mainetti (molto più di recente sceneggiatore e regista di Lo chiamavano Jeeg Robot). Il ventenne Marco vive la sua età senza riuscire a comunicare col padre Paolo/Ricky Tognazzi, il quale è però stato giovane negli anni Sessanta e presto si ricorda di come anche lui non riuscisse a farsi capire dal genitore. Così i due si chiudono in camera di Marco e improvvisamente – con un illogico, magico e meraviglioso stacco di montaggio – si ritrovano trent’anni indietro a ripetere alcuni momenti fondamentali dell’esistenza di Paolo, ringiovanito con le sembianze di un Elio Germano praticamente agli esordi. Una trovata di scrittura che è al tempo stesso una potentissima, condivisibile o meno, idea di cinema: attraverso le storie narrate sullo schermo, è possibile ripensare il mondo, la società e persino i rapporti umani.

Certo, i Vanzina negli anni Novanta hanno anche contribuito allo sviluppo del cosiddetto cinepanettone scrivendo Vcanze di Natale ’95 (1995) di Neri Parenti e girando Vacanze di Natale 2000 (1999), ma si tratta di un momento complesso della loro carriera che non può essere ridotto a questo percorso e che vede poi la collaborazione con un Christian De Sica temporaneamente regista. Infatti, i tre insieme realizzano Uomini, uomini, uomini (1995) e Simpatici & Antipatici (1998). Il primo racconta di quattro amici che vivono in modo ambiguo la propria omosessualità in un presente ancora fortemente pregiudizievole. Il secondo è una commedia satirica persino più amara sulla deformazione morale della nuova borghesia imprenditoriale. Ivi spicca la tragicomica figura di Carletto/Alessandro Haber, ispirata a quella del comico Baggini interpretato da Ugo Tognazzi in Io la conoscevo bene (1965) di Antonio Pietrangeli. Attenzione alla data. Stile Vanzina.

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Alessandro Amato

Nato a Milano, conclude gli studi a Torino, dove continua a lavorare nell'ambito critico e festivaliero. Collabora con A.I.A.C.E. e il magazine Sentieri Selvaggi. Dirige rassegne di cortometraggi e cura eventi per la valorizzazione del cinema italiano. Quando capita è anche autore di sceneggiature per la casa di produzione indipendente Ordinary Frames, di cui è co-fondatore.