Primo PianoTeatro e DanzaIl balletto metafisico e degenerato di Oskar Schlemmer

Giada Oliva Giada Oliva27 Giugno 2019
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«Arte degenerata» fu la definizione con cui il Nazismo – nel 1937 – bollò le creazioni di Oskar Schlemmer che già nel 1933 era stato costretto a lasciare una Germania sempre più instabile. Questa marchiatura a fuoco non può che farci maggiormente incuriosire circa il lavoro di un artista poliedrico che fu pittore, danzatore, scultore, coreografo e designer.

Massima espressione e summa della sua ricerca artistica è il Balletto triadico che, a testimonianza di come le idee non muoiano ma siano anzi molto feconde, ha influenzato e continua a ispirare molti artisti. La presenza schlemmeriana si avverte nei costumi futuristici di Metropolis (1927) di Fritz Lang, nello show Ziggy Stardust di David Bowie, nei famosi tutù di The Vertiginous Thrill of Exactitude di W. Forsythe e nell’approccio pluridisciplinare al movimento di Bob Wilson e Alwin Nikolais.

Il Balletto triadico è una danza sinfonica ispirata al Pierrot Lunaire di Arnold Shoemberg e priva di trama che andò in scena a Stoccarda il 30 settembre del 1922 con tre danzatori, di cui uno fu lo stesso autore che vi danzò sotto lo pseudonimo di Walter Shopre. Da dieci anni ormai Schlemmer indagava la relazione tra la figura umana e lo spazio in un mondo sottoposto alle trasformazioni indotte dal progresso tecnico e questa dedizione alla causa gli fu riconosciuta perché ancora oggi il Balletto triadico è il balletto d’avanguardia più famoso nella storia. Fondamentale è la musica composta da Paul Hindemith che fornisce un background musicale in base al quale anche l’atmosfera di ogni scena subisce un mutamento. Il balletto è articolato in tre sequenze di movimenti e ognuna di esse è caratterizzata da un colore e una musica: nella prima sequenza è il giallo a dominare insieme a una musica allegra e divertente, la seconda scena è invasa dal rosa e il clima musicale è più cerimonioso, nel finale la musica diventa mistica e tutto si tinge di nero.

A colpire maggiormente l’immaginario e a rimanere ben impressi sono sicuramente quei costumi buffi, ingombranti e geometrici che i ballerini furono costretti a indossare. Shlemmer a proposito di ciò disse: «Gli uni, il cui ideale è rappresentato dalla libera danza come mezzo di espressione immediata, rifiutano nettamente questi costumi “innaturali”. Dopo i primi salti avrebbero già distrutto il costume. Gli altri vi intravedono nuove possibilità per oltrepassare i limiti del puro movimento del corpo. Non è facile danzare con questi costumi, anzi credo che ciò richieda un alto grado di disciplina corporea per fondere corpo e costume in un’unica unità».

Affascinato dagli apparecchi scientifici in vetro e metallo, dalle protesi chirurgiche artificiali, dai costumi dei palombari e dalle divise militari, Shlemmer realizza i costumi ricorrendo a nuovi e vari materiali come il legno, il metallo, la cartapesta e il tessuto imbottito per modificare il corpo col fine di aumentarne o annullarne l’espressività e in sostanza trasformarlo in altro. È il primo coreografo a decostruire il movimento e tentare di reinventare l’anatomia umana anche ricorrendo a protesi artificiali. È infatti necessario prendersi qualche secondo per capire che sotto quelle figurine atemporali e astratte, quasi fossero creature spaziali, si celano dei ballerini in carne e ossa. Questi costumi impongono ai danzatori movimenti ritmici e meccanici in uno spazio fortemente geometrico e costituito da reticolati simili a una scacchiera; alcune volte a rimanere liberi sono solo i piedi che continuano a muoversi secondo le regole della danza accademica, le quali regole però nel complesso di una coreografia alquanto astratta vengono disattese e accantonate. In linea con le avanguardie dell’epoca, Shlemmer vuole liberare la danza e il teatro dal peso del passato e da invadenti convenzioni, come la trama, e farne espressione massima della libera fantasia e del movimento astratto. Al ballerino spetta il compito di impersonare la relazione tra il corpo e lo spazio nel quale, a sua volta, si riflette l’ordine del cosmo.

Appartiene a Schlemmer – così come alla scuola del Bauhaus di cui lo stesso diviene insegnante nel 1923 – l’aspirazione a conciliare in un equilibrio dinamico l’uomo e la macchina, l’elemento apollineo e quello dionisiaco propri della natura umana, le arti artigianali e quelle industriali, portando avanti l’idea di un’arte totale e multidisciplinare attuata da un artista completo e poliedrico. Il teatro – per la sua vocazione di arte interdisciplinare – si presta a questo progetto e il danzatore, superando i condizionamenti fisici, le naturali emozioni e la sua stessa conformazione corporea, può potenziare l’aspetto matematico che vive in lui e che lo collega alle leggi dell’universo.

La struttura del balletto, per esempio, è fondata sul numero tre e i suoi multipli: tre sono i danzatori e le scene, dodici i balletti, diciotto i costumi indossati dai ballerini ma tre sono anche i colori primari (rosso, blu, giallo), le forme fondamentali (sfera, cubo, piramide), le dimensioni dello spazio (altezza, profondità, lunghezza) e gli elementi essenziali che compongono la scena (colore, musica, movimento). Il numero tre è percepito come superamento dell’individualismo del numero uno ma anche del dualismo/opposizione del due e perciò si configura come unica espressione della collettività e della conciliazione.

Nel 1970 Marianne Hasting, Franz Schombs e Georg Verden diressero un cortometraggio registrato in studio con l’intero balletto e i costumi dell’epoca; è facilmente rintracciabile in rete e vedendolo, sebbene ci strappi una risata per via del contrasto tra i costumi sfavillanti e comici e la schematicità geometrica dei movimenti, ci sorprende per quanto tutto l’impianto sia ancora innovativo ma soprattutto perché non è difficile rintracciarvi la matrice di tante successive operazioni artistiche.

Giada Oliva

Giada Oliva

Romana, classe '85. Sono laureata al Dams in Storia del teatro italiano con una tesi sulla storia orale del Beat 72. Ho studiato per diversi anni teatro e danza contemporanea. Amo essere una cacciatrice di esperienze e di nuovi punti di vista.