ArtePrimo PianoI White Paintings di Rauschenberg e perché sarebbe necessario esporli in Italia

Giulia Pini Giulia Pini25 Settembre 2019
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Il 18 ottobre 1951 un giovane artista invia una lettera a una gallerista di New York, presentandole una sua nuova serie di dipinti; Bob, l’autore, ha 26 anni, e sta cercando di farsi un nome sulla scena artistica statunitense: in pochi anni ci riuscirà. La serie che propone nella lettera è, però, uno dei suoi sforzi giovanili, a volte ingiustamente sottovalutato per importanza, sia all’epoca che oggi: infatti il giovane autore è Robert Rauschenberg e la serie è quella dei suoi White Paintings.

Nella lettera è presente una descrizione, fatta dallo stesso artista, delle opere: «Sono tele larghe e bianche (bianche come DIO) selezionate e organizzate nel corso del tempo e presentate con l’innocenza di una vergine». Questa lettera è di fondamentale importanza per comprendere il significato della serie dei White Paintings: essa è composta da una sequenza di tele dipinte di un bianco semplice ma pieno, con pochissimi segni di pennello. Ognuna delle opere facenti parte della serie consiste in un diverso numero di pannelli – uno, due, tre, quattro o sette – più o meno uniformi nelle dimensioni e modulari. Praticamente, delle grandi tele bianche.

Perché, dunque, sarebbe così importante averne, se non tutte, almeno qualcuna, qui in Italia? Prima di tutto, per far conoscere l’opera di Rauschenberg, di cui al massimo si ricordano le Combines (cui nulla si può togliere), al pubblico italiano, anche perché egli in vita ebbe un rapporto a volte conflittuale con il nostro paese – nel 1956, a seguito di aspre critiche negative di alcune sue opere, si dice che gettò le tele nell’Arno. In più, è importante, affinché il nostro paese cresca culturalmente, creare sempre più occasioni di contatto tra il grande pubblico e l’arte contemporanea, a cui quasi sempre si guarda con diffidenza, e spesso con derisione. La seconda motivazione probabilmente la fornisce lui stesso, alla fine della lettera del 1951, in cui si legge: «È completamente irrilevante che sia io a farli. OGGI è il loro creatore».

Ora, Rauschenberg non è il primo a creare delle tele monocrome, non è il primo a creare delle tele completamente bianche, non è il primo a creare delle serie di quadri facilmente replicabili; alcuni erano già arrivati a questa conclusione prima di lui e altri si cimenteranno nell’impresa dopo di lui. Ma qui non stiamo parlando di un artista russo del XIX secolo, in questo caso è un autore occidentale che, nel dopoguerra americano, ha scelto consapevolmente di non lasciare nessun tipo di impronta personale al suo quadro, di considerare il ruolo dell’artista nella creazione dell’opera come una componente irrilevante, fino a spingersi all’estremo del concetto stesso di arte: l’esistenza fisica di queste opere infatti non è condizione necessaria all’esistenza delle stesse, in quanto esse esistono finché esiste il concetto di loro. Per farla breve, le tele che oggi possiamo ammirare non sono quelle che sono state create negli anni ’50. Quelle prime tele sono state distrutte o usate come supporto per altri dipinti (pare che Rauschenberg ne regalò una a Cy Twombly), scelta di cui in seguito egli stesso si pentirà ma che appare coerente con lo spirito con cui esse furono create.

Perché dunque sarebbe così importante poter esporre queste opere, in Italia, nel 2019? Studiandole ci si imbatte in un’incredibile varietà di interpretazioni: c’è chi le considera la parte finale di un periodo di particolare fervore religioso dell’autore, ci sono quelli che ci vedono il cliché modernista secondo cui il progresso dell’arte passa attraverso la costante trasgressione delle regole e delle definizioni convenzionali del genere artistico dominante, chi un capriccio Dada, chi vede in Rauschenberg un precursore della corrente del Minimalismo, teoria a cui lui stesso, in verità, strizza l’occhio, chi non le considera affatto un prodotto artistico, chi considera come prodotto artistico di valore solo gli originali, e non le riproduzioni.

Ma l’interpretazione principalmente accettata le considera, testualmente, «schermi, che registrano e rispecchiano le fluttuazioni di luci ed ombre intorno ad essi». È quest’idea degli schermi quella che colpisce di più, probabilmente perché, nel 2019, abbiamo la grande opportunità di presentarci al mondo grazie a quelli che, di fatto, sono schermi. Ecco, quest’idea dello schermo con cui possiamo presentarci, questo binomio schermo/personalità, è forse il vero motivo per cui questi quadri sono interessanti oggi.

Le persone del XXI secolo (forse più dei loro padri) hanno bisogno di trovarsi di fronte a schermi bianchi, di fronte a opere senza soggetto, senza oggetto, senza messaggio, completamente sostituibili, che però hanno continuato a esistere perfino quando non esisteva più il loro supporto fisico. E davanti a questi grandi schermi, creati dall’oggi – e giunti fino a noi intatti nello spirito – chiedersi: «Quanto è importante essere rilevanti?».

Giulia Pini

Giulia Pini

Nata a Roma, studia Storia dell'Arte e Archeologia. Amante dei viaggi, dei pennelli - che prima o poi imparerà ad usare - e dei libri. Particolarmente interessata a momenti di passaggio e arti minori.