«Ho avuto dei compagni, ho avuto degli amici»: così esordisce una delle poesie più celebri di Charles Lamb, ma anche una delle più rappresentative della sua difficile esistenza. Da questo componimento traspare una solitudine irrimediabile, accumulata negli anni per la perdita delle persone più care.
Charles Lamb – poeta romantico contemporaneo di William Wordsworth e Samuel Taylor Coleridge – nacque a Londra nel 1775, nella famiglia di John ed Elizabeth Field Lamb, che ebbero molti figli ma – come spesso accadeva in quei tempi – ne videro giungere all’età adulta soltanto tre: Charles, John e Mary. Nel 1782 Charles iniziò i propri studi al Christ’s Hospital, dove incontrò Coleridge, il quale sarebbe rimasto suo amico per il resto della vita. Pochi anni dopo, però, Lamb lasciò gli studi a causa della balbuzie e iniziò a lavorare come impiegato fino ai suoi cinquant’anni.
Nel 1792, con la morte dell’avvocato Samuel Salt, datore di lavoro del padre del poeta, la famiglia Lamb cadde in povertà: Charles e la sorella Mary, una sarta che aveva già mostrato segni di instabilità mentale, dovettero provvedere al sostentamento dei genitori. Questa situazione critica provocò un peggioramento della condizioni psichiche di Mary, tanto che nel settembre del 1796, in un eccesso d’ira, uccise la madre accoltellandola. Lamb, ventiduenne e di undici anni più piccolo della sorella, la prese in custodia legalmente, evitando così che venisse rinchiusa in manicomio.
Lamb decise di rinunciare alla poesia in quel periodo, ma ben presto ricominciò a lavorare su una tragedia composta in “blank verse” (pentametro giambico), John Woodvil (1802), che però non venne mai rappresentata. L’unica sua opera a essere messa in scena fu Mr. H—, nel 1806. Continuò negli anni a produrre una grande varietà di opere letterarie: sonetti, liriche, “blank verse”, prologhi ed epiloghi, versi satirici, traduzioni e anche opere per l’infanzia. Di particolare rilevanza fu il libro per bambini pubblicato nel 1807 in collaborazione con la sorella Mary, Tales from Shakespeare. A soli cinquantanove anni, nel 1834, Charles Lamb morì nel giro di pochi giorni a causa di un’infezione da streptococco, contratta dopo essersi procurato un’escoriazione a seguito di una caduta.
La poesia menzionata in apertura si intitola The Old Familiar Faces (I vecchi volti familiari) e nel periodo in cui venne composta, nel 1798, aveva un diverso inizio:
«Avevo una madre, ma è morta, mi ha lasciato,
È morta prematuramente in un giorno d’orrore –
Tutti, tutti sono andati, i vecchi volti familiari»
Nel 1818 il poeta decise di eliminare questi versi, per rimuovere dai propri ricordi quell’evento, il tragico assassinio della madre, che avrebbe condizionato l’intero corso della sua esistenza. La sua vita è stata spogliata di qualcosa che l’ha privata della stessa essenza vitale, tanto che adesso ripercorre la propria infanzia sentendosi già morto, come un fantasma:
«Come un fantasma ho percorso i luoghi della mia infanzia,
La terra appariva come un deserto che ero obbligato ad attraversare,
Cercando di trovare i vecchi volti familiari»
Si rivolge poi a qualcuno che è ancora rimasto accanto a lui, rimpiangendo il fatto che non sia un suo fratello di sangue:
«Amico del mio cuore, tu sei più di un fratello,
Perché non nascesti nella dimora del padre mio?
Così avremmo parlato dei vecchi volti familiari»
Con la menzione della casa del padre, risulta quasi chiaro il fatto che Lamb stia facendo riferimento alla mancanza della madre e che il “volto familiare” sia proprio quello di quella donna tristemente assassinata. Non soltanto morti e persone andate via, ma anche forzatamente allontanati dal mondo:
«Alcuni sono morti e altri mi hanno abbandonato,
E alcuni mi sono stati tolti; tutti sono andati via –
Tutti, tutti sono andati, i vecchi volti familiari»

Lucia Cambria
Siciliana, laureata in Lingue e letterature straniere e in Lingue moderne, letterature e traduzione. Particolare predilezione per la poesia romantica inglese e per la comparatistica. Traduttrice di prosa e versi, nel 2020 ha trasposto in italiano per Arbor Sapientiae il romanzo "L’ultimo uomo" di Mary Shelley.