La prima pubblicazione di una tomba costruita in elevato risale al 1913, quando Orsi si soffermava sulla tomba 52/54 della contrada Casino di Centuripe e ne descriveva le caratteristiche: composta da un circolo di pietre, con un diametro di 2,35 metri, coperta probabilmente con zolle e massi. Si è pensato che la copertura – poi crollata – fosse piana, vista la presenza di due lastroni all’interno del circolo. Questa tomba conteneva un numero minimo di 12 defunti, deposti col cranio rivolto a nord-est e accompagnati da corredi attribuibili a un momento avanzato dell’VIII secolo a.C.
Nel 1942 fu rinvenuta un’altra sepoltura, di cui non sono giunti fino a noi dati relativi all’architettura, ma soltanto indicazioni circa i resti ossei di 14 adulti, i cui corredi sembrano appartenere allo stesso periodo della tomba 52/54. Orsi si occupò anche di alcune sepolture a pianta circolare e ovale nella necropoli di Sciare Manganelli, pertinente all’insediamento del Mendolito di Adrano, che potevano essere in origine costituite da un elevato in muratura a secco di pietre laviche formanti una cupola.
Più avanti, nella stessa area, vennero esplorate 15 tombe a “tholos”, datate tra la seconda metà dell’VIII e la prima metà del V secolo a.C., a pianta ovoidale o circolare, precedute da un breve “dromos” in pietrame e destinate a sepolture plurime, che non presentano elementi relativi all’elevato. Furono rinvenute anche 7 sepolture nella necropoli di Monte Bubbonia, a pianta circolare con diametro compreso tra 2 e 3 metri, con ingresso a sud-est, di cui resta solo la base, contenenti da uno a sei individui e corredi databili alla fine del VI secolo a.C. Alcune tombe sono costituite da un perimetro con muro in doppio paramento ed “emplekton” di pietrame minuto e terra, spesso circa 70 centimetri. L’evidenza più antica di questa forma architettonica è costituita da una tomba in contrada Salinelle di Paternò: si tratta di una sepoltura a pianta sub-circolare in blocchi lavici, con ingresso a Sud preceduto da un breve “dromos”, al cui interno giacevano sei defunti deposti su un fianco, accompagnati da un corredo tipico della “facies” di Pantalica I. Dalla quantità di massi caduti nei pressi degli anelli si può stimare che le elevazioni non fossero molto alte, ma non esistono dati certi che possano aiutare nella ricostruzione.

Altri tipi di architetture funerarie non-ipogeiche in Sicilia sono le cremazioni secondarie in urna e le inumazioni rannicchiate in contenitore fittile (a “enchytrismòs”) o supine in fossa. Il rito dell’”enchytrismòs” viene introdotto in Sicilia nel Bronzo antico, come attestato dalle tombe ricoperte da cumuli di pietre del torrente Boccetta di Messina e di Naxos.
Le sepolture che probabilmente presentavano una copertura a tumulo sono quelle della necropoli situata a Predio Caravello di Milazzo, relative alla “facies” del Milazzese del Bronzo medio, databile dalla fine del XV al XIV secolo a.C., in cui sono presenti 35 tombe a inumazione rannicchiata entro contenitore fittile. Gli “enchytrismòi” erano deposti in uno strato di ghiaia marina a più di un metro di profondità, avevano le bocche rivolte a ovest, erano chiuse da pietre o teglie e si concentravano in due grandi gruppi. Al di sopra di essi era presente una massicciata di pietrame non uniforme, che lascia pensare a tumuli successivamente spianati.
L’inumazione in “enchytrismòs” è attestata anche a Thapsos, nella Sicilia sud-orientale, dove sono state segnalate una ventina di inumazioni in “pithoi” deposti senza corredi in un’area centrale del pianoro, non lontana da tombe a grotticella con accesso verticale. L’adozione di questa pratica prosegue in Sicilia nel Bronzo finale. Nella necropoli di Piazza Monfalcone, a Lipari, vengono individuati due livelli: nello strato più profondo sono stati ritrovati grandi “pithoi” destinati a inumazioni, mentre nel livello superiore l’incinerazione diventa predominante, con cremati entro dolii o piccoli “pithoi” deposti orizzontalmente. Nel livello più antico sono presenti i corredi femminili più complessi della necropoli, comprendenti oggetti di bronzo, oro, ambra e pasta vitrea, in tombe collegate topograficamente da cumuli.
Nell’area siciliana orientale della “facies” di Mulino della Badia, la necropoli di Madonna del Piano presso Grammichele (a Catania) offre 337 tombe per le comunità di origine peninsulare, la maggior parte inumazioni supine in fossa delimitata e coperta da pietrame, di un tipo noto sinora in Sicilia solo da un unico caso nella necropoli dell’Istmo di Milazzo, e per la restante parte da inumazioni a “enchytrismòs”. Gli abitanti sepolti nella necropoli, che è stata frequentata dal Bronzo finale 2 e 3 alla prima Età del Ferro, potrebbero essere stati degli immigrati dalla Calabria, con la quale sono ben noti i collegamenti sia sul piano della cultura materiale, che dell’armamento e dell’organizzazione sociale.
Da queste testimonianze si potrebbe ipotizzare che le comunità di “facies” peninsulare fossero rette da norme di discendenza matrilineari, forse caratterizzate da un regime di proprietà comunitaria della terra, distinto dalla redistribuzione periodica dei lotti coltivabili a famiglie allargate. Questo regime trova una testimonianza nel racconto sui modi della prima convivenza tra coloni cnidi e nativi a Lipari in Diodoro, e si accorda con la mobilità di queste genti, che concentravano l’accumulo delle ricchezze nel bestiame. In modo dissimile, la presenza di numerose deposizioni per tomba nelle necropoli del Bronzo medio e recente, nonché la tendenza alla riduzione del loro numero dal Bronzo finale alla prima Età del Ferro potrebbe denunciare la crisi della famiglia patriarcale e la crescente importanza della famiglia nucleare come unità produttiva nelle comunità autoctone, in cui la terra poteva essere un bene privato.

Alice Massarenti
Nata a Mirandola, in provincia di Modena, classe ’84, si è laureata in Archeologia e storia dell’arte del vicino oriente antico e in Quaternario, Preistoria e Archeologia con una tesi in Evoluzione degli insiemi faunistici del Quaternario. Ha un’ossessione per i fossili e una famiglia che importuna costantemente con i racconti delle sue ricerche sul campo.