É una storia complessa e affascinante quella che vede protagonisti dei veri e propri tesori artistici di lino e indaco: i teli della Passione del Museo Diocesano di Genova.

Collocabili tra devozione popolare e arte colta, i quattordici teli raffiguranti Scene della Passione di Cristo provengono da una delle chiese più amate dall’aristocrazia genovese, l’Abbazia benedettina di S. Nicolò del Boschetto in Val Polcevera, dove alcuni di essi vennero commissionati intorno al 1538, come apparato effimero per la Settimana Santa. Nell’Ottocento, durante le soppressioni napoleoniche, divennero proprietà privata. Prima del 1874, le tele furono esposte in occasione della Settimana Santa alla chiesa parrocchiale di Marassi, luogo in cui risultano ancora utilizzate nel 1917. Nel 1939 il prezioso ciclo fu presente al museo di Sant’Agostino, in occasione della mostra dedicata alle Casacce. Fino al 1989 – data in cui si svolse l’esposizione Blu Blu jeans, organizzata dalla Regione Liguria – i teli rimasero ripiegati all’interno di una cassa, conservati dalla famiglia genovese che li possedeva dal XIX secolo.
Per l’alta qualità dei dipinti e in quanto rappresentanti un vero “unicum” di tale tipologia di manufatto, i teli furono sottoposti a vincolo con decreto ministeriale del 22 maggio 1990. Nel novembre del 2000 le pregiate opere furono messe all’asta presso la casa d’aste Christie’s a Roma, durante la quale rimasero invendute e solamente in seguito furono acquistate da un privato. Nel 2001 lo Stato – esercitando il diritto di prelazione (D.M. 8 marzo 2001) – acquisì l’intera serie di teli, destinandoli alla Collezione tessile della Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici e Etnoantropologici della Liguria. Quest’ultima, per via del carattere sacro dei manufatti e per le loro notevoli dimensioni, decise di esporli nella sede che poteva offrire una visione suggestiva dell’intero ciclo: il Museo Diocesano sito nel chiostro della Cattedrale di San Lorenzo a Genova, luogo nel quale ancora oggi è possibile ammirarli.
Questi quattordici teli, largamente studiati da Marzia Cataldi Gallo, sono distinguibili in tre gruppi: il primo si data al 1538 e comprende i teli di maggiori dimensioni, realizzati da pittori di scuola lombarda ispirati alle xilografie di Albrecht Dürer raffiguranti la Grande e la Piccola Passione, incise entro il primo decennio del Cinquecento. Questo dimostra che i teli nacquero in un clima culturale molto aggiornato; nonostante ciò, solamente alcuni dei grandi dipinti riproducono esattamente le incisioni del maestro tedesco – in particolare La Flagellazione, Cristo davanti al popolo, Cristo davanti a Caifa – mentre nelle altre scene l’intervento del pittore, identificato dalla Cataldi Gallo nell’artista ligure Teramo Piaggio, si riconosce nel tentativo di impaginare la scena dilatandola, come ne L’orazione di Gesù nell’orto, o inserendo un brano düreriano in una nuova composizione, come ne Il bacio di Giuda.



Il secondo gruppo è databile alla metà del Cinquecento e nello specifico per i teli raffiguranti Cristo abbeverato di fiele e Cristo deposto si è fatto il nome di Giovanni Cambiaso, padre di Luca, assegnati al 1540-45.


I teli del terzo gruppo – i due con Angeli, il Volto Santo, i due con Monaci in preghiera – sono riferibili a un’epoca più tarda, fra il XVII e il XVIII secolo, ma attualmente sono ancora anonimi gli autori.
La particolarità di questi teli sta nel loro utilizzo: dovevano, come si è detto, decorare un apparato effimero. Pertanto, sul retro, vi sono dei nastri che fanno supporre che potessero essere sistemati intorno a uno scheletro di legno, formando così una sorta di padiglione all’interno della chiesa. Oltre ciò, stupisce senza dubbio la tecnica con i quali questi teli furono realizzati: si tratta di teli di lino tinto con indaco e dipinto a biacca, pigmento bianco utilizzato dai pittori per dare il volume alle figure. La singolarità assoluta è lo sfondo blu: a tal proposito è interessante sapere che l’indaco è il più noto dei coloranti usati per ottenere tale pigmento che, importato dall’Oriente, risulta documentato a Genova fin dal 1140. Grazie all’intensificarsi dei rapporti commerciali con i paesi orientali, a partire dalla seconda metà del Cinquecento, l’uso di questo colorante si diffuse in tutta Europa. La città di Genova – celebre fin dal Medioevo per la sua produzione tessile, grazie in particolare alla vivacità dei commerci marittimi – lega il suo nome al tessuto più famoso dell’epoca moderna: il jeans.
Infatti, il termine “jean” corrisponderebbe a una storpiatura derivata dall’antico termine “jeane” o “jannes”, utilizzato in francese per nominare la città. Non a caso, le stoffe di cotone tessute con lino o lana – soprattutto quelle tinte di colore blu – erano particolarmente usate per gli abiti dei marinai. Non bisogna però pensare che tale colore venisse usato solamente per tingere gli abiti del popolo; in realtà esso ebbe un ruolo prestigioso fin dal XII secolo, diventando dapprima il colore favorito dai re di Francia e dall’aristocrazia e in seguito assumendo una dimensione religiosa in quanto simbolo di purezza (e perciò della Vergine).

Anna D’Agostino
Classe '93, laureata in Storia dell'Arte con una tesi in Museologia sull'arredamento dell'Ambasciata d'Italia a Varsavia dalla quale è scaturita una pubblicazione in italiano e polacco. Prosegue la ricerca inerente l'arredamento delle Ambasciate d'Italia nel mondo grazie a una collaborazione con la DGABAP del Mibact. É iscritta al Master biennale di II livello "Esperti nelle Attività di Valutazione e di Tutela del Patrimonio Culturale".