LetteraturaPrimo PianoI “Sonetti” di Raffaello: un soffio d’amore, una passione dolce e sensuale

Redazione3 Aprile 2020
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Come Leonardo appunta le sue favole sui disegni conservati nei codici o Bramante scrive 25 sonetti burleschi o ancora Michelangelo cura il progetto di un Canzoniere amoroso, allo stesso modo Raffaello Sanzio si diverte con l’”arte del dir per rima”:

 

«Il Sanzio, comprensiva anima di artista, avida di tutte le cognizioni che i tempi consentivano, non fu solo pittore a architetto e scultore, ma l’agile mente piegò sotto il vento rapinatore della passione alla squisita arte del dir per rima; nella quale se non si può affermare che egli salì poeta, pur fece prova non ispregevole a chi voglia, come si deve, tener conto del numero delle sue rime e della coltura letteraria di lui, e più ancora ci lasciò un documento interessante la vita sua, se si riguardi all’occasione che lo inspirò»

(Giacomo Vanzolini, Dei sonetti di Raffaello Sanzio, Premiata tipografia economica, Ascoli Piceno, 1902)

 

Giacomo Vanzolini sottolinea che Raffaello aveva preso i suoi primi contatti con la letteratura già in tenera età, all’interno del clima artistico della sua famiglia. Suo padre, Giovanni Santi, aveva scritto un’opera in versi, la Cronica rimata. L’aver scritto dei sonetti, ritrovati sulle carte con i disegni preparatori per un affresco delle Stanze Vaticane, fa sì che egli sia degno non solo dell’appellativo di “poeta mutolo”, riferito alla sua espressività pittorica, ma che con i suoi versi sia anche un pittore che parla. I sonetti del Sanzio, in perfetta rispondenza con i dettami dell’epoca, sono permeati da un gusto petrarchesco che si ritrova sia nel lessico che nei temi scelti. In occasione della preparazione degli affreschi della Stanza, ricorse al consiglio di letterati come Ludovico Ariosto, Baldassare Castiglione – quest’ultimo diverrà suo grande amico e lo aiuterà nella stesura della lettera a Papa Leone X – e al petrarcheggiante Pietro Bembo. Importante fu sicuramente l’influenza di Castiglione, uomo di sangue nobile, cavaliere dedito alle arti musicali, al disegno e alla scrittura in versi che delineò l’ideale del cortigiano. È possibile quindi che il suo scrivere sonetti sia stato un omaggio al contesto cortigiano in cui viveva.

Chiedendo aiuto ai poeti per la materia pittorica, Raffaello inizia spontaneamente a favorire la commistione delle due arti e si può ipotizzare che gli giunga proprio da qui l’idea di cimentarsi nella scrittura estemporanea di pochi componimenti. Si tratta di un corpus esiguo di sonetti: se ne contano sei di cui cinque sono accertati mentre il sesto è ritenuto apocrifo. Proprio come una firma artistica, i suoi sonetti nascono come annotazioni autografe ai margini dei disegni preparatori per la Stanza della Segnatura. Quasi fossero pensieri affacciati nella mente del grande artista urbinate e gettati là casualmente, i sonetti lasciano ipotizzare che si tratti di semplici appunti e che non ci fosse necessariamente dietro un progetto letterario. Sotto a ogni sonetto si trovano parole e frasi appuntante separatamente: esse sono delle varianti proposte dal poeta stesso. In molti casi si trovano più varianti d’autore per lo stesso verso, ma sempre in forma di bozza: non ci è mai pervenuta la stesura definitiva dei suoi componimenti.

Ad aprire il cuore del Sanzio nei confronti della poesia non furono solo le sollecitazioni dei grandi temi allegorici che stava preparando per la stanza vaticana e neppure il solo voler mettere in pratica la concezione neoplatonica dell’amore appresa nel circolo di Marsilio Ficino. La spinta che partiva energicamente dal suo petto è dominante: l’energia dell’amore giovanile e sensuale voleva divampare manifestando il suo ardore incontrollabile. Il tema generale dei sonetti è infatti l’amore – la passione, il «focho» che arde e tormenta l’animo del giovane uomo – accompagnato da insistenti richieste di tenere segreto il rapporto. Il desiderio di riservatezza e le difficoltà di espressione sembrano alludere alle caratteristiche dei primi amori in cui l’affetto provato è profondo e schietto. Vanzolini ipotizza che siano stati scritti a uso totalmente privato, per sé e per la sua donna, e che in essi siano da apprezzare in prima istanza la delicatezza e la beatitudine dei primi sussulti del cuore. È un amore diretto a una donna ignota: l’escamotage del patto di segretezza fa sì che il volto dell’amata sia a noi del tutto sconosciuto. Fu probabilmente un amore di pochissimi mesi, affievolito dalla ricerca di gloria del pittore, durato giusto il tempo di abbozzare la Disputa del Sacramento.

Il fatto che si trattasse di un amore fugace, durato giusto il tempo dedicato alla Stanza vaticana e ai sonetti, contribuisce a mantenere l’aura di mistero. Fin dai tempi del Vasari c’è un forte desiderio di scoprire chi sia la donna amata da Raffaello. Anche dopo aver sfatato la tarda leggenda della “Fornarina”, portata avanti dal Romanticismo, rimane solo il nome di Margherita, quella su cui «par disegnata la Gretchen del Goethe», la quale conobbe e studiò arte e vita di Raffaello. Vasari parla di una donna amata fino alla morte e mandata fuori di casa solo quando egli era, appunto, prossimo alla dipartita. Un annotatore del cinquecento appose il nome di Margherita a questa donna. Si tratterà piuttosto, come suggerisce Giacomo Vanzolini, di una gentildonna – conosciuta in una corte romana intorno al Papa – colta come una donna rinascimentale ed elegante così come le era richiesto dalla corte a cui apparteneva. È una storia d’amore che raggiunge, anche attraverso la prova della conoscenza carnale, il superiore grado dell’estasi spirituale.

Alcuni sostengono che Raffaello non abbia goduto di fortuna a causa della semplicità del suo stile. Tuttavia, secondo l’entusiastico Vanzolini, la sua migliore capacità risiede proprio nell’«espressione ritmica del sentimento». Sicuramente i sonetti di Raffaello non presentano la vigoria di stile né la profondità filosofica della poesia di Michelangelo, ma una grazia leggera – come un soffio d’amore e una passione dolce e sensuale – percorre i suoi versi. Va sottolineato che la circolazione rapsodica dei sonetti dell’Urbinate ha portato critici e biografi cinquecenteschi a ignorarli. Inoltre, anche quando i sonetti iniziano a essere pubblicati i testi sono sempre parziali e sprovvisti di attenzioni alle varianti a causa dell’insidiosa distribuzione degli autografi, sparsi per l’Europa. Conseguentemente la scarsa attenzione dei critici ottocenteschi non dipendeva solo da un giudizio negativo ma dalla difficoltà di reperire i testi di Raffaello.

Sul sito di Arbor Sapientiae è disponibile la nuova edizione dei sonetti autografi di Raffaello, curata da Ginevra Latini e arricchita da un corposo apparato critico.

Redazione

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