Tre settimane prima del decreto con il quale il Governo ha ordinato la chiusura di musei, teatri e attività culturali di ogni genere, un evento attesissimo è scampato alle restrizioni imposte dal sopraggiungere della minaccia epidemiologica: l’esposizione dei dieci arazzi raffaelleschi nella Cappella Sistina. L’iniziativa si è protratta per una settimana esatta, dal 17 al 23 febbraio 2020, in ragione della natura estremamente delicata degli arazzi, che per l’occasione sono stati interessati da una lunga campagna di restauro e da sempre sono stati messi in sicurezza, mediante una foderatura che gli impedisce di entrare in contatto con la superficie pittorica retrostante. Normalmente vengono esposti a rotazione in una delle sale più famose e suggestive dei Musei Vaticani, la Sala VIII, insieme ad altri quattro capolavori di Raffaello (Urbino, 1483 – Roma, 1520): la Trasfigurazione, l’Incoronazione della Vergine (Pala Oddi), la Predella Baglioni e la Madonna di Foligno. Per quanto riguarda invece i cartoni originali da cui furono tratti gli arazzi, ne sono sopravvissuti sette in totale e sono conservati al Victoria and Albert Museum di Londra. Peraltro ai Musei Vaticani, nel medesimo periodo, era possibile ammirare una delle opere più significative del maestro di Raffaello, Pietro Perugino (1446-1523): la ricostruita Pala dei Decemviri (1495). Per inaugurare l’anno dedicato al suo miglior discepolo, l’opera è stata infatti reinserita nella sua splendida cornice originale e riunita alla cimasa raffigurante il Cristo in pietà della Galleria Nazionale dell’Umbria, che vennero separate dalla grande tavola centrale nel 1797 in seguito alle requisizioni francesi.

Tornando agli arazzi, l’eccezionale esposizione curata da Alessandra Rodolfo del reparto Arazzi e Tessuti dei Musei Vaticani, è stata concepita come un omaggio al “divino” Raffaello ma anche all’antica consuetudine di adornare la maggiore Cappella Papale durante le solenni cerimonie liturgiche del passato, riscoperta dopo anni di impegnativi studi da parte di specialisti internazionali che hanno confrontato le scarne notizie storiche sulle solenni cerimonie liturgiche per le quali venivano adoperati gli arazzi. La rievocazione storica completa, che non avveniva dal 1983, è stata pertanto un’occasione unica per i cultori d’arte ed i fortunati turisti trovatisi a visitare i Musei proprio in quei giorni, per ammirare la Cappella Sistina nell’interezza del suo apparato decorativo, esattamente come il grande urbinate l’aveva immaginata nel ‘500. Gli arazzi, infatti, sono «il completamento teologico degli affreschi quattrocenteschi e della Genesi e del Giudizio Universale di Michelangelo», come ha affermato la direttrice Barbara Jatta. L’obiettivo era appunto tornare indietro di 500 anni, alla notte di Santo Stefano del 1519 quando, mentre Raffaello era ancora vivo, vennero appesi alle pareti della Cappella Sistina i primi sette arazzi utilizzando – con estrema probabilità – gli stessi ganci usati oggi. Inoltre, per l’occasione, sono stati ricollocati nei grandi riquadri inferiori della Cappella Sistina, ideati proprio poterli accogliere. Sulla parete sinistra sono stati posizionati gli arazzi sulla vita di san Pietro, mentre sul lato destro quelli dedicati san Paolo: non è dato sapere se questa fosse effettivamente l’originaria collocazione in quanto i documenti non forniscono alcuna indicazione in merito. Quel che è certo è che la loro sistemazione era leggermente diversa da quella attuale poiché nel 1519 non c’era ancora il Giudizio universale. E altrettanto certo è che l’effetto generale doveva essere straordinario: il cerimoniere della Cappella Papale, Paris de Grassis, annotò che a «universale giudizio non si era mai visto niente di più bello al mondo».

Il ciclo pittorico delle pareti e la volta michelangiolesca vennero commissionati rispettivamente da Sisto IV (1471-1484) e Giulio II (1503-1513). Fu il successore di quest’ultimo, papa Leone X (1513-1521), a voler completare, tramite l’arte, il messaggio religioso di uno dei luoghi più sacri della cristianità e, nel 1515, incaricò Raffaello del prestigioso compito di realizzare i cartoni preparatori per una serie di arazzi destinati a rivestire la zona inferiore delle pareti affrescate a finti tendaggi. Dunque il Sanzio si ritrovò a doversi misurare direttamente, vista la destinazione, con Michelangelo: per questo si dedicò al lavoro con grande impegno, abbandonando quasi del tutto la pittura delle Stanze. Fu così che, tra il 1516 e il 1521, Raffaello concepì un grande ciclo monumentale raffigurante le Storie dei santi Pietro e Paolo tratte dai Vangeli e dagli Atti degli Apostoli, legati da precise corrispondenze con i riquadri affrescati nel registro mediano della Cappella Sistina, quello con le Storie di Cristo e di Mosè risalenti al pontificato di Sisto IV. I cartoni preparatori per la realizzazione dei dieci arazzi vennero mandati a Bruxelles, nella bottega del tessitore Pieter van Aelst, e giunsero in Vaticano fra il 1519 e il 1521. Raffigurano le seguenti scene: Pesca miracolosa, Consegna delle chiavi, Punizione di Elima, Sacrificio di Listra, Guarigione dello storpio, Predica di san Paolo, Morte di Anania, Lapidazione di santo Stefano, Conversione di Saulo, San Paolo in carcere. Gli arazzi sono inoltre impreziositi da bordure mobili, correlate alla collocazione nella cappella, divise in due tipologie: un bordo laterale, con grottesche, e un bordo inferiore (zoccolo), con storie della vita di Leone X o di san Paolo a monocromo. Non si hanno notizie di cartoni relativi a queste fasce, ma si presume che la loro preparazione sia stata appannaggio degli aiuti di bottega.

Vedere gli arazzi in questa suggestiva collocazione ne genera una percezione completamente diversa, non solo in virtù del fatto che erano stati creati appositamente per il sacello papale, ma anche in relazione al posizionamento di alcune luci particolari che ne valorizzano i dettagli.

Il maestro non fece in tempo ad ammirare tutti gli arazzi finiti ed esposti nella Cappella Sistina; morì infatti nel 1520, a soli 37 anni. Questo privilegio tocca oggi a noi, spettatori ammirati del 2020: sono la riprova di un genio assoluto, di un supremo Maestro, dotato di un talento quasi ultraterreno nel tradurre la Fede in ogni singola scena, capace di attirare l’attenzione e l’anima più segreta di qualsiasi visitatore.


Martina Scavone
Nata a Roma, classe ‘93. Si è laureata all’Università di Roma Tor Vergata: triennale in Beni Culturali e magistrale in Storia dell’Arte. Dopo un Master di II livello in Gestione dei Beni Culturali, ha iniziato a lavorare attivamente come curatrice e storica dell'arte. Ama leggere, viaggiare e l’arte in tutte le sue sfaccettature.