Architettura, Design e ModaArtePrimo PianoI Pilastri dell’Arte: Subiaco, il Monastero di San Benedetto o Sacro Speco

Martina Scavone Martina Scavone6 Maggio 2020
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Da quasi mille anni il Monastero di San Benedetto o Sacro Speco – così detto in nome della grotta in cui, all’inizio del VI secolo, il giovane San Benedetto da Norcia visse da eremita per tre anni – è considerato la culla della spiritualità benedettina. Definito nel 1461 da papa Pio II un “nido di rondine” per la sua inusuale collocazione, è infatti incastonato nella parete rocciosa dell’impervio Monte Taleo. Sebbene quest’ultimo si trovi a monte e quello di Santa Scolastica – invece – a valle, entrambi i monasteri sorgono su di una superficie accidentata, ragion per cui tali strutture si legano alla roccia mediante un sistema di terrazzamenti, incorniciando la valle del fiume Aniene. A renderli ancor più preziosi è il fatto che trattasi dei soli, fra i dodici monasteri fondati da San Benedetto, a non esser andati distrutti.

A partire dall’XI secolo il complesso subì circa cinque secoli di costruzioni e modifiche fino a comporsi, ad oggi, di due chiese sovrapposte e di svariate cappelle in cui l’elemento umano e quello naturale si fondono in maniera armoniosa. Al livello inferiore si trova la Grotta di San Benedetto: questa è il nucleo più antico del complesso nonché il luogo in cui ebbero origine la Regola e l’Ordine benedettino. Lasciata al naturale così come la trovò San Benedetto, al suo interno sono collocate una statua in marmo raffigurante il santo realizzata nel 1657 da Antonio Raggi (1624-1686), discepolo del Bernini, e il simbolico cestino di vimini dove i pastori mettevano il cibo. Accanto a questa sorge poi la Grotta dei pastori: qui, secondo la tradizione, San Benedetto cominciò la sua opera di predicazione alla popolazione del luogo pregando insieme ad alcuni pastori che risalivano il corso del fiume Aniene fino alla sua grotta. Al livello più basso si rintraccia altresì la Cappella di San Gregorio, costruita in una terza grotta, la quale ospita il succitato affresco di San Francesco d’Assisi, ritratto del santo ancora in vita eseguito da un novizio del monastero durante la sua visita a Subiaco nel 1223. Considerata una delle opere di maggior valore conservate nel Sacro Speco, immortala San Francesco a grandezza naturale, privo di aureola e stimmate ed avvolto nel suo umile saio.

In origine, l’entrata del monastero di San Benedetto era posizionata nella parte bassa della struttura e prevedeva, come primo atto di venerazione, la salita della Scala Santa in ginocchio dall’entrata fino all’ingresso del Sacro Speco. Raggiunta la fine della Scala Santa si accede alla Chiesa Inferiore. Ad un’unica navata, presenta affreschi trecenteschi opera della Scuola Popolare Romana che, all’epoca dei lavori, era capeggiata dal Magister Conxolus, il quale lasciò la sua firma accanto all’altare principale. Gli affreschi rappresentano alcune scene della vita di San Benedetto, dalla sua vestizione ad opera di San Romano ai miracoli del pane avvelenato fino alla sua morte. Da qui è possibile accedere sia al Sacro Speco che alla Cappella di San Gregorio.

Sacro Speco, Chiesa Inferiore, interno

In corrispondenza del livello superiore si erge poi la Chiesa Superiore, articolata in due campate, all’interno della quale trovasi la Sala Capitolare, il Cortile dei Corvi e tre Cappelle. Queste ultime, dette anche Oratori, si compongono di due spazi: l’oratorio del popolo, all’interno del quale vi è l’altare, ed un anti-oratorio o anti-cappella, che costituisce una sorta di transetto praticabile che conduce al Cortile dei Corvi. L’intero ambiente è decorato con cicli pittorici eccezionalmente ben conservati ed incentrati su tematiche come la Passione di Cristo, la vita della Madonna e, naturalmente, la vita di San Benedetto da Norcia. Le scene iniziano dalla parete sinistra con San Benedetto tentato dal diavolo, il Miracolo dell’acqua e San Benedetto nella grotta.

Sacro Speco, Chiesa Superiore, Interno

La parete opposta è divisa in due sezioni ed ospita, invece, scene di più ampio respiro: il Miracolo di Vicovaro sulla sinistra ed il Castigo del Monaco incostante sulla destra. Sull’arco maggiore si dispiega il Trionfo di San Benedetto, al quale i Santi Placido e Costanza presentano i genitori Eutropio e Abbondanza. La volta della seconda campata si presenta suddivisa in quattro spicchi, ciascuno dei quali immortala un santo legato alla vita e alla dottrina di San Benedetto da Norcia: San Gregorio Magno, San Romano, San Mauro e Sant’Onorato. Al centro, l’Agnus Dei. Sulla campata che prelude all’altare si apre poi l’Oratorio della Maddalena, datato al 1420 ca. ed oggi restaurato. Sulla parete centrale campeggia la Crocifissione di Cristo; altre scene sono visibili sulle pareti laterali. Segue l’Oratorio dei Santi Placido e Scolastica, i cui funerali sono raffigurati sulle pareti laterali della cappella. Al centro, ancora una volta, la Crocifissione. Il terzo ed ultimo Oratorio è dedicato ai Santi Pietro e Paolo ed è datato 1432 grazie ad un documento. Sulla parete centrale è rappresentato l’episodio di Pietro sul lago di Tiberiade. Sulla sinistra trova spazio la Decollazione di San Paolo, mentre la parete di destra ospita, in una metà, la Caduta di Simon Mago e, nell’altra metà, la Resurrezione dello storpio.

Sacro Speco, il Cortile dei Corvi

Infine, la testata del transetto si congiunge al Cortile dei Corvi, a cui si ha accesso mediante un’apertura. Osservando il portale dall’esterno, si può facilmente notare un elemento singolare: la decorazione ad affresco – che un tempo doveva coinvolgere l’intera parete – è oggi visibile solo in parte. Infatti è possibile scorgere esclusivamente due angeli, la cui realizzazione è senza dubbio ascrivibile ad un maestro molto abile. Le scene sono attualmente indecifrabili, eccezion fatta per la Madonna Annunciata. Ma quel che resta non lascia dubbi in merito al fatto che, l’intera decorazione della facciata del cortile, doveva aderire al gusto tardo-gotico del periodo.

Sono stati individuati diversi artefici per quanto concerne la decorazione della Chiesa Superiore: la scuola Umbro-Marchigiana del XV secolo e la scuola senese del XIV secolo. Lo stile di parte degli affreschi del Sacro Speco presenta numerose analogie con le decorazioni di Santa Scolastica. Il fatto che nel Sacro Speco tale maniera subisca a tratti delle modifiche sostanziali è probabilmente dovuta all’intervento di altri artisti, oltre al capo-bottega. Tutto ciò ha indotto gli studiosi ad ipotizzare che la medesima bottega abbia lavorato ad entrambi i luoghi. Sebbene non esistano fonti certe, i confronti con altre opere hanno permesso di avanzare il nome del Maestro della Cappella Caldora, la cui mano si ravvisa, nello specifico, nella seconda campata, nelle Cappelle e nei due angeli sul portale del Cortile. Personalità dibattuta ed il cui nome è ancor oggi ignoto, si distingue per modi violenti, espressionisti, tanto da supporre che si trattasse di un maestro tedesco la cui cultura appuntita si addolcì in seguito all’incontro con i maestri umbri.

Scendendo ad un livello più basso si accede a quello che, fino al 1870, era il piccolo cimitero dei monaci dello Speco. Adiacente ad esso è il Roseto di San Benedetto, il roveto fra le cui spine San Benedetto si gettò per vincere la tentazione, e dove poi San Francesco innestò delle rose durante la sua visita al Sacro Speco nel 1224 al seguito del Cardinale Ugolino, futuro papa Gregorio IX (1145-1241). L’episodio di cui è protagonista San Francesco è raffigurato su una parete da un affresco del XVII secolo di Vincenzo Manenti (1600-1674), il “Cristo crocifisso con Santa Maria Maddalena, San Nicola di Bari e San Francesco D’Assisi” (1638-1647), posto nel refettorio di Santa Scolastica.

Il Roseto di San Benedetto

Nell’ex-refettorio benedettino del Sacro Speco – in origine nato come Dormitorio del convento ed oggi adibito a cappella – si trovano invece due lunette raffiguranti l’Ultima Cena e la Crocifissione. Successivi interventi si sono poi avvicendati sulle pareti e sulla volta della sala nei secoli XVI, XVIII e XIX. I più antichi dipinti trecenteschi, fortunatamente risparmiati dagli interventi postumi, sono stati di recente oggetto di un capillare restauro.

Martina Scavone

Martina Scavone

Nata a Roma, classe ‘93. Si è laureata all’Università di Roma Tor Vergata: triennale in Beni Culturali e magistrale in Storia dell’Arte. Attualmente è iscritta a un Master e lavora come traduttrice freelance. Ama leggere, viaggiare e l’arte in tutte le sue sfaccettature.