ArtePrimo PianoI Pilastri dell’arte: Picasso e gli 83 anni di “Guernica”

Martina Scavone Martina Scavone3 Giugno 2020
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Era il maggio del 1937 quando il pittore spagnolo Pablo Picasso (1881-1973) incominciò a lavorare a una delle opere che lo avrebbe consacrato agli occhi del mondo intero. Terminata in soli due mesi, nel giugno dello stesso anno, Guernica nacque in seguito a un evento che sconvolse la Spagna, all’epoca impegnata nella sanguinosa Guerra Civile che dilaniò il Paese tra il luglio del 1936 e l’aprile del 1939 e che vide coinvolti da un lato i ribelli “Nacionales” e dall’altro il governo della Repubblica spagnola, con i suoi “Republicanos”. Picasso, che non si era mai interessato di politica, divenne un acceso sostenitore dei repubblicani, soprattutto dopo il bombardamento della città basca di Guernica, avvenuto il 26 aprile 1937 a opera degli aerei tedeschi, inviati da Hitler per appoggiare Francisco Franco. Nello specifico, a sganciare le bombe fu la Legione Condor, corpo volontario composto da elementi della Luftwaffe, con il supporto dell’Aviazione Legionaria, unità volontaria e non ufficiale della Regia Aeronautica italiana. L’attacco colpì la popolazione civile e portò Picasso a concepire una grande composizione di denuncia contro la guerra, la violenza e la distruzione, su commissione del Governo Repubblicano spagnolo, il quale chiese al maestro di realizzare un dipinto che rappresentasse la Spagna durante l’esposizione universale di Parigi. A quell’epoca, peraltro, Picasso era già un artista affermato, di fama mondiale, nonché direttore in absentia del Museo del Prado di Madrid.

Pablo Picasso immortalato mentre lavora a Guernica

L’ispirazione per l’opera, che fu improvvisa e arrivò all’ultimo minuto come era tipico del genio spagnolo, venne preceduta da innumerevoli schizzi e fu realizzata secondo lo stile del Cubismo sintetico. Il maestro ebbe modo di vedere le fotografie del bombardamento su alcune riviste, tra cui la francese L’Humanité, e nel 1935 realizzò un’incisione intitolata Minotauromachia – nella quale comparivano già tutti i simboli da lui elaborati nel tempo e dedicati al toro – che probabilmente costituì lo stato embrionale di Guernica.

Picasso, Minotauromachia, 1935, incisione calcografica all’acquaforte, 49,8×69,9 cm, New York, MoMa

Quest’ultima venne concepita interamente nello studio di Picasso in Rue des Grands Augustins a Parigi e l’artista ricevette dalla Repubblica Spagnola dapprima un pagamento iniziale di 50.000 franchi, seguito da un secondo pagamento di 150.000 franchi come rimborso spese. Fu proprio il ricevimento di tale pagamento, decenni dopo, a consentire al governo spagnolo di rivendicare la proprietà del dipinto. In ogni caso, nel giugno del 1937 Guernica venne esposta nel padiglione spagnolo dell’esposizione universale di Parigi, su un muro perimetrale del porticato di ingresso in uno spazio di passaggio di 27 metri quadrati, configurandosi come la prima e l’ultima cosa ad esser vista dai visitatori in un padiglione dinamico e chiassoso in cui convivevano teatro, collage fotografici, artigianato, poesia, propaganda e danza. Guernica non solo fu acclamata, ma divenne celebre nel mondo e la sua fama servì soprattutto a far conoscere la storia del conflitto fratricida che si stava consumando in Spagna. Tuttavia, dopo l’esposizione, quando ormai il governo repubblicano era caduto, Picasso non permise che il suo dipinto più famoso venisse esposto in Spagna, dichiarando esplicitamente che avrebbe potuto tornarvi solo dopo la fine del franchismo. Infatti venne ospitato per svariati anni al MoMa di New York, come deciso dallo stesso Picasso in seguito allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, prestito che egli stesso nel 1958 decise di estendere per un periodo non definito al fine di preservarne l’integrità. Ma nel 1981 Guernica fece ritorno in patria, a Madrid, otto anni dopo la morte dell’autore e sei dopo quella di Franco, passando prima per il Casón del Buen Retiro (ovvero il Salone da ballo dell’antico Palazzo Reale), poi per il Museo del Prado, infine per il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, in cui si trova tuttora dal 1992. Durante la sua permanenza al Cason del Buen Retiro, due studiosi – Jose Maria Cabrera e Maria del Carmen Garrido – esaminarono la tela al microscopio e scoprirono che era di iuta grezza, deliberatamente preparata con una tecnica antiquata per renderla più resistente agli spostamenti e conferire al quadro una luminosità da vetrata a piombo con qualità riflettenti simili al rivestimento posteriore di uno specchio.

Picasso, Guernica, 1937, olio su iuta grezza, 349 x 776 cm, Madrid, Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia

Dal punto di vista compositivo, l’opera si snoda in uno spazio caotico e privo di impianto prospettico, concepito con un criterio più narrativo che realistico, suggerito altresì dal formato orizzontale e panoramico. Uno spazio costruito per sovrapposizione di elementi e che mostra l’accavallarsi di innumerevoli orrori: le case in fiamme, le urla degli uomini che cercano scampo dalle finestre, il terrore degli animali, i corpi dilaniati, lo strazio della madre che regge fra le braccia il corpo morto del proprio figlio. È volutamente realizzata sui toni del grigio, del bianco e del nero per affidare a tale contrasto e all’assenza di colore il senso di tragedia e di angoscia della rappresentazione; l’alto senso drammatico è poi suggerito dalla deformazione dei corpi, dalle linee che sembrano tagliarsi vicendevolmente, dalle lingue aguzze che fanno pensare a urla disperate e laceranti. L’opera deve essere letta da destra a sinistra, poiché il lato destro era vicino all’entrata del luogo per il quale venne progettata; si presenta inoltre densa di simboli, a cui tuttavia Picasso non diede mai una spiegazione precisa: il cavallo che urla – secondo alcuni critici – rappresenta la natura ferita, secondo altri il segno di come la nobiltà e la fierezza (tipiche del cavallo, ma anche della Spagna) vengano violate dalla brutalità della guerra; il toro, emblema della Spagna e simbolo del suo sacrificio nell’arena durante la corrida, è presente nella cultura occidentale con un duplice significato e da un lato rappresenta la fertilità, la virilità, la forza, mentre dall’altro è l’oscuro nemico da battere; infine, la donna col bambino morto in braccio che grida al cielo disperata sarebbe la personificazione del dolore universale dell’uomo. Da notare la colomba sulla sinistra – simbolo della pace ormai ferita – colta da un moto di strazio prima di cadere a terra e il cadavere collocato nella parte inferiore del dipinto, schiacciato dal peso del cavallo, che sulla mano sinistra ha una stigma come simbolo di innocenza – in contrasto con la crudeltà del bombardamento che si è appena verificato – mentre nella mano destra stringe una spada spezzata, da cui sorge un pallido fiore, come a voler comunicare speranza per un futuro migliore, speranza suggerita altresì dalla presenza della lampadina accesa, un punto di luce nel buio.

Ultime due curiosità: una copia di Guernica sotto forma di arazzo si trova nel corridoio antistante alla sala del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Inoltre, secondo una tesi minoritaria, il quadro in realtà non rappresenterebbe la tragedia di Guernica ma la morte di un famoso torero, José Gómez Ortega (1895-1920), opera commissionata a Picasso nel 1935 dalla città di Malaga; il dipinto sarebbe dunque stato “riciclato” dall’artista a causa della ristrettezza dei tempi imposta dal committente. Tuttavia, questa tesi trova poco riscontro nella critica: per l’alta espressività e i molti centri di attrazione psicologica, Guernica si configura come la rappresentazione di un sanguinoso fatto di cronaca, secondo lo stile inconfondibile e personalissimo di Picasso.

Martina Scavone

Martina Scavone

Nata a Roma, classe ‘93. Si è laureata all’Università di Roma Tor Vergata: triennale in Beni Culturali e magistrale in Storia dell’Arte. Attualmente è iscritta a un Master e lavora come traduttrice freelance. Ama leggere, viaggiare e l’arte in tutte le sue sfaccettature.