ArtePrimo PianoI Pilastri dell’Arte: Lorenzo de’ Medici, grande mecenate e protettore delle arti

Martina Scavone Martina Scavone12 Settembre 2020
https://lacittaimmaginaria.com/wp-content/uploads/2020/09/yt45y45y4yy3.jpg

Lorenzo di Piero de’ Medici, detto Lorenzo il Magnifico (Firenze, 1 gennaio 1449 – Careggi, 8 aprile 1492), fu il terzo membro della dinastia dei Medici a rivestire il ruolo di signore di Firenze, cosa che avvenne dal 1469 sino alla sua morte. Incarnò l’ideale dell’uomo rinascimentale, sia per aver vestito i panni del perfetto principe umanista, sia per l’oculatissima gestione del potere da lui messa in atto. Innumerevoli le sue doti: scrittore, mecenate, poeta, nonché scaltro uomo politico.

Benozzo Gozzoli, Presunto ritratto di Lorenzo de’ Medici da giovane, particolare dell’affresco del Corteo dei Magi nell’omonima cappella (1459)

Figlio di Piero e nipote di Cosimo il Vecchio, Lorenzo ricevette un’educazione umanistica: seguì le lezioni di poetica ed eloquenza di Cristoforo Landino, studiò filosofia e greco e frequentò l’Accademia Platonica di Marsilio Ficino. A soli vent’anni, alla morte del padre, insieme al fratello Giuliano assunse il governo di Firenze e dello Stato fiorentino. Era il 1469; nello stesso anno convolò a nozze con la nobile Clarice Orsini (1450-1488), appartenente all’omonima potente famiglia romana.

Domenico Ghirlandaio, presunto ritratto di Clarice Orsini, pittura a olio, National Gallery of Ireland

Dal punto di vista politico, Lorenzo dimostrò sin da subito una notevole abilità diplomatica e politica, il che gli permise di consolidare la signoria medicea, rafforzando così il prestigio della sua città, oltre che della sua famiglia. Tuttavia, non mancarono difficoltà e turbolenze, che il Magnifico si trovò a dover fronteggiare. Celebri i casi di Prato e Volterra, che si ribellarono a Firenze costringendo il suo Signore a mettere in atto una dura repressione. Sul fronte della politica estera, invece, Lorenzo manifestò il chiaro disegno di arginare le ambizioni territoriali di Sisto IV (1414-1484), in nome dell’equilibrio della Lega Italica del 1454. Questo e in generale l’egemonia che la famiglia Medici stava progressivamente ottenendo grazie al suo capo-famiglia, portarono Lorenzo a essere vittima della cospirazione ordita dalla famiglia di banchieri fiorentini de’ Pazzi (e perciò passata alla storia come “La congiura dei Pazzi”), conclusasi il 26 aprile 1478 con la morte di Giuliano de’ Medici (1453-1478) e il ferimento dello stesso Lorenzo. Tuttavia, la congiura non riuscì nell’intento di indebolire il prestigio interno e internazionale del Magnifico, che anzi si rafforzarono enormemente grazie alla sua abilità diplomatica e al suo carisma, con cui riuscì da un lato a sgretolare la coalizione anti-fiorentina e dall’altro a mantenere unite le forze interne alla Repubblica.

Sandro Botticelli, Ritratto di Giuliano de’ Medici, 1478 ca., Washington, National Gallery of Art

Oltre al “Lorenzo-politico”, è altrettanto interessante la figura del “Lorenzo-umanista”. Egli, infatti, era perfettamente consapevole del fatto che il suo potere si basasse sul consenso e sul beneficio che la sua persona poteva arrecare a Firenze, pertanto si distinse nella costruzione di numerose opere civili volte a guadagnarsi il sostegno collettivo, legando così il suo nome al periodo di massimo splendore del Rinascimento fiorentino. Emblema della sua attività di mecenate è la decorazione della Cappella dei Magi, situata al piano nobile di Palazzo Medici Riccardi, commissionata nel 1459 a Benozzo Gozzoli (1420 ca.-1497). La scena principale del ciclo è rappresentata dalla “Cavalcata dei Magi”, che funge da pretesto per rappresentare un preciso soggetto politico che diede lustro alla casata dei Medici, cioè il corteo con Papa Pio II Piccolomini, e numerose personalità, che arrivò a Firenze nell’aprile del 1458 e diretto a Mantova.

Il giovane Giuliano de’ Medici raffigurato da Benozzo Gozzoli nella Cappella dei Magi di Palazzo Medici Riccardi (1459)

Lorenzo si circondò inoltre di intellettuali – Poliziano, Ficino, Pico della Mirandola – e di artisti quali Antonio del Pollaiolo, Filippino Lippi, Sandro Botticelli e il giovane Michelangelo, il cui rapporto con la famiglia Medici ebbe inizio sul finire del Quattrocento, con la protezione accordatagli – negli anni Novanta – dallo stesso Lorenzo, seguito dal cugino Lorenzo di Pierfrancesco, al tempo della Repubblica, per continuare poi con la commissione della facciata per la chiesa di San Lorenzo (1516-1520) da parte di Giovanni, futuro Papa Leone X (1475-1521) e secondogenito del Magnifico, commessa che però non venne portata a compimento per il sopraggiungere di nuovi incarichi da parte dei Medici come la costruzione della Sagrestia Nuova con la relativa decorazione scultorea, e la realizzazione della Libreria Laurenziana (1520-1534), seguiti personalmente e tramite intermediari dal cardinale Giulio de’ Medici, cugino del papa e divenuto a sua volta pontefice nel 1523 col nome di Clemente VII (1478-1534).

Jacopo Chimenti da Empoli, Michelangelo presenta a Leone X i modelli per le imprese di San Lorenzo, 1617-19, Firenze, Casa Buonarroti

Proseguendo con la narrazione dell’attività di mecenate del Magnifico, oltre ai pittori egli protesse anche lo scultore Andrea del Verrocchio (1435-1488), autore del Cenotafio di Niccolò Forteguerri sul Duomo di Pistoia, e l’architetto Giuliano da Sangallo (1443-1516), promotore di quell’eclettismo usato per i lavori pubblici che sarà la base architettonica per la Villa di Poggio a Caiano. In campo musicale, invece, il Medici fu protettore del compositore fiammingo Heinrich Isaac (1450-1517), a cui affidò l’educazione dei suoi figli. Tuttavia Lorenzo non voleva affatto limitarsi a questo; da uomo lungimirante quale era, desiderava non solo sostenere gli artisti già affermati, ma anche promuovere la nascita delle future generazioni di artisti fiorentini. Fu con tale intento che decise di fondare nel Giardino di San Marco la prima Accademia d’Arte della storia, luogo in cui vennero accolti i più promettenti artisti che fuoriuscivano dalle botteghe del Verrocchio e del Ghirlandaio. Situato tra le attuali via Cavour e via San Gallo, in pieno “quartiere mediceo”, a pochi passi dal palazzo Medici e dalle chiese patronate di San Marco e San Lorenzo, il giardino esisteva sin dal medioevo, come testimonia il toponimo antico di Cafaggio, cioè parco. Fu Clarice Orsini, intorno al 1475, a decidere di acquistare questa area verde dai monaci di San Marco, più tardi sfruttata da Lorenzo per collocarvi la sua collezione di sculture comprate in larga parte a Roma. Il giardino era infatti arricchito di un gran numero di statue classiche, di cui gli artisti potevano usufruire per studiare e far pratica, al pari dei consigli dell’allievo di Donatello, Bertoldo di Giovanni. Tra questi vi era anche un giovanissimo Michelangelo Buonarroti (1475-1564), che frequentò il Giardino mediceo dal 1489 al 1492 e si conquistò l’ammirazione del Magnifico per le sue doti innate, tanto che il Signore di Firenze lo accolse e lo allevò al pari di un figlio, facendolo persino mangiare alla sua stessa tavola. Verso il 1480 l’Anonimo gaddiano testimonia la presenza al giardino anche di Leonardo da Vinci (1452-1519), che fu inviato a Milano dietro suggerimento di Lorenzo a Ludovico il Moro, inizialmente come musico, per poi dimostrare il suo genio quale realizzatore di feste, di giochi e – soprattutto – come pittore e ingegnere militare.

Il Giardino mediceo nella pianta del Buonsignori (1584).

Lorenzo stesso sovrintese alla scuola e si raccontano alcuni aneddoti su di lui e il giovane Michelangelo, come quello relativo alla “Testa di fauno” che il grande scultore intorno al 1489, allora tra i quindici e i diciassette anni, aveva copiato da un’opera antica. Per perizia aveva realizzato la bocca aperta anziché chiusa, in modo da mostrare la lingua e i denti. Se non che, quando il Magnifico la vide, per burlarlo, lo rimproverò facendogli notare che gli anziani di solito non hanno una dentatura tanto perfetta. Allora Michelangelo, mentre Lorenzo proseguiva il giro del giardino, senza farsi vedere ruppe velocemente un dente e trapanò la gengiva del fauno, aspettando che Lorenzo gli ripassasse davanti. Quando ciò accadde, egli rimase sorpreso dalla prontezza e dalla semplicità d’animo del giovane. Questa sarebbe stata l’occasione che spinse Lorenzo a chiedere al padre del ragazzo, Ludovico, di poterlo affiliare, tenendolo presso di sé nel palazzo di via Larga, dove in effetti Michelangelo visse fino alla morte del suo protettore nel 1492.

Calco della Testa di Fauno, Firenze, Museo del Bargello (originale andato perduto dopo il 1494)

Ad oggi, la presenza di Michelangelo nel giardino è ricordata da due targhe, una su via Cavour e una nella corte interna dell’isolato vicino a piazza San Marco, all’altezza della terrazza di palazzo Socci, in via San Gallo. Per quanto riguarda il Giardino, invece, nel 1494, con le successive cacciate dei Medici, questo e il palazzo vennero saccheggiati dalla folla, dopodiché l’area fu dismessa e gradualmente edificata, entrando a far parte del parco del Casino di San Marco, fino al secondo Ottocento, quando tutta la zona fu oggetto di una riqualificazione e il Giardino stesso smantellato.

Lapide dello scomparso Giardino di San Marco

In conclusione, è possibile affermare che Lorenzo de’ Medici si dimostrò un grande mecenate, probabilmente il migliore che la storia abbia mai conosciuto. Fu protettore di letterati e artisti, e – fin dagli anni giovanili – si dimostrò egli stesso un uomo di grandi interessi culturali. Come non ricordare, infatti, oltre al “Lorenzo-politico” e al “Lorenzo umanista”, il “Lorenzo letterato”: egli fu anche poeta e scrittore in prima persona e le sue opere rispecchiano il mondo culturale dell’epoca, perfetto incontro tra gli ideali umanistici e la letteratura volgare. Tuttavia, è bene specificare che l’amore per la cultura e l’arte dimostrata dal Magnifico e il patronato nei confronti dei nuovi promettenti artisti fiorentini non era dettato solo dal gusto in sé per l’arte visiva. Lorenzo, da scaltro uomo d’affari quale era, intendeva usare l’arte a fini “politici”, suggerendo agli altri principi italiani alcuni dei suoi migliori artisti per far risaltare l’immagine di Firenze quale “novella Atene”. Intento nel quale, oggi possiamo dirlo, è pienamente riuscito. Se attualmente Firenze è la città ricca di bellezza che conosciamo, se pullula di capolavori pittorici e architettonici e costituisce un importante centro culturale e artistico, il merito è anche e soprattutto suo. Egli – prima di chiunque altro – ha compreso il potere, insito nell’arte, di saper comunicare un messaggio, facendo brillare di luce riflessa colui che, quel messaggio, l’ha promosso e sostenuto. Grazie a queste doti, non solo si è meritato l’appellativo di “Magnifico” – un titolo con una forte connotazione filosofica e che è tipico dei reggitori del potere – ma ha avvolto una città come Firenze nello splendore, uno splendore che continua a connotarla e a renderla una perla indiscussa agli occhi del mondo intero.

Martina Scavone

Martina Scavone

Nata a Roma, classe ‘93. Si è laureata all’Università di Roma Tor Vergata: triennale in Beni Culturali e magistrale in Storia dell’Arte. Attualmente è iscritta a un Master e lavora come traduttrice freelance. Ama leggere, viaggiare e l’arte in tutte le sue sfaccettature.