ArtePrimo PianoI Pilastri dell’Arte: l’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston

Martina Scavone14 Novembre 2021
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Un museo poco noto ai più, dall’architettura semplice e razionale. Un luogo come tanti, penserebbero alcuni guardandolo dall’esterno, ma che contiene – o forse sarebbe più appropriato dire “conteneva” – un tesoro dal valore inestimabile. Stiamo parlando dell’Isabella Stewart Gardner Museum, nato a Boston nel 1896 per volontà della nobildonna di cui porta il nome, per ospitare le notevoli raccolte d’arte europea ed asiatica in suo possesso. Dotato di un cortile in stile veneziano e spazi interni in stile rinascimentale italiano, si configurò come una delle prime case-museo al mondo.

L’Isabella Stewart Gardner Museum, Boston

Ad avere un ruolo chiave nella progettazione fu l’antiquario di fiducia della Stewart Gardner, il fiorentino Stefano Bardini (1836-1922), noto per essere anch’esso un raffinato collezionista d’arte oltre che per aver prestato servizi di consulenza ad alcuni fra i più prestigiosi musei al mondo, tra cui il Louvre, il Victoria and Albert Museum ed il Kaiser Museum di Berlino. L’attività di Bardini per la valorizzazione del patrimonio fu instancabile, al punto da spingerlo a lasciare al Comune di Firenze un lascito testamentario consistente in un palazzo che, dal 1925, è stato convertito in un museo, il quale ospita un eclettico insieme di più di 3.600 opere tra pitture, sculture, armature, strumenti musicali, ceramiche, monete, medaglie e mobili antichi.

Isabella Stewart Gardner in una foto del 1888

E se Firenze e l’Italia devono tanto a Bardini, ancor di più gli Stati Uniti devono ad Isabella Stewart Gardner (1840-1924), una donna estremamente moderna per l’epoca in cui visse, il cui elevato rango sociale le consentì di viaggiare, di ampliare la sua conoscenza del mondo e di venire a contatto con innumerevoli forme d’arte. In modo particolare, si dice avesse un debole per Venezia, che non a caso costituì la principale fonte d’ispirazione per il suo museo. Alla morte del padre, un ricco commerciante irlandese di lino, Isabella ereditò una cifra pari ad un milione e seicentomila dollari che, di comune accordo con il marito, decise di investire proprio in opere d’arte. Consigliata dal giovane studioso Bernard Berenson, la Stewart Gardner rivolse la sua attenzione dapprima al Rinascimento italiano e successivamente all’arte spagnola. Il 1896, anno in cui la nobildonna acquistò importanti dipinti del Rembrandt e del Tiziano, segnò una svolta nel collezionismo dei coniugi Gardner, i quali incominciarono a pensare ad un nuovo edificio nel quale ospitare  la loro vasta collezione, ormai degna di un museo. I lavori iniziarono nel giugno del 1899 e andarono avanti fino al 1901. Isabella impiegò un intero anno per decidere l’esatta disposizione delle opere d’arte all’interno del museo, che aprì ufficialmente i battenti il 1 gennaio del 1903 con la denominazione di Fenway Court, dal nome dell’appezzamento di terreno sul quale sorgeva. L’inaugurazione dello spazio espositivo non frenò tuttavia la sete di collezionismo della Stewart Gardner, la quale proseguì nell’acquisto di nuove opere e al riallestimento continuo delle sale; nel 1914 i nuovi manufatti avevano raggiunto un numero tale da rendere necessario ristrutturare per intero l’ala est dell’edificio, aggiungendovi diverse nuove gallerie. Nel 1919, Isabella Stewart Gardner fu colpita da un primo infarto, ma la sua dipartita si verificò solo cinque anni più tardi, il 17 luglio del 1924. Prima di morire, l’artefice di tutto ciò lasciò al museo una donazione di un milione e duecentomila dollari e nel testamento scrisse che l’allestimento delle opere al suo interno doveva rimanere esattamente come lei lo aveva progettato, tanto personale è il percorso espositivo, pensato come un invito ai visitatori a guardare e creare le proprie connessioni tra le opere d’arte.

Jan Vermeer, Concerto a tre, 1666-67 ca., olio su tela, già all’Isabella Stewart Gardner Museum, Boston

Sebbene la storia della fondazione di questo originale museo sia estremamente interessante e pregna di significato, è un’altra la ragione che ha portato l’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston a godere di una certa fama a livello internazionale. Quasi a sfidare l’inflessibile richiesta avanzata dalla sua fondatrice, ovvero di lasciare tutto esattamente così come lei lo aveva immaginato e realizzato, il 18 marzo del 1990 il museo cadde vittima di un violento quanto ben pensato furto, universalmente ritenuto uno dei più clamorosi della storia in virtù delle modalità con cui è stato perpetrato e visto anche il cospicuo ammontare della refurtiva, stimata per oltre 500 milioni di dollari. Era la notte di San Patrizio del 1990 quando due ladri travestiti da agenti di polizia riuscirono indisturbati ad accedere al museo con una banale scusa, per poi imbavagliare e legare i due custodi ed aggirarsi tranquillamente per le sale espositive, restandovi per ben 81 minuti. In questo lungo lasso di tempo, sono tredici in totale il numero di capolavori di maestri di fama internazionale sottratti dai criminali: tra questi, tre Rembrandt, tra cui La tempesta sul mare di Galilea (1633), l’unico paesaggio marino del maestro olandese; Concerto a tre (1666-67 ca.), uno dei trentasei dipinti di Jan Vermeer; diversi schizzi di Edgar Degas, nonché opere di Govaert Flinck ed Édouard Manet. Al triste elenco si aggiungono un vaso cinese di valore relativamente basso ed un pinnacolo in bronzo a forma di aquila rimosso dalla cima di una bandiera napoleonica.

Rembdrandt, La tempesta sul mare di Galilea, 1633, olio su tela, già all’Isabella Stewart Gardner Museum, Boston

Come accennato, le modalità caratterizzanti il furto hanno dato adito a numerosi dubbi: non solo opere di valore ben più alto sono state lasciate intatte al loro posto (basti citare il Ratto di Europa di Tiziano), ma i ladri hanno preferito impiegare il tempo a loro disposizione per tagliare via ogni singola tela derubata da cornici e telai anziché adoperarsi per fuggire il prima possibile con la refurtiva. Da allora, quelle stesse cornici – purtroppo ormai vuote – continuano ad ospitare le pareti parzialmente spoglie dell’Isabella Stewart Gardner Museum. Si tratta di una scelta della direzione del museo, che non ha mai smesso di sperare che un giorno tali opere possano essere recuperate così da fare finalmente ritorno nel luogo a cui appartengono di diritto. A distanza di oltre trent’anni, nonostante un’offerta di lauta ricompensa pari a 5 milioni di dollari, nessuno dei manufatti è stato recuperato e non sono mai stati effettuati arresti, nonostante tutti gli indizi conducano alle attività illecite della mafia di Boston.

Una delle sale del museo immortalata dopo il furto

L’alone di mistero che ancor oggi ruota attorno alla vicenda l’ha resa la protagonista perfetta di una docu-serie firmata Netflix, dall’emblematico titolo Un colpo fatto ad arte: la grande rapina al museo (This is a Robbery: The World’s Biggest Art Heist, 2021). Realizzata raccogliendo documenti e interviste, visionando migliaia di filmati della polizia e lavorando con gli esperti alla ricerca delle fonti, la serie porta in scena i punti salienti della rapina oltre ad offrire una ricostruzione dettagliata dei fatti, senza tralasciare le svariate teorie che si sono avvicendate nel corso degli anni.

Martina Scavone

Nata a Roma, classe ‘93. Si è laureata all’Università di Roma Tor Vergata: triennale in Beni Culturali e magistrale in Storia dell’Arte. Dopo un Master di II livello in Gestione dei Beni Culturali, ha iniziato a lavorare attivamente come curatrice e storica dell'arte. Ama leggere, viaggiare e l’arte in tutte le sue sfaccettature.