ArtePrimo PianoI Pilastri dell’Arte: l’Impressionismo, un movimento di rottura e innovazione

Martina Scavone Martina Scavone20 Gennaio 2021
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L’Impressionismo non è stato solo un movimento artistico, peraltro uno dei più studiati e conosciuti nel mondo della storia dell’arte contemporanea, ma i suoi seguaci hanno coraggiosamente intrapreso un percorso di rottura rispetto ai canoni classici, alle regole impostate dalle Accademie, dando forma e vita a una pittura libera da costrizioni. Il primo passo verso un simile cambiamento fu rappresentato dalla rinuncia al disegno preparatorio, considerato dalle Accademie il requisito principale e irrinunciabile per poter considerare un’opera d’arte degna di nota.

Claude Monet, Impression, soleil levant, olio su tela, 48 x 63 cm, 1872, Parigi, Musée Marmottan Monet

Ma procediamo con ordine, a partire dalla data a cui si fa risalire la nascita di questa ormai famosissima corrente artistica. Per convenzione e tradizione, la genesi dell’Impressionismo si colloca al 15 aprile 1874, in occasione della mostra tenuta nello studio del fotografo Felix Nadar (1820-1910) da un gruppo di artisti respinti dal Salon di Parigi, il tempio della pittura ufficiale. La mostra ebbe un esito disastroso e diede adito a feroci polemiche, mosse in particolare dal critico d’arte Louis Leroy il quale, ispirandosi al titolo del dipinto Impression, soleil levant di Claude Monet (1840-1926), definì ironicamente tali pittori «impressionisti» e chiamò la mostra stessa «Exposition Impressioniste». Elemento comune a tutti i partecipanti all’esposizione era la spinta verso una rifondazione del concetto stesso di arte, basato su principi quali la necessità di dipingere “en plein air” (ovvero all’aria aperta), la negazione dell’importanza del soggetto, la centralità della pittura paesaggistica, la supremazia del colore rispetto al disegno e la nuova – soggettiva – identità dell’artista, il quale non doveva più nascondere le emozioni, applicandovi un filtro, bensì utilizzarle per realizzare i dipinti impressionisti, ovvero dei dipinti che fossero in grado di fermare il tempo, cogliendo e catturando l’impressione momentanea generata da quell’attimo, così da impedirle di dissolversi e svanire per sempre. Da qui la necessità di un’esecuzione rapida, senza disegno preliminare, senza ritocchi e sfumature. Fu dunque sulla base di questi principi che il movimento si costituì in tutta la sua forza e vitalità, attirando un numero sempre maggiore di seguaci, pittori ormai stanchi dei precetti e degli ambienti accademici, che decisero di abbandonare in favore degli spazi aperti quali campagne, piazze e periferie. Per spostarsi agevolmente, gli artisti usavano cavalletti portatili e colori ad olio in tubetti, fabbricati per la prima volta in quegli anni proprio per rispondere alle loro necessità.

Claude Monet, Ninfee, olio su tela, 1918, National Museum of Western Art, Tokyo, Giappone

Ulteriore fondamento della tecnica impressionista era lo studio della luce e del colore: per conferire la massima luminosità ai dipinti, gli Impressionisti accostavano direttamente sulla tela i colori puri; abolirono inoltre l’uso del nero per realizzare le ombre, che venivano rese combinando diversi pigmenti. Altra pratica piuttosto comune era quella di immortalare il medesimo soggetto in diversi momenti del giorno per mostrare come la luce, nel suo continuo divenire, trasformi cose e colori. Ne è uno straordinario esempio la serie delle Ninfee (circa 250) o quella delle Cattedrali di Rouen (realizzata in 31 versioni) di Claude Monet, in cui l’artista riflette sulle condizioni della luce, mostrando come questa modelli i profili dei soggetti, che mutano costantemente assumendo ogni volta sembianze nuove, multiformi. Sebbene  Monet sia stato senza dubbio alcuno l’interprete più coerente, rappresentativo e prolifico del movimento, il suo fondatore – il primo a rompere con la tradizione accademica, pur non partecipando alle mostre impressioniste – è convenzionalmente identificato con la figura di Édouard Manet (1832 – 1883), artefice di due dei quadri più controversi dell’epoca moderna: la Colazione sull’erba (1863) e l’Olympia (1863).

Édouard Manet, Olympia, 130.5×190 cm, olio su tela, 1863, Parigi, Musée d’Orsay

Oltre a loro, appare doveroso citare Camille Pissarro (1830 – 1903) e Alfred Sisley (1839-1899), delicato interprete della natura, ma anche Pierre-Auguste Renoir, pittore di luminose figure femminili, e Berthe Morisot (1841-1895), pittrice raffinata, amante della raffigurazione degli ambienti familiari. Di Edgar Degas (1834-1917) sono invece divenuti celebri i dipinti sul mondo del balletto classico e delle corse di cavalli, mentre Paul Cézanne (1839-1906), pur essendo stato un fecondo interprete dell’Impressionismo, se ne allontanò progressivamente, enfatizzando la rappresentazione dei volumi e riducendo le forme alla loro essenza geometrica.

Edgar Degas, Ballerine alla sbarra, olio su tela, 130×97.7 cm, 1900, Washington, The Phillips Collection

Per capire fino in fondo la poetica impressionista, è inoltre importante riflettere sul periodo storico in cui tale movimento fiorì: la seconda metà dell’Ottocento era un momento di particolare fermento, prodotto sulla scia del Romanticismo e del Realismo, che avevano già rotto con la tradizione, introducendo importanti elementi di novità, molti dei quali (come l’interesse rivolto al colore piuttosto che al disegno) vennero assorbiti dall’Impressionismo. Nuovi stimoli vennero poi dall’Esposizione universale di Parigi del 1889, dove trovò sfogo l’interesse per l’arte esotica, in particolare quella giapponese e quella cinese. Non è un caso, infatti, che il poeta e intellettuale francese Charles Baudelaire (1821-1867), anni prima avesse già iniziato a distribuire nella sua cerchia di amicizie stampe giapponesi, che presto divennero una moda e furono apprezzate e acquistate anche dai pittori impressionisti. Ultimo, ma non per importanza, fu il progresso apportato dalla scienza, come l’invenzione della macchina fotografica oppure le leggi sull’accostamento dei colori di Eugène Chevreul (1786-1889), che costituirono la base della teoria impressionista sul colore, poiché egli suggeriva di accostare i pigmenti senza mescolarli, così da ottenere non più superfici uniformi, ma “vive” e in movimento. Il ruolo determinante della fotografia, invece, si deve al fatto che questa rese possibile la rappresentazione della realtà esattamente così come appare all’osservatore, senza filtri né orpelli. Una caratteristica, questa, che l’Impressionismo si impegnò sempre a perseguire, fissando nell’attimo catturato tutta la sua verità. Quest’ultimo aspetto era infine indissolubilmente legato a un altro filone di pensiero che proprio in quegli anni germogliò: la filosofia positivista, che promuoveva un’indagine razionale e scientifica della realtà fondata sull’esperienza diretta.

Alfred Sisley, Il Ponte a Villeneuve-la-Garenne, olio su tela, 49.5 x 65.4 cm, New York, The Metropolitan Museum of Art

Per tali ragioni l’Impressionismo ha segnato in maniera tanto incisiva e determinante non solo la storia dell’arte ma la stessa società. La sua eco si può percepire ancora oggi tra le pareti del Musée d’Orsay di Parigi, custode delle principali opere impressioniste che, per essere davvero apprezzate, debbono essere ammirate da vicino, in un’intimità che giova alla mente e ai sensi. Nelle pennellate ampie e decise, infatti, si può percepire tutta la foga, tutta l’anima di questi coraggiosi artisti rivoluzionari, a cui spetta il merito di aver aperto la strada a un nuovo linguaggio pittorico, ponendo le premesse per molte avanguardie del Novecento.

Martina Scavone

Martina Scavone

Nata a Roma, classe ‘93. Si è laureata all’Università di Roma Tor Vergata: triennale in Beni Culturali e magistrale in Storia dell’Arte. Attualmente è iscritta a un Master e lavora come traduttrice freelance. Ama leggere, viaggiare e l’arte in tutte le sue sfaccettature.