Architettura, Design e ModaArtePrimo PianoI Pilastri dell’Arte: la Scala Santa ed il Sancta Sanctorum

Martina Scavone Martina Scavone21 Luglio 2020
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L’edificio odierno, propriamente detto S. Lorenzo in Palatio, fu commissionato da Papa Sisto V per conservare la cappella privata dei papi, il cosiddetto Sancta Sanctorum. In origine questo era il palazzo patriarcale, sede del Vescovo di Roma. Teodoro I (?-649 d.C.) fece ampliare la cappella nell’anno 642 affinché i pontefici vi potessero celebrare messa e tenervi le cerimonie di Venerdì Santo. Tra gli altri, a indirne lavori di ristrutturazione, furono altresì Onorio III (1150-1227) e Nicolò III (1216 c.a.-1280), in quanto l’edificio non versava in ottime condizioni. Ma l’intervento decisivo fu quello condotto sotto Papa Sisto V (1521-1590), il quale ne commissionò la forma attuale e ne decise il programma decorativo, tutto incentrato sulla Passione di Cristo.

Cappella del Sancta Sanctorum, interno

Tra il 1585 e il 1590 questi affidò infatti a Domenico Fontana (1543 -1607) la demolizione del Palazzo ma a patto di conservare e isolare la cappella (in origine sita al primo piano del Patriarchìo medievale), costruendovi attorno l’edificio attuale. Insieme al fratello Giovanni Fontana (1540-1614) trasportarono pertanto la Scala Santa, congiungendola con il venerabile luogo del Sancta Sanctorum e conferendogli così le fattezze odierne. Costruirono inoltre il portico di ordine dorico, che consta di cinque porte con volta anch’essa dipinta. Questo fu chiuso nel 1852-56 per ricavarne un atrio in cui vennero successivamente collocate varie sculture ottocentesche.

L’edificio della Scala Santa visto dall’esterno

Per accedere all’edificio fu utilizzata la scala d’onore del palazzo, che dalla metà del 1400 fu fantasiosamente identificata con quella del Pretorio di Pilato percorsa da Gesù durante la Passione (da cui l’appellativo “Scala Santa”) e portata a Roma da S. Elena, la madre di Costantino (272 d.C.-337 d.C.).

Scala Santa, interno

Entrando all’interno, al centro dell’atrio – ornato di gruppi marmorei – si diparte la Scala Santa, composta da ventotto gradini in marmo con rivestimento in legno, affiancata da quattro scale, due dipinte e due spoglie. Le rampe decorate recano Storie dell’Antico Testamento e Storie di Cristo di mano di molti maestri: Giovan Battista Ricci da Novara, Giacomo Stella, Ferraù Fenzoni, il fiammingo Paul Bril (artefice dei paesaggi), Giovanni Baglione, Vincenzo Conti, Paris Nogari, Andrea da Ancona, Avanzino Nucci, Paolo Guidotti poi detto Cavalier Borghese, Antonio da Urbino, Cesare Nebbia e Baldassarre Croce.

La Scala Santa, che si percorre in ginocchio, immette nella cappella di S. Lorenzo, in cui è collocato l’ingresso al Sancta Sanctorum, il cui interno è visibile esclusivamente attraverso le grate delle finestre. Questo luogo sacro venne consacrato da Papa San Silvestro (285 d.C.-335 d.C.) ed è così detto in virtù delle reliquie che custodisce. L’aspetto attuale risale al rifacimento del 1278 a opera dei Cosmati: sono presenti affreschi nella loggia e nelle lunette, una teoria di Santi entro edicolette, un mosaico con Cristo Pantocratore e infine sull’altare, protetta da sportelli, si erge l’immagine acheropita (ossia “non fatta da mano umana”) del Redentore, una tavola del V-VI secolo, pesantemente ridipinta, a cui è sovrapposta l’immagine su seta del XIII secolo riproducente l’originale. Quest’ultima era l’icona più importante di Roma che, secondo la leggenda, nel VII secolo protesse la città dall’assedio longobardo, tanto importante da essere la protagonista della processione che si svolgeva ogni anno la notte tra il 14 ed il 15 agosto. Trattavasi di una tradizione molto antica, che si celebrò dal Medioevo fino al 1500, in periodo controriformato. Durante tale processione, l’icona acheropita del SS. Salvatore veniva prelevata dagli Ostiari, i suoi custodi, e trasportata lungo tutta la città per farle toccare i suoi luoghi-simbolo, rivivificandoli. I punti in cui l’icona acquistava un’enfasi particolare erano indubbiamente le chiese di S. Francesca Romana, Ss. Cosma e Damiano e S. Giacomo al Colosseo: chi gestiva o finanziava le predette chiese andava incontro all’icona, diventando in quel momento il “gestore” della stessa. Tutti desideravano che l’icona si fermasse nella propria chiesa o monastero, per questo tale processione aveva un’importanza politica, sociale ed economica non indifferente. Inoltre, le famiglie facevano offerte all’edificio religioso che accoglieva l’icona e a ogni sosta le lavavano i piedi, in segno di benvenuto. Per via dei suddetti lavaggi, che venivano effettuati con acqua e basilico (quest’ultima era infatti l’erba profumata riservata alle ritualità), l’icona oggi non esiste quasi più, tanto è rovinata.

G. Nanni, Teoria di Santi, 1590. Roma, Cappella del Sancta Sanctorum

Il punto di arrivo della processione era costituito dalla Basilica di Santa Maria Maggiore, dove era ed è tuttora conservata l’Icona della Vergine Salus Populo Romano (“della Salute del Popolo romano”), particolarmente venerata per due ragioni: in primis poiché dipinta dall’Apostolo Luca e in secondo luogo perché la tradizione tende a identificarla con un ritratto dal vero della Vergine. Probabilmente le due icone venivano fatte inchinare l’una all’altra (come avviene ancor oggi a Tivoli, ad esempio, per la Festa dell’Inchinata), poi venivano posizionate alla destra e alla sinistra dell’altare di Santa Maria Maggiore, dove restavano fino all’alba del 15 agosto, giorno in cui si festeggia tuttora l’Assunzione della Vergine in Cielo. Dopodiché lasciavano la Basilica e ognuna faceva ritorno nella propria collocazione originaria.

L’immagine acheropita del Salvatore

Per concludere, è doveroso specificare che durante tutto l’anno l’icona del Salvatore era interamente velata a eccezione della testa, poiché si credeva fosse un’immagine estremamente potente, al punto tale che la sua vista aveva persino il potere di uccidere. L’unico giorno in cui era possibile ammirarla per intero era il 15 agosto, ulteriore riprova dell’importanza di tale celebrazione.

L’antica porta dell’Ospedale dell’Angelo con la testa dell’Acheropita

Peraltro, una riproduzione dell’immagine acheropita del Salvatore è tutt’ora visibile nei pressi della Scala Santa: il portico in zona San Giovanni è infatti ciò che resta del monumentale ospedale dell’Angelo, la cui antica porta è stata spostata proprio sulla piazzetta antistante. Oltre a un’antica iscrizione, alla destra e alla sinistra di questa è ancora presente la testa di Cristo, ovvero dell’acheropita, che – si ripeta – era la sola parte dell’icona che era concesso osservare.

Martina Scavone

Martina Scavone

Nata a Roma, classe ‘93. Si è laureata all’Università di Roma Tor Vergata: triennale in Beni Culturali e magistrale in Storia dell’Arte. Attualmente è iscritta a un Master e lavora come traduttrice freelance. Ama leggere, viaggiare e l’arte in tutte le sue sfaccettature.