ArtePrimo PianoI Pilastri dell’Arte: la “Paolina Borghese” di Antonio Canova

Martina Scavone Martina Scavone8 Agosto 2020
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Ha destato enorme scalpore l’incidente avvenuto lo scorso 31 luglio presso la Gypsotheca canoviana di Possagno (Treviso) ai danni della statua in gesso raffigurante Paolina Borghese come Venere vincitrice realizzata dal celebre scultore Antonio Canova (1757-1822) tra il 1804 ed il 1808.

Un fermo immagine delle telecamere di sorveglianza del museo che immortalano il fatidico momento

Un turista austriaco si è infatti incautamente seduto sull’opera nel tentativo di scattarsi un selfie e, nel rialzarsi, ha urtato il piede destro della statua, privandolo dell’alluce e di altre due dita.

Particolare del piede dopo il danno subito

A denunciare l’accaduto il noto critico d’arte Vittorio Sgarbi, presidente della Fondazione Canova di Possagno. Questa è la notizia trapelata, senz’altro degna di essere divulgata e che ha dato adito a numerose polemiche. Tuttavia, ben poco si è detto dell’opera in sé. La statua contribuisce a mostrare l’immagine completa dell’arte e della vita di Canova, di cui la Gipsoteca fornisce un’ampia panoramica (infatti il termine “gipsoteca” significa letteralmente “raccolta di gessi”): oltre ai calchi in gesso che servivano nella fase preparatoria delle sculture definitive in marmo esposte in tutto il mondo, nel museo (di cui fa parte anche la casa dell’artista) sono custoditi dipinti a olio e a tempera, disegni, memorie, vestiti, strumenti di lavoro, libri e cimeli vari appartenuti al maestro.

Antonio Canova, Paolina Borghese, 1804-08, gesso, Treviso, Gypsotheca di Possagno. Ph. Credit Lino Zanesco

La raccolta delle centinaia di gessi conservati nella Gipsoteca di Possagno è la testimonianza del lavoro continuo e intenso che Canova impiegava nelle sue opere: le statue canoviane, infatti, non nascevano quasi mai dalla lavorazione diretta e intuitiva del marmo, ma solo dopo un metodico e precisissimo studio che andava dal disegno all’argilla, dal gesso al marmo. Il modello in gesso, in particolare, veniva realizzato con una colata in un calco ricavato dalla precedente opera in argilla; nel gesso venivano applicate le “repère”, ossia dei piccoli chiodi di bronzo tuttora visibili nelle statue di Possagno, che consentivano – con un apposito pantografo – di trasferire le misure e le proporzioni dal gesso al marmo. La statua danneggiata, nello specifico, servì a Canova per realizzare la versione in marmo conservata nella Galleria Borghese di Roma; nel 1829 il fratellastro dello scultore, monsignor Gianbattista Sartori (1775-1858), fece trasferire il gesso da Roma alla stessa cittadina veneta che diede i natali a Canova. Sartori prese infatti l’iniziativa di far costruire a Possignano la Gypsoteca, allo scopo di raccogliere i modelli in gesso, i bozzetti in terracotta e alcuni marmi che si trovavano nello studio dell’artista a Roma al momento della sua morte, tra cui la stessa Paolina Borghese. L’edificio venne progettato nel 1836 dall’architetto Giuseppe Segusini (1801-1876), per poi essere ampliato nel 1957, in occasione delle celebrazioni del 200º anniversario della nascita dell’artista, con una nuova e modernissima ala progettata dall’architetto veneziano Carlo Scarpa (1906-1978).

Antonio Canova, Paolina Borghese, 1804-08, marmo bianco, Roma, Galleria Borghese

Tornando alla scultura protagonista del presente articolo, questa fu dapprima seriamente compromessa durante il bombardamento del Natale del 1917, nel corso del quale si verificarono gravi danni alla testa, al velo, alle mani e ai piedi; nel 2004 fu poi restaurata dalla Fondazione a partire da una scansione 3D del marmo.

Sorella di Napoleone I, nel 1803 Paolina Bonaparte (1780-1825) sposò il principe romano Camillo Borghese (1775-1832). Per celebrare le nozze, l’anno successivo il principe commissionò a Canova la scultura in questione, che la raffigura – appena venticinquenne – languidamente distesa su un’agrippina, ovvero un divano fornito di un unico bracciolo; il velo, che la copre dal ventre in giù lasciando scoperta solo la parte superiore del corpo, la rende pudica e sensuale al contempo. Il capo è delicatamente appoggiato sulla mano destra, mentre nella mano sinistra la donna custodisce una mela, la quale evoca la vittoria di Afrodite, la Venere della mitologia romana, nel Giudizio di Paride. Quest’ultimo fu infatti chiamato a scegliere a quale dea tra Era, Atena e Afrodite assegnare un pomo d’oro con sopra inciso “Alla più bella” e Paride lo consegnò proprio ad Afrodite, dea dell’Amore.

Robert Lefèvre, Ritratto di Paolina Bonaparte, 1806, olio su tela, 65×53 cm, reggia di Versailles

Dal punto di vista tecnico, questo gruppo scultoreo si caratterizza per un’efficace alternanza di pieni e vuoti nonché per l’equilibrio tra le linee orizzontali e verticali descritte dal letto e quelle diagonali tracciate dal corpo di Paolina, la cui leggera torsione del volto fa sì che l’opera si presti a una visione a tre quarti. Tuttavia, per conferire maggior potenza espressiva e maggior enfasi all’opera, Canova fece inserire un ingranaggio sotto alla scultura per permetterle di ruotare su se stessa, così da poter essere ammirata da ogni angolazione. A ogni cambio di prospettiva corrispondeva dunque un diverso gioco di luci e ombre, che ne modificavano continuamente l’aspetto. La statua in marmo, a cui il gesso fu propedeutico, venne trasportata a Palazzo Borghese di Campo Marzio dopo la caduta di Napoleone, dove rimase esposta fino al 1820, quando Camillo Borghese decise di rimuoverla e chiuderla in una cassa. Tale decisione fu presa sia per far cessare il mercato degli ingressi a pagamento intrapreso dalla servitù, sia per mantenersi in buoni rapporti con la corte pontificia. Con il tramonto dell’era napoleonica, infatti, la scultura appariva totalmente decontestualizzata in quanto, nell’esaltare la bellezza di Paolina, l’opera serviva anche a celebrare Bonaparte, e pertanto aveva perso di coerenza dopo Waterloo. Inoltre, fu la stessa Paolina a chiedere la rimozione della statua, come emerge in una lettera del 22 gennaio 1818 indirizzata al marito. Il gruppo scultoreo venne quindi portato a Villa Borghese nel 1838 e sistemato nella Stanza di Elena e Paride per poi essere definitivamente spostato nel 1889 nella sua collocazione attuale, ovvero in una sala al pian terreno del museo in accordo con gli episodi narrati nei quadri della volta del soffitto con le Storie di Venere e di Enea. Del lavoro preparatorio relativo alla scultura ci sono pervenuti un totale di quattro disegni di studio e il gesso recentemente deturpato.

Martina Scavone

Martina Scavone

Nata a Roma, classe ‘93. Si è laureata all’Università di Roma Tor Vergata: triennale in Beni Culturali e magistrale in Storia dell’Arte. Attualmente è iscritta a un Master e lavora come traduttrice freelance. Ama leggere, viaggiare e l’arte in tutte le sue sfaccettature.