ArtePrimo PianoI Pilastri dell’Arte: la Camera degli Sposi di Andrea Mantegna

Martina Scavone19 Giugno 2021
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La Camera degli Sposi, così chiamata a partire dal 1648 da Carlo Ridolfi (1594-1658) ma conosciuta nelle cronache antiche come “Camera picta” (“camera dipinta”), è una stanza decorata da Andrea Mantegna (1431-1506) tra il 1465 e il 1474 e collocata al piano nobile della torre settentrionale del Castello di San Giorgio, già inglobato nel Palazzo Ducale di Mantova. I lavori di decorazione di questa celebre stanza iniziarono subito dopo la conclusione dei dipinti di Mantegna nella “chapeleta del Castello”, alla quale la “Camera Picta” è collegata come continuità di un programma iconografico volto alla celebrazione dei Gonzaga.

Andrea Mantegna, Camera degli Sposi, 1465-1474, la data di inizio dei lavori, Mantova, Palazzo Ducale

La Camera è un ambiente cubico ricoperto da una volta ribassata a padiglione, scompartita da vele e lacunari con una finta apertura a oculo centrale sostenuta da paraste e lesene che creano una finta loggia, chiusa da tendaggi arabeschi sulle pareti est e sud, aperta verso un paesaggio sulla parete ovest e all’interno di una Corte sulla parete nord. Il maestro studiò infatti per questo ambiente una decorazione che investisse tutte le pareti e le volte del soffitto, adeguandosi ai limiti architettonici della stanza, ma al tempo stesso sfondando illusionisticamente le pareti con la pittura, come se lo spazio fosse dilatato ben oltre i suoi limiti fisici. L’unitarietà della decorazione sottolinea inoltre il carattere particolare di questo ambiente, destinato ad archivio privato del signore e adibito a luogo di rappresentanza.

Andrea Mantegna, Camera degli Sposi, 1465-1474, parete nord “La Corte”, Mantova, Palazzo Ducale

Nella parete nord, nota come “La Corte”, Ludovico Gonzaga è rappresentato con la famiglia in un lungo porticato, chiuso da una balaustra decorata a tondi marmorei, al di là del quale figura uno sfondo alberato. Il signore di Mantova è seduto su un trono, sotto al quale sta accucciato il cane preferito del marchese, Rubino, simbolo di fedeltà. Protagonista insieme a Ludovico è poi la moglie Barbara di Brandeburgo, seduta al centro e circondata dai figli: Francesco, Gianfrancesco, Rodolfo, Sigismondo, Barbara e Paola. In basso è stata posizionata la famosa nana di corte Lucia, affetta da neurofibromatosi, che guarda direttamente lo spettatore. La corte, invece, si colloca sul basamento rialzato della Camera in corrispondenza del camino, la cui presenza, che invade a metà la parte inferiore destinata agli affreschi narrativi, rendeva molto difficile ambientare la scena senza interruzioni. Tuttavia, Mantegna risolse il problema usando l’espediente di collocare la scena su una piattaforma rialzata a cui si accede da alcuni gradini che scendono nel lato destro. Da ciò deriva l’impaginazione particolarmente originale della scena, pensata appunto per adattarsi alla forma della stanza. Per la realizzazione di questa parete il pittore scelse una tecnica a secco, che diversifica la rappresentazione e l’effetto coloristico-pittorico in una resa più preziosa, rispetto alla decorazione a fresco del resto della Camera.

Andrea Mantegna, Camera degli Sposi, 1465-1474, part. parete nord La Corte, Mantova, Palazzo Ducale

Proseguendo con l’analisi delle pareti, tradizione vuole che la decorazione di quella occidentale – denominata “L’Incontro” – sia volta alla glorificazione della nomina di Francesco Gonzaga a cardinale, evento fondamentale per la signoria dei Gonzaga.

Andrea Mantegna, Camera degli Sposi, 1465-1474, parete ovest “L’Incontro”, Mantova, Palazzo Ducale

La scena è divisa in tre settori: in quello di destra avviene l'”incontro” vero e proprio, in quello centrale alcuni putti reggono una targa dedicatoria e in quello di sinistra sfila la corte del marchese. Sullo sfondo è rappresentata una veduta ideale di Roma, in cui si riconoscono – tra i vari monumenti – il Colosseo, Castel Sant’Angelo e la piramide di Cestio. A sinistra figura il marchese Ludovico Gonzaga, che indossa una corta sopravveste militare grigia sopra una giubba rinforzata ed è armato di una daga e di una spada tempestata di gemme; solleva la mano destra e si rivolge al cardinale Francesco, suo figlio. Come si è detto poc’anzi, per buona parte della critica tale gesto rispecchierebbe il discorso che il marchese pronunciò a Bozzolo il 1 gennaio 1462, accogliendo il figlio per la prima volta dopo la sua elezione. Tuttavia, tale ipotesi sembrerebbe messa in discussione dal fatto che la figura matura e corpulenta di Francesco non è coerente con la sua età nel 1461, di circa 17 anni, testimoniata invece da un suo presunto ritratto conservato oggi a Napoli. Si è pensato quindi che gli affreschi celebrino la venuta di Sua Eminenza a Mantova nell’agosto 1472, quando si apprestò a ricevere il titolo di abate commendatario di Sant’Andrea. Tornando all’analisi iconografica della parete, accanto a Ludovico e Francesco si individuano gli eredi della famiglia: Federico, futuro marchese di Mantova, e Francesco II, che sposerà Isabella d’Este, insieme all’imperatore Federico III e al re Cristiano di Danimarca, marito della sorella della marchesa Barbara di Brandeburgo.

Andrea Mantegna, Camera degli Sposi, 1465-1474, part. parete ovest “L’Incontro”, Mantova, Palazzo Ducale

A sinistra dell’affresco, sopra la porta, geni alati sostengono la cartella con la targa dedicatoria che reca la seguente scritta: «All’illustrissimo Ludovico, secondo marchese di Mantova, principe ottimo e di fede ineguagliata, e all’illustre Barbara, sua consorte, incomparabile gloria delle donne; il loro Andrea Mantegna, padovano, compì la presente modesta opera in onore loro l’anno 1474».

Andrea Mantegna, Camera degli Sposi, 1465-1474, part. parete ovest con putti che sorreggono la targa dedicatoria, Mantova, Palazzo Ducale

Ma a rendere davvero celebre la Camera degli Sposi nel corso degli anni è stato senz’altro lo stupefacente scorcio prospettico dell’oculo del soffitto, dove Mantegna portò alle estreme conseguenze gli esperimenti illusionistici condotti nella Cappella Ovetari di Padova. Incorniciato da una ghirlanda di fiori e frutti ornata di nastri, al centro della calotta figura l’oculo dipinto che si apre illusionisticamente sul cielo sovrastante e alla cui balaustra si affacciano figure ridenti e putti classici. Oltre ai putti alati sono raffigurate cinque figure femminili, la cui identificazione con personaggi reali gravitanti attorno alla corte gonzaghesca non è ancora chiara. Una di esse, a giudicare dall’elaborata acconciatura, doveva essere una dama d’alto rango; accanto a essa, con un copricapo a strisce avvolto attorno alla testa, la schiava di colore, una delle tante che si trovavano raffigurate nei palazzi e nelle ville rinascimentali italiane. Al di là della tinozza rustica che contiene un albero di limoni compaiono poi tre domestiche che, con volti sorridenti e complici, sembrano in procinto di farla cadere nella stanza. La parte restante della balaustra è invece occupata dal gruppo dei putti alati che giocano: tre stanno all’interno, sulla cornice, e sono raffigurati per intero, due frontalmente e uno da dietro, in pose volutamente contrapposte l’una all’altra. Degli altri putti, alcuni sporgono con il capo attraverso gli ovali della balaustra, rafforzando l’illusione del libero movimento dello spazio, altri giocano con un pavone, con ogni probabilità ritratto dal vero, che è un riferimento agli animali esotici presenti a corte. Piccola curiosità: nella nuvola vicino al vaso si trova nascosto un profilo umano, probabile autoritratto dell’artista abilmente mascherato.

Andrea Mantegna, Camera degli Sposi, 1465-1474, oculo del soffitto, Mantova, Palazzo Ducale

Dal punto di vista architettonico, la copertura a calotta ribassata con oculo centrale rimanda alla tipologia degli edifici classici romani, dalla Domus neroniana al Pantheon, il monumento antico per eccellenza celebrato dagli umanisti. Tanto la collocazione dei busti dei primi otto imperatori romani all’interno dei lacunari sulla volta, quanto le scene mitologiche nelle dodici vele stanno a rivendicare una vetusta quanto ideale discendenza della casata Gonzaga. La scelta dei miti di Orfeo, Ercole e Arione era, infatti, legata a un’esigenza di affermazione del principio di continuità della stirpe e della signoria attraverso il significato d’immortalità che accomuna questi tre miti.

Martina Scavone

Nata a Roma, classe ‘93. Si è laureata all’Università di Roma Tor Vergata: triennale in Beni Culturali e magistrale in Storia dell’Arte. Dopo un Master di II livello in Gestione dei Beni Culturali, ha iniziato a lavorare attivamente come curatrice e storica dell'arte. Ama leggere, viaggiare e l’arte in tutte le sue sfaccettature.