ArtePrimo PianoI Pilastri dell’Arte: il Tempio di Giove Anxur a Terracina

Martina Scavone20 Febbraio 2022
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Situato sulla sommità del Monte Sant’Angelo, il Tempio romano di Giove Anxur è uno dei monumenti simbolo di Terracina, sulla quale domina maestoso dall’alto dei suoi 227 metri d’altezza. Il Monte in questione, noto anche come Monte Giove (per i Romani Mons Neptunius), costituisce l’ultima propaggine dei monti Ausoni, che qui toccano – per la prima e unica volta – il mar Tirreno, chiudendo a sud la pianura pontina. Sulle sue pendici meridionali era sorto il centro ausonio di Tarracina, che venne conquistato definitivamente dai Romani alla fine del V secolo a.C. Il tempio è frutto di più stratificazioni e fasi costruttive: al IV secolo a.C. risalgono i primi terrazzamenti in opera poligonale propedeutici all’erezione di un primo santuario, probabilmente legato al culto oracolare e forse non comprendente un tempio.

Uno dei nove ambienti voltati addossati alla roccia a monte

Alla seconda metà del II secolo a.C. si data invece un rifacimento con nove ambienti voltati addossati alla roccia a monte (il cosiddetto “piccolo tempio”), che conservano tracce di affreschi in primo stile pompeiano (stucchi e dipinti imitanti un rivestimento marmoreo), attribuibili al terzo quarto del II secolo a.C.

Uno scorcio del “piccolo tempio”

In ogni caso, il santuario di Terracina si inserisce nel quadro dei grandi santuari repubblicani del Lazio, costruiti tra la metà del II e la metà del I secolo a.C. in posizioni scenografiche e dominanti, su imponenti sostruzioni a terrazze digradanti, che prendono a modello i grandi santuari della città di Pergamo, in Asia Minore. Per la sua realizzazione venne utilizzata la nuova tecnica edilizia del conglomerato cementizio (opus caementicium), elaborata a Roma, con le forme degli ordini architettonici derivate – come si è visto – dalla tradizione ellenistica.

Ricostruzione virtuale del santuario

Il santuario terracinese così come lo conosciamo è il frutto delle modifiche effettuate in epoca sillana, ossia agli inizi del I secolo a.C., quando il tempio venne ricostruito in forme più imponenti e posto su una scenografica terrazza di fondazione in opera incerta, con portico retrostante, che si presenta in facciata con dodici arcate che danno accesso ad altrettanti ambienti coperti da volte a botte e collegati da alti passaggi arcuati nei muri tra un ambiente e l’altro.

Il corridoio esterno composto da dodici ambienti coperti da volte a botte

La terrazza superiore (anche detta “campo trincerato”) era adibita a uso militare per il controllo del passaggio della via Appia; era infatti dotata di una cinta di mura con nove torri circolari che proteggevano il santuario e lo collegavano all’acropoli della città. La terrazza inferiore, invece, ospitava il santuario oracolare – una roccia naturale isolata, con cavità all’interno collegate tra loro, che permettevano di far arrivare il soffio di aria all’esterno – e il “grande tempio”. Quest’ultimo è connotato da un orientamento divergente da quello della terrazza e la facciata è volta quasi esattamente verso sud. L’edificio sorgeva su un alto podio, a cui si accedeva con una scalinata frontale dotata di dodici scalini, che forse ospitava al centro l’altare. Dal pronao (composto da sei colonne corinzie in calcare sulla fronte e quattro sui lati) si accedeva alla cella, a pianta quasi quadrata (14,10 x 13,60 m). Quest’ultima era decorata all’esterno da sei semicolonne sui fianchi e da sei sul retro, in muratura stuccata, addossate alle pareti. All’interno vi era un mosaico in tessere bianche, bordato da una semplice fascia nera, e sul fondo era collocato il podio per la statua della divinità.

La facciata della grande costruzione a terrazza

Dal punto di vista etimologico, il Tempio di Giove Anxur porta tale nome in virtù della divinità a cui il santuario era dedicato: Iuppiter Anxur (Giove fanciullo), divinità protettrice della città e probabilmente oggetto di culto urbano. Tuttavia, questa ipotesi venne messa in dubbio sia dal ritrovamento di un‘iscrizione recante il nome della dea Venere che dalla presenza di alcuni oggetti votivi (tra cui colombe in pasta vitrea) che presentavano incisioni con dedica a Venus Obsequens. Ancora oggi, pertanto, non è chiaro a chi fosse dedicato il tempio maggiore, sebbene questo porti convenzionalmente il nome di Giove Anxur. Certa, invece, la divinità a cui era rivolto il culto nel santuario minore o “piccolo tempio”, probabilmente più antico (terzo quarto del II secolo a.C.): la dea Feronia, forse in voga già all’epoca dell’occupazione volsca nel V secolo a.C. Tale culto è infatti attestato anche in altri punti della città; inoltre le fonti antiche ricordano la presenza di un Fanum Feroniae (bosco sacro) presso Monte Leano.

Dopo la fine del dominio dei romani, il santuario fu distrutto e incendiato e i suoi resti divennero noti in epoca medioevale con l’appellativo di “palazzo di Teodorico”. Nell’alto Medioevo, nella zona del cosiddetto “piccolo tempio”, si insediò un monastero benedettino dedicato a San Michele Arcangelo, dal quale l’intero colle prese il nome attuale. In particolare un corridoio interno di sostruzione fu trasformato in chiesa, decorato con affreschi del IX secolo (Madonna con Bambino tra i santi Michele e Gabriele sulla parete di fondo, dove era posto l’altare). Altre strutture medioevali (come i resti di una torre quadrata e di mura di recinzione e tracce di frequentazione del XIII secolo) testimoniano poi la continuazione dell’uso militare della sommità del colle.

L’area venne definitivamente abbandonata alla fine del XVI secolo, con lo spopolamento della città di Terracina. Al 1894 risalgono i primi scavi, condotti dallo studioso locale Pio Capponi, seguiti da altri scavi di Luigi Borsari nel 1896. Dal 2000, il Tempio di Giove Anxur è tutelato quale Monumento Naturale della Regione Lazio, affidato al Comune di Terracina sotto la vigilanza della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Regione Lazio. All’interno dell’area archeologica si può anche usufruire di un suggestivo bar panoramico in cui godersi un aperitivo al tramonto, immersi in una location unica nel suo genere, in cui la storia e il passato glorioso di questa città trasudano da ogni angolo, pietra e filamento d’erba.

Martina Scavone

Nata a Roma, classe ‘93. Si è laureata all’Università di Roma Tor Vergata: triennale in Beni Culturali e magistrale in Storia dell’Arte. Dopo un Master di II livello in Gestione dei Beni Culturali, ha iniziato a lavorare attivamente come curatrice e storica dell'arte. Ama leggere, viaggiare e l’arte in tutte le sue sfaccettature.