ArtePrimo PianoI Pilastri dell’Arte: il Camerino delle pitture di Alfonso d’Este

Martina Scavone Martina Scavone3 Ottobre 2020
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Alfonso I d’Este (Ferrara, 21 luglio 1476 – Ferrara, 31 ottobre 1534), oltre a essere passato alla storia in qualità di terzo Duca di Ferrara, Modena e Reggio (ruolo che rivestì dal 1505 al 1534), si distinse altresì quale straordinario mecenate delle arti e amante della cultura. Infatti, durante il suo regno, si circondò di artisti e letterati, il che rese la corte estense un centro di importanza europea e diede un impulso fondamentale alla formazione di una collezione che si rivelerà una delle più ricche e singolari del Rinascimento.

Tiziano (attr.), Ritratto di Alfonso I d’Este, 1530-34, olio su tela, 133×111 cm, Francia, Fondation Bemberg

Tra le personalità più celebri a essere accolte a Ferrara figurano Pietro Bembo (1470-1547), Ludovico Ariosto (1474-1533), Tiziano (1488/90-1576), Giovanni Bellini (1433 ca.-1516), Dosso Dossi (1486 ca.-1542) e lo scultore Antonio Lombardo (1458-1516), i quali furono non a caso gli artefici delle decorazioni del celeberrimo Camerino delle Pitture e dello Studio dei Marmi facenti parte dell’appartamento privato del Duca sulla Via Coperta, che unisce ancora oggi il Castello al Palazzo Ducale. Nello specifico, Tiziano, Giovanni Bellini e Dosso Dossi realizzarono un nucleo di dipinti di inestimabile valore, tutti a tema bacchico e strettamente legati a fonti letterarie classiche come Filostrato, Ovidio e Luciano, che andarono ad abbellire le stanze private del duca, note anche con l’appellativo di “Camerini d’Alabastro”, il cui nome pare derivasse dai rilievi marmorei di Antonio Lombardo che vi si trovavano all’interno. Secondo la consuetudine dell’epoca, infatti, tale luogo privato doveva esprimere un’intenzione simbolica attraverso le sue decorazioni, per comunicare il carattere, gli interessi e lo status sociale del proprietario.

Prima di procedere con la descrizione dei Camerini, si parta col dire che di questi oggi non ci è pervenuto nulla; tuttavia, dopo un intenso lavoro di ricerca, gli storici dell’arte sono riusciti a ricostruirne l’aspetto originario, e ciò grazie agli inventari, alle lettere e ad altri documenti che sono fortunatamente resistiti al tempo. Aperto il cantiere nel gennaio del 2002, sulla via Coperta dei favolosi Camerini furono ritrovati solo due portali in marmo con la scritta “Alfonsus Dux III”, mentre dei cassettoni dorati, dei pavimenti in marmi policromi intarsiati, dei caminetti, dei bracieri, delle panche in marmo – descritti da documenti e stime – non rimaneva alcuna traccia in un luogo che, una volta abbandonato dagli Este e svuotato dei capolavori d’arte, a partire dal 1598 divenne residenza dei cardinali legati prima e dei prefetti del Regno e della Repubblica Italiana poi.

La Via Coperta

I lavori di recupero sono terminati nel gennaio del 2006 e hanno ridato una veste architettonica ai “Camerini di alabastro” nella loro sequenza originale, consentendo fra l’altro agli studiosi di poter riprendere i loro approfondimenti in materia di iconografia e dislocazione delle opere conservate un tempo fra queste mura. La ricostruzione dell’appartamento ripropone tutti i sei ambienti di cui era composto: il Camerino dei Baccanali, quello dei Marmi, il Camerino Dorato, la Stanza del Poggiolo, l’Anticamera e il Salotto Ducale. Il ciclo decorativo constava di una serie di “historiae” dipinte e venne elaborato con grande probabilità da Alfonso stesso con l’aiuto di umanisti quali Mario Equicola (1470 ca.-1525); in ogni caso era senz’altro desunto dall’antichità classica, frequente motivo ispiratore del Rinascimento. Il soffitto era decorato con dieci scene dell’Eneide di Virgilio, dipinte da Dosso Dossi (tra cui Enea e Acate sulla costa libica e Discesa di Enea nei campi elisi), con iscrizioni incise il cui scopo era precisare che lo studiolo custodiva «la solitudine, la quiete, la serenità» del duca.

Dosso Dossi, Enea e Acate sulla costa libica, 1520 ca., olio su tela, 58,7×87,6 cm, Washington, National Gallery of Art

E quale divinità migliore di Bacco, dio della letizia e liberatore dagli affanni, per ricordare i momenti di riposo dal governo e dalle guerre. Secondo il mito, peraltro, Bacco fu anche pacificatore dell’India, un’allusione alla virtù politica di Alfonso I: il duca amava le armi d’artiglieria al punto da fondere una statua bronzea di Michelangelo per farne un cannone (il Giulio II benedicente), ma esibiva abilmente il vessillo della pace. Infine Bacco era il dio della musica, delle feste e del teatro, molto amato dal duca, tanto che lo studiolo comunicava anche con il teatro estense, andato tuttavia distrutto nell’incendio del 1532. I dipinti, la parte più consistente e che di certo destava maggiormente l’ammirazione dei pochi privilegiati a cui era consentito l’accesso allo studiolo, rappresentavano anch’essi episodi della vita di Dioniso (il Bacco dei Romani) nonché le feste e le divinità a esso collegate (Venere e probabilmente anche Cibele). Oltre che a Dosso Dossi, Alfonso I commissionò tali opere a importanti maestri veneziani, tra cui Giovanni Bellini (Festino degli dei) e Tiziano (Bacco e Arianna; Il Baccanale degli Andrii, la Festa degli amorini, il Cristo della moneta). Il Duca prese contatti anche con Raffaello Sanzio (1483-1520) e Fra’ Bartolomeo (1473-1517), dai quali però ottenne solo dei disegni, ripresi e sviluppati in quadri dopo la morte di questi due artisti da altri pittori (Pellegrino da San Daniele, Tiziano e Garofalo); il Sanzio, in particolare, rinviò a lungo la commissione e i disegni da lui lasciati – come si è scoperto solo in tempi recenti – furono utilizzati dal Dossi per un Trionfo di Bacco (1513-14) riscoperto a Bombay (odierna Mumbai). Aspetto comune a tutti i dipinti è il ruolo di primo piano dato al paesaggio, congruentemente con le tendenze coeve dell’arte veneziana e della pittura nordica.

Dosso Dossi da Raffaello, Trionfo di Bacco, 1513-14, Mumbai, (Prince of Wales Museum of Western India), Mumbai, (Prince of Wales Museum of Weste

Il primo dei quadri ordinati da Alfonso per il suo camerino fu il Festino degli dei (1514) di Giovanni Bellini, il quale – dopo aver rifiutato di dipingere per Isabella d’Este (1474-1539) un’opera di soggetto mitologico, un tema poco amato dal pittore – sorprendentemente accettò la commissione del fratello della marchesa d’Este, avente come oggetto la tematica mitologica, da lui poco apprezzata. Tuttavia, il risultato complessivo dell’opera non dovette soddisfare il duca, visto che l’artista intervenne più volte a opera finita sul dipinto, recandosi di persona a Ferrara per seguire da vicino la sistemazione del quadro, il quale venne ritoccato anche da Dosso Dossi e da Tiziano nel paesaggio.

Giovanni Bellini, Festino degli dei, 1514, olio su tela, 170×188 cm, Washington, National Gallery

Dopo aver invano atteso i dipinti di Fra’ Bartolomeo e Raffaello, Alfonso si rivolse allora a Dosso Dossi, già pittore di corte a Ferrara, il quale gli consegnò Enea e Acate sulla costa libica (1520 ca.), che faceva parte della serie di dieci tele dedicate all’Eneide dipinte da Dosso e da suo fratello Battista per decorare il fregio dei Camerini che si disponeva nella parte alta delle pareti. Della serie sono state sicuramente individuate un’altra tela in Inghilterra e una conservata a Ottawa, nella National Gallery of Canada: la Discesa di Enea nei campi elisi (1520 ca.). Quest’ultima scena, di lunghezza doppia rispetto alle altre, è tratta dal VI libro dell’Eneide e mostra Enea sulla sinistra che, accompagnato dalla Sibilla Cumana, si prepara a visitare i Campi Elisi, cioè il paradiso dell’oltretomba greco-romano, tema connotato da un particolare significato ermetico. L’eroe infatti simboleggiava l’anima peregrina che, prima di arrivare all’elevazione spirituale (l’agognata costa italiana), doveva passare attraverso le tappe della sensibilità (la fuga da Troia) e dell’azione (la sosta a Cartagine). I Campi Elisi inoltre rappresentavano il raggiungimento della meta iniziatica: l’armonia e la felicità dell’anima.

Tiziano, Bacco e Arianna, 1520-23, olio su tela, 176,5×191 cm, Londra, National Gallery

Dopodiché il Duca si rivolse a Tiziano, che – dopo aver già dipinto qualche anno prima il Cristo della moneta (1516 ca.), destinato a decorare una porta del Camerino – realizzò per Alfonso la Festa degli amorini, il Bacco e Arianna e infine il Baccanale degli Andrii. La Festa degli amorini o Omaggio a Venere (1518-19) fu la prima opera dipinta da Tiziano per il ciclo dei “Baccanali”; inizialmente era stata commissionata a Fra’ Bartolomeo, ma la sua scomparsa – nel 1517 – interruppe la commissione. Il frate fiorentino però aveva lasciato un disegno, che venne fornito a Tiziano, il quale tuttavia decise di stravolgerlo, impostando una composizione in cui il simulacro della dea si trova in posizione defilata – a sinistra, piuttosto che al centro – e concentrandosi sulla folla di amorini. Ne riprese comunque vari spunti, come la tipologia della statua, una Venus pudica, e l’atteggiamento delle ninfe. A questo dipinto seguì il Bacco e Arianna (1520-23), che necessitò di una fitta corrispondenza tra l’artista e il Duca affinché venisse consegnato. L’ultima opera a essere fornita da Tiziano per la Sala dei Baccanali fu il Baccanale degli Andrii (1523-26), il quale raffigura Dioniso che – con la sua sposa Arianna – sta per arrivare in nave sull’isola di Andros e vi provoca un memorabile baccanale trasformando in vino l’acqua di un torrente. Le tre tele di Tiziano furono particolarmente ammirate e artisti quali Rubens, Reni, Poussin e Velázquez le copiarono, fornendo ispirazione per lo sviluppo del gusto barocco.

Tiziano, Baccanale degli Andrii, 1523-26, olio su tela, 175×193 cm, Madrid, Museo del Prado

Per quanto riguarda la scultura, infine, Antonio Lombardo realizzò con la sua bottega ventotto rilievi marmorei raffiguranti le imprese degli dei, di un classicismo elegante e colto. Tanto nei quadri quanto nelle sculture, numerose figure di personaggi sono desunte dai sarcofagi antichi e dall’arte statuaria greco-romana essendo le opere legate, come si è detto, a fonti letterarie classiche. Purtroppo, come si è già avuto modo di specificare, i dipinti e i rilievi marmorei furono smontati e dispersi nel 1598 per mano del legato papale, dopo che il Ducato di Ferrara passò allo Stato Pontificio. Presero così strade diverse e oggi la maggior parte dei capolavori raccolti dal duca nel suo prezioso Camerino si trovano sparsi in alcuni dei più grandi musei al mondo, come l’Ermitage di San Pietroburgo, il Prado di Madrid, il Louvre di Parigi, la National Gallery di Londra, la National Gallery of Art di Washington, la Gemaldegalerie Alte Meister di Dresda e molti altri.

Martina Scavone

Martina Scavone

Nata a Roma, classe ‘93. Si è laureata all’Università di Roma Tor Vergata: triennale in Beni Culturali e magistrale in Storia dell’Arte. Attualmente è iscritta a un Master e lavora come traduttrice freelance. Ama leggere, viaggiare e l’arte in tutte le sue sfaccettature.