ArtePrimo PianoI Pilastri dell’Arte: Han Van Meegeren, il falsario di Vermeer

Martina Scavone17 Luglio 2021
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Da molti definito “il più grande falsario del XX secolo”, in virtù delle sue abilissime doti nella contraffazione di opere d’arte, Han Van Meegeren – nato Henricus Antonius van Meegeren (1889 – 1947) – è passato alla storia per aver realizzato delle copie di dipinti di Jan Vermeer tanto fedeli agli originali e vicini allo stile del pittore olandese, da aver tratto in inganno esperti storici dell’arte e gli stessi nazisti.

Han Van Meegeren nel 1945

Ma facciamo un passo indietro, ripercorrendo la biografia di questo singolare personaggio, da giovane considerato l’esatto opposto di ciò che divenne in età matura: un artista fallito. Fu probabilmente questa la ragione che lo spinse a specializzarsi nelle tecniche di falsificazione, per tentare di eccellere in un’altra branca della pittura. In questo particolare campo, il suo maestro fu Theo Van Wijngaarden, famoso restauratore e falsario operante ad Amsterdam. E quanto più apprendeva, tanto più Han Van Meegeren si cimentava nella riproduzione della pittura olandese del Seicento, il periodo artistico da lui favorito, tentando di replicare in particolare gli originali di Vermeer, di cui imparò a riprodurre alla perfezione anche la firma. Con la pratica, Han Van Meegeren si impadronì non solo delle tecniche, ma anche dello spirito con cui Vermeer dipingeva gli interni, le nature morte o i drappeggi. Per rendere ancor più convincenti le sue riproduzioni, impiegava una tecnica truffaldina, che consisteva nell’uso di vecchie tele del Seicento: dopo aver grattato via il colore, vi dipingeva sopra, in modo tale che – a un’attenta analisi del supporto – anche le menti più astute non avrebbero avuto dubbi a confermare l’antichità dello stesso. Inoltre, la sua genialità consistette nella scelta di evitare di copiare opere di Vermeer già esistenti, ma piuttosto di realizzare dei dipinti “ex novo”, mai visti da nessuno, che per stile, temi prescelti e tecnica esecutiva potevano ricondurre in quasi totale assenza di dubbio al celebre pittore olandese. Tuttavia, l’abilità di Han Van Meegeren, da sola, non sarebbe stata sufficiente a ingannare gli esperti, se non avesse avuto anche l’accortezza di procurarsi materiali adoperati trecento anni prima e di evitare l’utilizzo di pennelli prodotti nel XX secolo. Il falsario, infatti, conosceva perfettamente il trattato di De Vild – che peraltro fu uno dei primi a ingannarsi, avallando l’autenticità dei falsi Vermeer – sulle tecniche e i materiali adoperati dal maestro olandese, che faceva spesso uso del raro pigmento blu oltremare, ottenuto dai preziosi lapislazzuli e dall’olio di lillà. Ma il tocco finale e di maggior astuzia di Van Meegeren consisteva nell’inserire un particolare tipo di polvere nell’opera appena terminata, al fine di provocare la celeberrima “craquelure”, ossia lo spontaneo reticolo di piccole crepe, tipico delle tele ad olio invecchiate. Come appena specificato, numerosi critici ed esperti del settore vennero fuorviati dalle sorprendenti creazioni partorite dalle mani di Van Meegeren; oltre a De Vild, anche Abraham Bredius – esperto di Vermeer e massimo luminare dell’antica pittura olandese – si lasciò convincere, tanto da definire la meegereniana Cena in Emmaus (che si ispira all’opera di Caravaggio a Londra) il più eccezionale dipinto di Vermeer.

Han Van Meegeren, Cena in Emmaus, Museum Boijmans van Beuningen, Rotterdam

La scelta di questo tema non era casuale: a Vermeer si attribuivano ufficialmente solo ventotto opere e i critici concordavano che dovessero esistere delle tele appartenenti a un ipotetico “periodo religioso italiano” andate perdute. Lo stesso Bredius, entusiasta della “scoperta”, acconsentì a redigere un attestato di autenticità senza seguire ulteriori verifiche, il che permise al falsario di vendere l’opera per una cifra considerevole. Un altro falso Vermeer fu incautamente acquistato nel 1938 da Dirk Hannema, allora direttore del museo Boijmans van Beuningen di Rotterdam. Ed altri falsi finirono persino nelle mani dei nazisti, avidi d’arte e protagonisti di autentiche razzie condotte durante la Seconda Guerra Mondiale. Han Van Meegeren, infatti, vendette al capo delle SS, Heinrich Himmler, dipinti falsi per un valore di cinque milioni e mezzo di fiorini; mentre un altro falso Vermeer, Cristo e l’adultera, finì per una somma enorme nella collezione privata del generale Hermann Göring, il numero due del regime.

Han Van Meegeren, Gesù nel tempio

Si stima che Van Meegeren abbia prodotto un totale di sei falsi Vermeer e, proprio per aver venduto due dipinti a Göring e Himmler, nel maggio del 1945 fu arrestato con l’accusa di collaborazionismo con il nemico. Venne processato in Olanda nell’ottobre del 1947, ma dopo un periodo di isolamento e di riflessione nella sua cella riuscì a evitare l’ergastolo, confessando di aver venduto ai tedeschi dei falsi, difendendosi così dall’accusa infamante di aver favorito il nemico nell’acquisizione di inestimabili opere olandesi. Tale notizia lasciò tutti increduli, al punto che in molti stentavano a credergli. Per dimostrare la sua abilità, il falsario dipinse nell’aula del tribunale un Gesù nel tempio, lasciando a bocca aperta numerosi esperti. Con questo gesto plateale, Van Meegeren non voleva solo scagionarsi da tutte le accuse, ma intendeva anche vendicarsi di coloro che non lo avevano mai apprezzato come pittore. Nei mesi immediatamente successivi al processo, il “caso Van Meegeren” divenne di dominio mondiale. Giornalisti da tutto il mondo accorsero per vedere dal vivo il falsario che era riuscito a ingannare la nazione e i nazisti, costruendogli intorno un personaggio che andava al di là della persona. Tuttavia, la nuova fama acquisita durò ben poco: consumato dall’abuso di droghe e alcool, fu presto ricoverato in una clinica, dove morì il 30 dicembre 1947, all’età di 58 anni. Furono dunque queste le vicende che portarono Han Van Meegeren a ottenere finalmente dal popolo olandese la gloria che i critici gli avevano da sempre negato. Una giusta – seppur minima – ricompensa, dopo un’intera vita trascorsa alla ricerca disperata di un riconoscimento in campo artistico.

Martina Scavone

Nata a Roma, classe ‘93. Si è laureata all’Università di Roma Tor Vergata: triennale in Beni Culturali e magistrale in Storia dell’Arte. Dopo un Master di II livello in Gestione dei Beni Culturali, ha iniziato a lavorare attivamente come curatrice e storica dell'arte. Ama leggere, viaggiare e l’arte in tutte le sue sfaccettature.