ArtePrimo PianoI Monuments Men e il loro contributo alla salvaguardia delle opere d’arte

Martina Scavone1 Giugno 2019
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Alla vigilia della commemorazione della nascita della Repubblica Italiana (2 giugno 1946), è doveroso rendere omaggio alla memoria di trecentocinquanta valorosi americani e inglesi, colti e appassionati ma per lo più senza esperienza militare, che tra il 1943 e il 1951 prestarono servizio presso la MFAA (Monuments, Fine Arts and Archives). Infatti, mentre la Seconda Guerra Mondiale imperversava e divideva il mondo, un unico ideale accomunava invece restauratori, archivisti, direttori di musei, esperti di arti figurative, professori universitari, archeologi – uomini e donne, appartenenti a ben tredici Paesi diversi: recuperare i capolavori dell’arte.

Passati alla storia con l’appellativo di Monuments Men, non si tratta altro che dei membri di una “task force” voluta dal Presidente americano Franklin Delano Roosevelt che, sul finire del 1943, autorizzò la costituzione della MFAA. All’origine di questa decisione è la razzia di dipinti, sculture e altri capolavori operata in maniera del tutto sistematica dalla Germania nazista e finalizzata alla nascita del Führermuseum a Linz, in Austria.

Una volta aver concluso il loro addestramento – che si tenne a Shrivenham, in Gran Bretagna – i membri si suddivisero i diversi Paesi Europei e partirono alla volta di essi, iniziando le operazioni di salvataggio. La più degna di nota è senz’altro la missione alla miniera di Salgemma di Altaussee, in Austria, avvenuta solo dopo la fine della guerra, nel 1945. Quest’ultima portò infatti al rinvenimento di oltre seimila manufatti tra statue, libri, quadri, mobili, oggetti preziosi e monete di ogni genere, ma soprattutto di tre opere dal valore inestimabile: la Madonna con Bambino realizzata da Michelangelo tra il 1503 e il 1504, sottratta alla Chiesa di Nostra Signora di Bruges (la Vrouwekerk), l’Astronomo di Jan Veemeer (1668), proveniente dal Louvre, e il Polittico dell’Agnello Mistico, un olio su tavola dipinto da Jan van Eyck nel 1432 (originariamente conservato nella cattedrale di Sint Baafs di Gand). Purtroppo, in caso di disfatta, rientrava tra le intenzioni del Führer la distruzione volontaria dei capolavori trafugati, come testimoniato dal cosiddetto documento Nerone e dal ritrovamento, nella stessa miniera, di otto casse sulle quali era riportata la scritta: «Attenzione, marmi. Maneggiare con cura». Si può facilmente immaginare lo stupore dei valorosi quando scoprirono che le casse contenevano in realtà il corrispondente numero di bombe inesplose. Ancor oggi non è nota la ragione per cui gli esplosivi non furono (fortunatamente) innescati, ma probabilmente è da ascrivere al nervosismo generale o all’arrivo tempestivo della squadra di salvataggio. Altrettanto importante la scoperta, avvenuta all’interno del castello di Neuschwanstein, di un numero di opere tale da aver richiesto ai Monuments Men ben sei settimane di lavoro per riuscire a svuotarlo completamente.

I Monuments Men durante il ritrovamento della Dama con l’Ermellino di Leonardo

Tutte le opere ritrovate (più di centomila) vennero portate alla centrale istituita dagli alleati a Monaco, dove iniziò un complesso e articolato lavoro di attribuzione e individuazione dei proprietari, nonché di restituzione nel caso in cui questi fossero ancora in vita. Si pensi che, a oggi, la sola Francia espone nei suoi musei ben duemila opere i cui proprietari restano tuttora sconosciuti.

Oltre a salvare le opere d’arte, i membri della MFAA si adoperavano nel tentativo di protezione di musei e chiese particolarmente vulnerabili e cooperavano con altre unità militari al fine di dissuadere gli alleati dal bombardare luoghi di rilevante interesse culturale. Innumerevoli furono, infatti, i manufatti che durante il conflitto vennero trasferiti dai loro luoghi di ubicazione originaria, proprio per evitare che cadessero nelle mani dei nazisti. Celebre è il caso della Gioconda di Leonardo da Vinci (1503-04 ca.), particolarmente ambita da Adolf Hitler e dai suoi proseliti, che per tale ragione cambiò collocazione per ben sei volte.

Autoritratto di Rembrandt recuperato dai Monuments Men

Purtroppo, nonostante il fatto che un gran numero di Monuments Men persero la vita durante le operazioni di salvataggio, molte opere trafugate dai nazisti non vennero mai ritrovate; basti citare il Ritratto di un giovane uomo di Raffaello Sanzio (1513-14), La vista sul Canal Grande di Venezia di Bernardo Bellotto e diversi quadri di Claude Monet e Vincent Van Gogh. Nel caso specifico dell’Italia, rimangono tuttora disperse almeno 1.653 opere: ottocento dipinti, decine di sculture, arazzi, tappeti, mobili, strumenti musicali (tra cui violini Stradivari), e centinaia di manoscritti.

Ritratto di un giovane uomo di Raffaello, disperso dal 1945

Da questa storia, vera e degna di grande rispetto, sono derivati – come spesso accade – libri e trasposizioni cinematografiche. Trattasi, rispettivamente, di Monuments Men. Eroi alleati, ladri nazisti e la più grande caccia al tesoro della storia, dello storico americano Robert Edsel (con Bret Witter), pubblicato nel 2009 negli USA ed edito in Italia nel gennaio 2014 da Sperling & Kupfer, e dell’omonimo film del 2014, tratto proprio dal libro, scritto, diretto, prodotto e interpretato da George Clooney, che vanta un cast stellare, con nomi noti e affermati. Frutto di due anni di ricerche sul tema dei saccheggi nazisti, la maggior parte dei personaggi è ispirata agli effettivi protagonisti storici del programma MFAA.

Martina Scavone

Nata a Roma, classe ‘93. Si è laureata all’Università di Roma Tor Vergata: triennale in Beni Culturali e magistrale in Storia dell’Arte. Dopo un Master di II livello in Gestione dei Beni Culturali, ha iniziato a lavorare attivamente come curatrice e storica dell'arte. Ama leggere, viaggiare e l’arte in tutte le sue sfaccettature.