Un’oasi verdeggiante e quieta abbraccia e custodisce l’eleganza seducente dello studio dell’artista Zaelia Bishop. Si entra in un nido di luce accogliente e familiare che arresta il tempo sul limitare della porta d’ingresso.

Tra elementi vegetali, alambicchi e ampolle ordinati in successione sulla parete, la ricerca artistica assume i rintocchi di un rituale alchemico, raffinato e rigoroso che si inerpica nei segreti della materia per riportarla alla luce, a quel soffio di natura che governa ogni accadimento e che rende accettabile l’avvicendamento e l’enigma di un flusso vitale. Movimenti armonici e delicati attraversano questi spazi che racchiudono un tesoro di storie, di resistenze, di amorevoli cure per il dimenticato, per il fondale segreto su cui si annida la sabbia dei ricordi, il residuo di un mondo di affetti in costruzione rimasto interrotto e abbandonato.

L’artista raccoglie e cura questo scrigno di scarti e affinità, assemblandone le fratture nella creazione di un legame che asseconda le spire del tempo, piegate nei rivoli di reminiscenze che attraversano soglie di meraviglie, smarrimenti e turbamenti. Da un universo personale, intimo, le interruzioni di integrità ricomposte, rivelate ed esaltate, ci conducono all’interno dei nostri tracciati, nelle nostre stanze degli specchi dove la mente riproduce sensazioni e immagini di esperienze passate.

Dall’esteriorità oggettuale e fisica Zaelia Bishop ci riporta all’interno di un mondo ancestrale, appartenente a stati di coscienza trascorsi, a biologie atrofizzate, residuali, ripercorrendo memorie recondite che avrebbero potuto narrare anche la nostra storia, i nostri patimenti e affanni nella ricerca di una strada possibile da percorrere. Da un abisso di ombre ed orme ormai tracciate, prendono vita stratificazioni di materiali da cantiere provenienti da abitazioni in rovina, abbandonate e dimenticate. I materiali costruttivi, traditi nella loro funzione, giacciono nell’oblio di una catena di montaggio che li identifica come scarti, detriti esiliati dall’ambiente degli affetti e lasciati negletti nella desolazione di un ripudio.
L’artista estrae questi orfani di mondo dal territorio della dimenticanza: travertino, serpentino, ardesia e granito si uniscono in un abbraccio eternato da una spinta verticale che infonde coraggio e determinazione verso l’elevazione spirituale. Bishop governa questi marmi traslucidi con un premuroso atto d’amore, restituendoli alla loro natura culturale, prima che costruttiva.


Aube nei suoi mistici e radiosi raggi arde il proprio cuore antichissimo, sedimentato nei suoi strati argillosi, dando vita ad una fluida apparizione di luce che si fa spazio nell’oscurità, nelle nubi notturne, fumose ed ignote.

Havoc rimane in bilico tra misura e caos, reggendo i propri assi su di una finissima e precaria unità di spirito, sensuale e struggente, che sostiene un universo ineffabile, ma tangibile.

Camo mostra con dignità e fierezza la propria carne diafana e lacerata. Le cicatrici di un percorso di vita, suturate da un arancione vivido, divengono armi affilatissime, mimetizzate dalla vivacità ed esuberanza di un colore fluorescente, utilizzato nella cantieristica quale indizio di pericolo. Il marmo, eloquente ed immortale nella sua tradizionale monumentalità espressiva, si trasforma in corpo corruttibile e mortale.

Nell’opera Ire l’artista innalza gli elementi di frattura che il travertino indossa come un dono prezioso incastonato dal fluire delle epoche sulla sua pelle porosa. Un’altissima ricerca di un componimento dialogico spinge Bishop ad unire questo mondo minerale distaccato e liberato dal destino di una macchina edilizia, o da questa esiliato, trasformando la materia frammentata in un’unitarietà che si nutre di mistico abbandono.
L’artista, formando e ordinando queste particelle dei luoghi dell’abitare, battezza le opere con nomi evocativi di elementi alchemici, voci che risuonano percettibili e che pure sfuggono ad una determinazione certa. I segmenti minerali attuano a volte una metamorfosi, un camuffamento, fingendosi abbaglianti lamine metalliche oppure oscure e tenebrose notti senza stelle, mari dell’inquietudine in cui perdere le sponde, come accade nell’ipnotico viaggio tra le nervature di Atra.

Dalla materia, ponderosa e fragile, l’artista ci conduce in liberi componimenti sul limitare del bosco in cui deflagrazioni di ali di farfalle si stagliano nelle luci di un cielo di speranza che induce oltre i confini delle proprie paure. La serie Feu de Joie, in una scintillante policromia fragorosa e piena, trasporta il fruitore in un punto di vista aereo in cui superfetazioni di papilionidi illuminano un sentiero percorribile che ancora promette creazioni possibili. Emergendo da un fondo di notte piena, di alba, tramonto e sera, le delicate creature si librano nella tempesta del tempo, arginando gli impeti di una battaglia senza trionfo, dislocando il presente in un inimmaginabile assoluto.







Tra gli ultimi componimenti, Zaelia Bishop, nel suo tracciare percorsi oltre confini confortevoli e consolatori, campiona e dispone, a misura e intendimento, la grafite utilizzata dai cartografi per tracciare le frontiere di un mondo misurabile e conoscibile. L’artista ne affonda le radici su travi di legno antiche, un tempo sostegni di edifici, e le affranca dall’involucro ligneo che ne costituisce tuttavia il basamento. In Strumento di riproduzione grafica I e II, stagliate in sequenze ritmiche regolari, le grafiti riportano i colori di terre coperte di vegetazione alternate all’azzurro dei corsi d’acqua e di distese marine, oppure presentano la moltitudine cromatica dei territori ibridi di un’esistenza umana, costruendo una mappa geografica calibrata.


Nella multiforme produzione dell’artista, un’indagine a quattro mani con Emanuele Napolitano, Chasing Boundaries, interroga la condizione del fare arte, attraverso lo sguardo di artisti contemporanei che operano in realtà territoriali difficili, o al di fuori della scena artistica consueta. Il progetto, che vede la produzione di Bangalore Proctions e AlbumArte, si avvicina ai canoni della video arte sviluppando una struttura concettuale aperta al dialogo, al quotidiano, agli accadimenti e alle esperienze di produzione artistica così come si susseguono nella realtà della ripresa. L’arte, la vita, la condizione umana, in confronto e raffronto con la natura dei luoghi e l’identità degli spazi, si amplificano nell’interlocuzione di quest’opera in divenire che scopre e presenta la vitalità di un mondo artistico non comune.
Nota biografica:
Zaelia Bishop nasce a Roma nel novembre del 1977. Il suo lavoro – in bilico tra collage e assemblaggio – segue una ricerca che, dalla sedimentazione della memoria personale o collettiva, riporti e trasfiguri simboli e confini nel contesto contemporaneo. Dal 2016 scrive e dirige insieme a Emanuele Napolitano il progetto video Chasing Boundaries, con l’intento di indagare e descrivere le complesse realtà artistiche di vari paesi del mondo, attraverso il racconto senza filtri degli stessi artisti.
Principali esposizioni personali: Col Favore delle stelle (Muller & Glimpsel Galerie – Flaq, Parigi, 2015); Novembre 1977 (Sala Santa Rita, Roma, 2013); Daedalus Rising (FabricaFluxus Gallery, Bari, 2011); Il Terzo Inverno (Galleria Ingresso Pericoloso, Roma, 2011); Anticamera delle Ceneri (Museo C.I.A.C., Genazzano, 2009); Diari dal Daedalo (Motelsalieri, Roma, 2008); Naturalia (DoraDiamanti arte contemporanea, Roma, 2007).

Nicoletta Provenzano
Nata a Roma, storica dell’arte e curatrice. Affascinata dalle ricerche multidisciplinari e dal dialogo creativo con gli artisti, ha scritto e curato cataloghi e mostre, in collaborazione con professionisti del settore nell’ambito dell’arte contemporanea, del connubio arte-impresa e arte-scienza.