ArtePrimo PianoI Luoghi dell’Immaginario: Massimo Ruiu

Nicoletta Provenzano Nicoletta Provenzano15 Ottobre 2019
https://lacittaimmaginaria.com/wp-content/uploads/2019/10/scsafsafa.jpg

«Poema loquens pictura, pictura tacitum poema».

Simonide di Ceo

 

In antitesi ai rumori del traffico e dell’attività frenetica di Roma, lo studio di Massimo Ruiu conduce in un incanto lirico continuo. Dalla caoticità della strada si varca una soglia avvolta da un cielo dipinto, abitato da uccelli variopinti: un luogo di grazia ed eleganza neoclassica donato dall’artista agli abitanti e agli ospiti del palazzo all’Esquilino in cui ha sede il suo atelier.

La poetica di Ruiu è una mappa di rotte perdute, ritrovate e poi tracciate sull’onda di un pensiero sommerso, sovrapposte a piani dimensionali nascosti, dissimulati in un gioco fine e brillante, derive di un mondo privato raccolte in reti immaginarie che cantano verità sconosciute, lasciate ad asciugare al sole.

Le opere sono poesie provenienti dai fondali, da un abisso di memorie, storie, avvenimenti che le profondità marine tacciono e racchiudono per farle emergere in sonetti di immagini preservate dai pesci, in un respiro sott’acqua.

Lo sguardo percorre forme e versi che galleggiano in un ritmo puro e limpido, all’interno di una realtà messa in bilico, ricomposta e presentata nella sincerità delle sue ombre, nell’esattezza delle sue luci, nella resistenza delle sue domande e nella concretezza dei suoi inganni.

Massimo Ruiu, Ombra 16, 2001, foto su dark box, cm70 X 90

Nel ciclo Ombre Assolute una tridimensionalità, che gioca con il bidimensionale, intriga lo sguardo e lo stupisce, componendosi di una assenza tangibile che seziona nettamente l’opera fotografica. L’elemento preminente è un’ombra sghemba che appare giustapposta all’immagine retrostante, un nero assoluto in cui il quadro non c’è, un segmento sottratto che dà vita ad una terza dimensione costruita sulla sottrazione di superficie. L’elemento più certo e presente alla vista esiste solo nei contorni di una immagine nebulosa che la manifesta privandosi della propria leggibilità. La cavità di velluto nero è una geometria prospettica irregolare, una lacuna che sconfessa una visione superficiale e necessita di una vicinanza più prossima, un’immersione quasi tattile, per potersi svelare.

Naufragano le certezze in questo oceano visivo che vive di un assurdo arguto, un ossimoro cantato in un carme accentato dai ricordi, dalle incognite, dalle possibilità.

Nell’opera scultorea Pietre miliari mobili anche lo spazio muta la propria misura, la distanza, non più calcolabile, si allunga o diminuisce con un tocco lieve, i punti di riferimento immutabili sono segni opinabili che accennano basamenti, capisaldi confutabili, riprogettabili ad ogni passaggio.

Massimo Ruiu, Qual è la direzione?, 2018, tappeti da preghiera, bussole, radioline

In Qual è la direzione? 25 tappeti da preghiera, 25 bussole e 25 radioline accese e sintonizzate su diverse stazioni radio, mettono in discussione l’attendibilità dei punti cardinali, l’inconfutabilità dei dogmi personali, religiosi, politici, che sono frutto, il più delle volte, di voci esterne che convogliano in direzioni prestabilite e strumentali i bisogni e i desideri, la fede e le aspirazioni. Ogni posizione è relativa e controvertibile, finanche le nostre speranze e i nostri credi possono prendere direzioni inconsuete, ardite, fuori dal calcolo determinato e prevedibile della norma.

L’artista elabora, in tecniche e supporti diversi che sapientemente padroneggia, racconti esposti in forme molteplici, controverse, metaforiche, metonimiche.

Massimo Ruiu, Onde di frequenza, 2008, radio accesa e fotografia su forex

L’orizzonte apre mondi cantati in nuovi componimenti ritmici come nell’installazione Onde di frequenza: un mare riequilibrato sulle onde dei ricordi si sintonizza su frequenze mute che in tempi ormai lontani riportavano voci e canzoni ascoltate da chi sognava oltre la linea del tramonto. Radio Tirana, appena dietro una sconfinata distesa blu, attraversava i flutti per trasportare le musiche di una realtà magicamente altra, segretamente raccontata tra le righe di una dittatura.

In Amato mare discende da una cascata di ami da pesca un nugolo ittico, disegnato ad inchiostro su riquadri di perspex sottili e limpidi come l’acqua. Tutto un mondo marino si anima sulla parete in un disegno che diventa scultura, installazione, moltitudine tracciata su espressioni figurate che si palesano senza sovrapporsi al fondo. Il pescato proietta le scaglie su sensi figurati, moltiplicandosi nelle ombre, nei riflessi di una trasparenza che rende visibile il margine di un abisso.

Massimo Ruiu, Amato mare, 2018, inchiostro su perspex, lenze, ami

L’artista compone per iscritto un incontro con il tempo, nell’accettazione della sua durata incerta, del suo stazionare misurato che non incalza, lasciando che ogni sentimento si compia nei ritmi della natura.

Nelle opere bio-vandaliche, come non sempre, l’impermanenza di scritte zoologiche realizzate con chiocciole vive danno vita ad un accadimento inevitabile nella stabilità di un tempo che agisce lento, paziente e matura con la terra in un infinito e ciclico ripetersi: le scritte, nel risveglio da un letargo, mutano la loro forma negativa, la struttura si scompone e inizia a muoversi liberamente tracciando altri sentieri narrativi lungo i muri.

La moltitudine di chiocciole in Corona di chiocciole – in riferimento a Gaetano Bresci – invece, costruisce e decostruisce il simbolo del potere: il popolo, vittima e artefice di un sistema rappresentato dalla corona reale, si muove scompostamente all’interno della realtà chiusa che lo contiene, rivoluzionando la sfera simbolica che lo reprime per ricostruirla di nuovo all’interno di una teca senza uscita.

Massimo Ruiu, Corona di chiocciole, 2017

Nell’opera Secondo Tempo l’osservatore è posto di fronte ad un’opera musiva che rende eterna l’attesa dell’istante successivo, del proseguimento di una storia di cui è ignota l’origine, il percorso, l’acme e in cui il finale è aperto ad ogni possibile soluzione.

Massimo Ruiu, Secondo Tempo, 2003, tessere musive

La grammatica poetico-visiva di Massimo Ruiu conduce il fruitore oltre le delimitazioni del certo, oltre l’ombra in cui rifugiarsi, al di là delle proprie convinzioni, in un percorso lieve e ironico, in un componimento toccante ed elegiaco.

Fino al 19 Ottobre negli spazi del Museo delle Genti D’Abruzzo a Pescara è visibile la mostra personale di Massimo Ruiu, dal titolo Ossimori, che si compone di una vasta selezione di lavori realizzati dall’artista negli ultimi venti anni, che hanno come comune denominatore l’uso della figura retorica.

www.massimoruiu.it

Nota Biografica:

Nato a San Severo (FG) nel 1961, Massimo Ruiu si laurea in Storia dell’arte contemporanea a Roma, città in cui tuttora vive e lavora, e inzia a esporre nel 1984. Una costante della sua ricerca artistica è la tensione poetica che focalizza tematiche legate ai bisogni più intimi e profondi dell’uomo. Nelle sue opere c’è sempre qualcosa che non c’è: buchi neri in cui l’immagine implode, non-eventi dentro l’evento, parole affidate ai pesci, libri diventati cenere, in un procedere per negazioni affermative.

Ha esposto in gallerie e in spazi pubblici e museali in Italia e, all’estero, in Svezia, Indonesia, Siria, Etiopia, Germania, Macedonia, Inghilterra e Grecia. Nel 2017 installa al MAAM di Roma “Atteone”, un’opera murale realizzata con quattromila chiocciole, a cura di Giorgio De Finis. Tra le pricipali mostre personali, “Fragile” presso Interno 14 a Roma (2017), “Onde di frequenza” alla Ecos.Gallery di Roma (2012), “5 sogni” alla Galleria Maniero di Roma (2009), “Le parole illuminate dei pesci” alla Vedetta della Marina di Giovinazzo (BA) (2007), “Doppio mare” allo Studio Fedele di Monopoli (BA) (2006), “Secondo Tempo” presso il Centro di Arte Contemporanea Palazzo Pino Pascali di Polignano a Mare (BA) (2003), “Ombre Assolute” allo Studio “Pino Casagrande” di Roma (2001), “C’è qualcosa che non torna” al Museo di Gallese (VT) (1998), “Essenze” alla Galleria Giulia di Roma (1996), “Sirene” presso Il Politecnico XX Arte di Roma di Roma (1994), “Collezione di farfalle” allo Studio Oscar Turco di Roma (1993).

Tra le collettive più recenti, “Montezuma, Fontana, Mirko. La scultura in mosaico dalle origini ad oggi” al MAR di Ravenna (2017), “Convivium” al Museo Pino Pascali di Polignano a Mare (BA) (2016), “Atlante mediterraneo” al Castello di Acaya (LE) (2016), “Atlante Palmieri” al Palazzo Palmieri di Monopoli (BA) e “La grande illusione” alla Temple Gallery di Roma (2014), “Il giardino segreto” al Castello Svevo di Bari e “Home my place in the world” alla galleria Palm Hall di Londra (2012), “Puglia: Sguardo contemporaneo” alla 54° Biennale Internazionale d’Arte di Venezia (2011), “Intramoenia Extrart” al Castello di Barletta (2009).

Nicoletta Provenzano

Nicoletta Provenzano

Nata a Roma, storica dell’arte e curatrice. Ho scritto e curato cataloghi e mostre in collaborazione con professionisti del settore nell’ambito dell’arte contemporanea, del connubio arte-impresa e arte-scienza. Mi affascinano le ricerche multidisciplinari e il dialogo creativo con gli artisti.