In antitesi ai rumori del traffico e dell’attività frenetica di Roma, lo studio di Massimo Ruiu conduce in un incanto lirico continuo. Dal caos della strada si varca una soglia avvolta da un cielo dipinto, abitato da uccelli variopinti: un luogo di grazia ed eleganza neoclassica, che pervadono ogni centimetro del suo atelier.
La poetica di Ruiu è una mappa di rotte perdute, ritrovate e poi tracciate sull’onda di un pensiero sommerso, sovrapposte a piani dimensionali nascosti, dissimulati in un gioco fine e brillante, derive di un mondo privato raccolte in reti immaginarie che cantano verità sconosciute, lasciate ad asciugare al sole.
Le opere sono poesie provenienti dai fondali, da un abisso di memorie, storie, avvenimenti che le profondità marine tacciono e racchiudono per farle emergere in sonetti di immagini preservate dai pesci, in un respiro sott’acqua. Lo sguardo percorre forme e versi che galleggiano in un ritmo puro e limpido, all’interno di una realtà messa in bilico, ricomposta e presentata nella sincerità delle sue ombre, nell’esattezza delle sue luci, nella resistenza delle sue domande e nella concretezza dei suoi inganni.

Nel ciclo Ombre Assolute una tridimensionalità, che gioca con il bidimensionale, intriga lo sguardo e lo stupisce, componendosi di una assenza tangibile che seziona nettamente l’opera fotografica. L’elemento preminente è un’ombra sghemba che appare giustapposta all’immagine retrostante, un nero assoluto in cui il quadro non c’è, un segmento sottratto che dà vita ad una terza dimensione costruita sulla sottrazione di superficie. L’elemento più certo e presente alla vista esiste solo nei contorni di una immagine nebulosa che la manifesta privandosi della propria leggibilità. La cavità di velluto nero è una geometria prospettica irregolare, una lacuna che sconfessa una visione superficiale e necessita di una vicinanza più prossima, un’immersione quasi tattile, per potersi svelare.
Naufragano le certezze in questo oceano visivo che vive di un assurdo arguto, un ossimoro cantato in un carme accentato dai ricordi, dalle incognite, dalle possibilità. Nell’opera scultorea Pietre miliari mobili anche lo spazio muta la propria misura, la distanza, non più calcolabile, si allunga o diminuisce con un tocco lieve, i punti di riferimento immutabili sono segni opinabili che accennano basamenti, capisaldi confutabili, riprogettabili ad ogni passaggio. L’artista elabora, in tecniche e supporti diversi che sapientemente padroneggia, racconti esposti in forme molteplici, controverse, metaforiche, metonimiche.

L’orizzonte apre mondi cantati in nuovi componimenti ritmici come nell’installazione Onde di frequenza: un mare riequilibrato sulle onde dei ricordi si sintonizza su frequenze mute che in tempi ormai lontani riportavano voci e canzoni ascoltate da chi sognava oltre la linea del tramonto.
In Amato mare discende da una cascata di ami da pesca un nugolo ittico, disegnato ad inchiostro su riquadri di perspex sottili e limpidi come l’acqua. Tutto un mondo marino si anima sulla parete in un disegno che diventa scultura, installazione, moltitudine tracciata su espressioni figurate che si palesano senza sovrapporsi al fondo. Il pescato proietta le scaglie su sensi figurati, moltiplicandosi nelle ombre, nei riflessi di una trasparenza che rende visibile il margine di un abisso.

L’artista compone per iscritto un incontro con il tempo, nell’accettazione della sua durata incerta, del suo stazionare misurato che non incalza, lasciando che ogni sentimento si compia nei ritmi della natura.
La moltitudine di chiocciole in Corona di chiocciole – in riferimento a Gaetano Bresci – invece, costruisce e decostruisce il simbolo del potere: il popolo, vittima e artefice di un sistema rappresentato dalla corona reale, si muove scompostamente all’interno della realtà chiusa che lo contiene, rivoluzionando la sfera simbolica che lo reprime per ricostruirla di nuovo all’interno di una teca senza uscita.

Nell’opera Secondo Tempo l’osservatore è posto di fronte ad un’opera musiva che rende eterna l’attesa dell’istante successivo, del proseguimento di una storia di cui è ignota l’origine, il percorso, l’acme e in cui il finale è aperto ad ogni possibile soluzione.

La grammatica poetico-visiva di Massimo Ruiu conduce il fruitore oltre le delimitazioni del certo, oltre l’ombra in cui rifugiarsi, al di là delle proprie convinzioni, in un percorso lieve e ironico, in un componimento toccante ed elegiaco.
Nota biografica:
Nato a San Severo (FG) nel 1961, Massimo Ruiu si laurea in Storia dell’arte contemporanea a Roma, città in cui tuttora vive e lavora, e inzia a esporre nel 1984. Una costante della sua ricerca artistica è la tensione poetica che focalizza tematiche legate ai bisogni più intimi e profondi dell’uomo. Nelle sue opere c’è sempre qualcosa che non c’è: buchi neri in cui l’immagine implode, non-eventi dentro l’evento, parole affidate ai pesci, libri diventati cenere, in un procedere per negazioni affermative.
Ha esposto in gallerie e in spazi pubblici e museali in Italia e, all’estero, in numerosi paesi (Svezia, Germania, Macedonia, Inghilterra, Grecia e numerosi altri). Nel 2017 installa al MAAM di Roma Atteone, un’opera murale realizzata con quattromila chiocciole, a cura di Giorgio De Finis. Tra le principali mostre personali, Fragile presso Interno 14 a Roma (2017), Onde di frequenza alla Ecos.Gallery di Roma (2012), 5 sogni alla Galleria Maniero di Roma (2009), Le parole illuminate dei pesci alla Vedetta della Marina di Giovinazzo (BA) (2007), Doppio mare allo Studio Fedele di Monopoli (BA) (2006), Secondo Tempo presso il Centro di Arte Contemporanea Palazzo Pino Pascali di Polignano a Mare (BA) (2003), Ombre Assolute allo Studio Pino Casagrande di Roma (2001), C’è qualcosa che non torna al Museo di Gallese (VT) (1998), Essenze alla Galleria Giulia di Roma (1996), Sirene presso Il Politecnico XX Arte di Roma di Roma (1994), Collezione di farfalle allo Studio Oscar Turco di Roma (1993).
Tra le collettive più recenti, Montezuma, Fontana, Mirko. La scultura in mosaico dalle origini ad oggi al MAR di Ravenna (2017), Convivium al Museo Pino Pascali di Polignano a Mare (BA) (2016), Atlante mediterraneo al Castello di Acaya (LE) (2016), Atlante Palmieri al Palazzo Palmieri di Monopoli (BA), La grande illusione alla Temple Gallery di Roma (2014), Il giardino segreto al Castello Svevo di Bari, Home my place in the world alla galleria Palm Hall di Londra (2012), Puglia: Sguardo contemporaneo alla 54° Biennale Internazionale d’Arte di Venezia (2011), Intramoenia Extrart al Castello di Barletta (2009).

Nicoletta Provenzano
Nata a Roma, storica dell’arte e curatrice. Affascinata dalle ricerche multidisciplinari e dal dialogo creativo con gli artisti, ha scritto e curato cataloghi e mostre, in collaborazione con professionisti del settore nell’ambito dell’arte contemporanea, del connubio arte-impresa e arte-scienza.