La prima immagine di Personal Shopper di Olivier Assayas (2016) ci induce a connotare immediatamente il film come una “ghost story”. La protagonista Maureen (Kristen Stewart), infatti, si aggira in un’enorme abitazione disabitata e buia alla ricerca di un segnale ultraterreno; nello specifico, da suo fratello Lewis, scomparso alcuni mesi prima. Tuttavia, i primi esigui fenomeni paranormali non celano alcuno scopo intimidatorio; non è la paura il sentimento ultimo che la pellicola vuole infondere. La densa oscurità che avvolge la casa, piuttosto, sembra rispecchiare la confusione di Maureen che, attraverso il paranormale, insegue delle indicazioni che la aiutino e ritrovare se stessa.
D’altronde, con la morte di Lewis non ha perso solo un familiare, ma il gemello con cui condivide una malformazione cardiaca e, forse, un potere medianico: letteralmente, una parte di sé. Maureen si sente vuota per metà, sempre a cavallo tra diverse condizioni, in un ruolo da mediatrice che la ostacola sia nel superamento del lutto, sia nella sua realizzazione personale. Per mantenersi a Parigi, nell’attesa che lo spirito di suo fratello si manifesti, lavora come “personal shopper” dell’indifferente celebrità Kyra: un impiego che sembra non rispecchiare la sua natura ma che, al contrario, rappresenta appieno la vacuità dei rapporti interpersonali che caratterizzano la sua vita e, in generale, l’era postmoderna. Scegliere vestiti e accessori per conto di qualcun altro, senza nemmeno poterli provare, priva Maureen di qualsiasi sentimento e automatizza ogni sua mossa: da una città all’altra, da un lato all’altro di un’anonima Parigi, da una stanza d’albergo a quella di un appartamento vuoto; senza indugiare in alcuno di esso, senza sperimentare mai qualcosa di reale.
Le sue relazioni con gli altri non sono mai autentiche, ma sempre mediate dalla tecnologia: conversa con il fidanzato su Skype, ottiene le informazioni sullo spiritismo tramite Google o Youtube, viene persino contattata da un ipotetico fantasma attraverso Whatsapp. Maureen è essenzialmente sola, in cerca di chiarimenti su uno schermo che però non le restituisce verità. Potremo solo supporre chi sia lo sconosciuto che la tempesta di messaggi e che sembra anticipare ogni suo movimento e desiderio: non importa che sia o meno un fantasma, poiché dialogare con qualcuno che è effettivamente invisibile ai nostri occhi equivale, di fatto, a disperdere i propri pensieri in una dimensione irreale. La protagonista vuole che sia un fantasma, un’entità superiore che le dia il permesso di fare ciò che è proibito e che, altrimenti, non farebbe mai; come indossare i vestiti sexy di Kyra. È la stessa idea di fantasma a stimolarla, quasi come dietro la morte si nascondesse quell’inattesa vitalità che ha abbandonato ogni cosa terrestre e corporea. Quella parte della stessa Maureen divenuta intangibile dopo la morte del suo gemello.
L’elaborazione del lutto, la ricerca di se stessa, il desiderio del proibito: i tormenti di Maureen non vengono mai approfonditi ma appena sfiorati, non perché si tratti di un’opera inconsistente ma perché il suo scopo è quello di riconsegnare quella stessa astrattezza che contraddistingue la vita della sua protagonista. Non è un caso che si faccia ampio cenno a Hilma af Klint, pittrice svedese operativa nei primi anni del Novecento e pioniera dell’astrattismo. Allo stesso modo, il regista ne usufruisce per raffigurare una realtà sempre più impersonale, abitata da fantasmi incapaci di instaurare relazioni genuine e di appassionarsi ancora, sempre più vicini eppure così distanti.
Partendo dall’elemento gotico e passando per l’atmosfera thrilling, Assayas confeziona una pellicola che si sgancia da entrambi i generi e rimane inafferrabile. Risulta impossibile prevedere le direzioni che verranno intraprese, così come chiarire con certezza dove finisca l’elemento soprannaturale e subentri quello psicologico. L’ultima scena potrebbe suggerirci l’interpretazione più avvalorata, ma la stessa andrebbe inevitabilmente a cozzare con quanto accaduto in precedenza. Come sempre, in questi casi, non è fondamentale la risoluzione dell’enigma quanto la potenza con cui quest’ultimo riesce a veicolare dei messaggi. L’incorporeità di Personal Shopper è da un lato lo specchio dell’interiorità della sua protagonista, dall’altro una riflessione sugli attuali strumenti di comunicazione e su quanto la velocità di questi ultimi sia inversamente proporzionale alla concretezza delle “connessioni” effettuate.

Nadia Pannone
Basta poco a renderla felice: un buon film, un po' di musica anni Ottanta, una libreria, qualche conversazione stimolante, un lago, delle luci al neon, una piazza deserta e assolata, delle foto vintage, una coperta e un buon caffè.