ArtePrimo PianoI Cosmati, indiscussi maestri del marmo

Anna D’Agostino Anna D’Agostino18 Luglio 2020
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Tra XII e XIII secolo vi erano a Roma e nel Lazio alcune botteghe di marmorari romani specializzate nella realizzazione e decorazione di pavimenti, chiostri, porticati e – più in generale – nell’arredo liturgico delle chiese: cattedre episcopali, amboni, pulpiti, candelabri pasquali e scholae cantorum. Questi artigiani sono conosciuti con il nome di Cosmati, appellativo dato verso la fine dell’Ottocento in base all’errata convinzione che si trattasse di un’unica famiglia, il cui capostipite era tale Cosma o Cosmatus. Questo errore ha indotto la sostanziale omogeneità della produzione, spiegata come frutto di una stessa cerchia artistica. In realtà, le botteghe dei marmorari romani erano molteplici e attive contemporaneamente in tutto il Patrimonium Sancti Petri. Sono stati individuati dagli studiosi una sessantina di nomi di artisti e si conoscono in linea generale le più importanti famiglie dedite a questa professione, tra i quali quella dei Vassalletto e, appunto, quella dei Cosmati.

L’opera delle botteghe dei marmorari riguardava lavori prevalentemente di carattere scultoreo, decorativo e architettonico; spesso tali arti erano fuse insieme. L’elemento comune consisteva nel recuperare l’antica tecnica artistica romana dell’opus sectile, di cui si sentivano orgogliosamente i depositari, firmandosi magistri doctissimi romani. Questo richiamo all’antico era dovuto innanzitutto alla materia prima che essi adoperavano: il marmo, ricavato in particolare dai monumenti antichi (lastre tombali, colonne, frammenti di architrave). Le cosiddette opere cosmatesche furono associate a una vera e propria connotazione stilistica, rappresentata prevalentemente dalla geometrizzazione dei motivi decorativi generati dal contrasto fra ampie zone neutre in marmo bianco e più fitti motivi policromi in mosaico o nel già citato opus sectile.

Roma, S. Maria in Cosmedin, III secolo, pavimento cosmatesco, particolare con rota in porfido rosso d’Egitto, fasce in pavonazzetto e mosaici in serpentino e giallo antico

Un evento in particolare fu significativo per la decorazione interna delle chiese: si tratta della riforma liturgica con la quale Papa Urbano II (1088-1099) introdusse nel 1095 il canto corale obbligatorio per tutto il clero di Roma. Ciò favorì la costruzione di cori, delimitati da plutei marmorei, che in seguito furono smantellati quasi ovunque, quando – nel 1575 – Papa Gregorio XIII (1542-1585) ne ordinò la soppressione. Stiamo parlando della schola cantorum, uno delle strutture scultoree decorative più ricorrenti: si trattava dello spazio riservato ai cantori, vicino il presbiterio. Un esempio è nella chiesa di S. Saba a Roma, una struttura costituita da plutei ornati con inserti in porfido e serpentino, inquadrati da cornici scolpite e mosaicate e da colonnine tortili fiancheggianti un’apertura architravata; essa è attualmente addossata alla parete destra della chiesa.

Resti dell’antico recinto presbiteriale di S. Saba

Inoltre, ancora oggi si possono ammirare nella chiesa di S. Lorenzo fuori le mura due amboni: più semplice quello di sinistra, utilizzato per la lettura dell’Epistola, e più complesso quello di destra, con doppia rampa e corpo aggettante, usato per la lettura del Vangelo.

Roma, S. Lorenzo fuori le mura, XIII secolo, ambone (per la lettura del Vangelo) in opera cosmatesca con grandi rotae in serpentino e specchiature in porfido rosso d’Egitto; sullo zoccolo toro in pavonazzetto

Un altro elemento di arredo liturgico che dovette assumere particolare rilevanza è la cattedra episcopale, destinata alla persona del Papa e dunque connessa ad alcuni significati simbolici che rimandavano alla sua politica teocratica. Ancora in S. Saba si ritrova un esempio, espressione della simbologia sopracitata: tale cattedra – sormontata da un disco marmoreo, evocante il nimbo e quindi la santità, con al suo interno una croce palmata, attributo cristologico – sottolinea l’origine divina del potere papale.

Cattedra episcopale di S. Saba

Non bisogna dimenticare l’elemento che forse più di tutti è conosciuto con l’appellativo “cosmatesco”: il pavimento. Articolato solitamente in cinque dischi, uno più grande al centro e quattro ai lati (composizione denominata “quincunx”), costituisce complessi ed eleganti tappeti musivi di grande suggestione. Inoltre, esso è usualmente impostato su uno schema assiale che costituisce un percorso longitudinale privilegiato, talvolta intersecato ortogonalmente da un asse secondario in forma di croce, all’origine del quale è la funzione liturgica di guida alle processioni papali nelle chiese stazionali: uno schema risultante dalla sequenza ordinata di dischi di marmi colorati fiancheggiati da partizioni rettangolari di disegno più minuto, che richiamano modelli romani classici, mai del tutto caduti in disuso nell’Alto Medioevo.

Roma, S. Croce in Gerusalemme, pavimento cosmatesco
Anna D’Agostino

Anna D’Agostino

Classe '93, laureata in Storia dell'Arte con una tesi in Museologia sull'arredamento dell'Ambasciata d'Italia a Varsavia dalla quale è scaturita una pubblicazione in italiano e polacco. Prosegue la ricerca inerente l'arredamento delle Ambasciate d'Italia nel mondo grazie a una collaborazione con la DGABAP del Mibact. É iscritta al Master biennale di II livello "Esperti nelle Attività di Valutazione e di Tutela del Patrimonio Culturale". Inoltre lavora per H501 srl.