CinemaPrimo Piano“Lei” di Spike Jonze e i sentimenti preconfezionati

Nadia Pannone Nadia Pannone4 Novembre 2019
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Realizzare un film in grado di esplorare le complesse relazioni sentimentali che si instaurano tra gli esseri umani è tutt’altro che un’impresa semplice: più ci si cimenta nella rappresentazione di un sentimento originario e universale, più il rischio di incappare in banalità e risvolti melodrammatici è alto. Ancora più arduo, in questo senso, andare a scrutare i legami che possono stabilirsi tra un essere umano e una macchina; non di certo un tema nuovo ma che, in ogni caso, ci tocca sempre più da vicino data la velocità impressionante con cui la tecnologia si trova a maneggiare in maniera sempre più complessa le nostre “connessioni”. Lo sa bene Spike Jonze che con Lei (Her, 2013) – il primo lavoro interamente suo, dopo le collaborazioni con Charlie Kaufman ha diviso l’opinione pubblica: da un lato premiato con un Oscar alla miglior sceneggiatura originale, dall’altro criticato proprio per la mancanza dell’anzidetta originalità e per la poca destrezza dimostrata nel gestire una pellicola di due ore, considerando il suo illustre passato come regista di videoclip. Tuttavia, non è solo nella novità che risiede il valore di un film. Su uno stesso argomento è possibile rintracciare migliaia di lavori di ogni tipo: è come quest’ultimo viene sviscerato e consegnato allo spettatore che conta. E Lei è un film che riesce a toccare delle corde molto intime, la cui eleganza e delicatezza difficilmente lasceranno indifferenti.

L’intera pellicola si regge sull’interpretazione di Joaquin Phoenix, diventato l’attore del momento in seguito alla sua interpretazione del Joker, ma che non è azzardato considerare come uno dei migliori interpreti della sua generazione sin dai primi anni del Duemila. Per l’intera durata del film, tranne che per brevi scambi con i suoi amici e colleghi (tra cui una spettinata e superba Amy Adams), vediamo Phoenix (nei panni di Theodore) parlare da solo. O meglio, un interlocutore c’è: la calda e sensuale voce di Samantha (Scarlett Johansson); ma è, appunto, solo una voce. La potenza dei dialoghi e l’intensità della relazione che si instaura tra loro è sorretta interamente dalla corporeità di Phoenix, sul cui viso si riflettono le gioie e i dolori di un rapporto singolare e complesso e, soprattutto, il tormento scaturito dalla sua incapacità di gestire reali relazioni umane: motivo della fine del suo matrimonio con Catherine (Rooney Mara) e della sua inabilità ad aprirsi con gli altri.

Theodore si muove in una città futuristica ma, se possibile, al contempo rétro. Invero, la realtà di Lei non è molto lontana dalla nostra, se non fosse per un uso ancora più massiccio di applicazioni e software ai quali vengono delegate anche le attività più insignificanti, come leggere un’email o selezionare una canzone in base al proprio stato d’animo. D’altronde, è esattamente il punto a cui stiamo pian piano arrivando. Il tocco vintage, comunque, è conferito dall’uso di una fotografia dai toni caldi che va a cozzare con l’associazione automatica che spesso facciamo tra le ambientazioni futuristiche e i colori freddi: una contraddizione probabilmente volta a conferire alla narrazione una sfumatura di atemporalità, che renda ancora più naturale l’identificazione con essa. È innegabile che Lei sia una pellicola ottimamente confezionata: dall’utilizzo dei colori pastello alle musiche degli Arcade Fire, ogni cosa sembra mirata a catturare l’attenzione dello spettatore. Un retaggio inevitabilmente ereditato dallo stile dei videoclip, la cui sfida sta proprio nel rendere i pochi minuti di una canzone quanto più possibile appetibili.

Eppure, non è solo il lato estetico a fare di Lei un film notevole. La parte davvero interessante risiede nell’evoluzione e nella successiva discesa di un rapporto tra due entità diverse. Theo è alla disperata ricerca di un qualcosa che colmi quell’assillante vuoto provocato dalla fine della relazione con la sua ex moglie. Ci prova passando il tempo libero a giocare a videogiochi altamente interattivi o su audio chat erotiche che offrono facili surrogati di veri rapporti sessuali, altrimenti troppo difficili da ottenere. Ma è solo nell’empatia umana che è possibile scorgere un rifugio sicuro e Theo lo trova in Samantha, un nuovo sistema operativo programmato a immagine e somiglianza dell’Uomo: intelligente, ironico, sensibile, persino angosciato dai propri conflitti interiori. Niente robot o bambole dalle sembianze umane, solo una voce e – proprio per questo – ancora più realismo: all’individuo sembrerà semplicemente di star intrattenendo una relazione a distanza con una persona reale. Il sentimento tra di loro nasce e si sviluppa in maniera molto spontanea; lo spettatore dimentica il carattere bizzarro del rapporto e crede al loro amore. D’altronde, in una società in cui la maggior parte della comunicazione è affidata proprio alle chat e i social rappresentano il mezzo più semplice per conoscere nuove persone, perché non potrebbe essere credibile un amore nato con qualcuno che non si è mai visto? Potrebbe, anzi, trattarsi anche di un sentimento più puro poiché basato esclusivamente sull’affinità mentale, tralasciando completamente quella fisica. Ma il punto è proprio lì: l’uomo è fatto anche di carne e sangue; ha bisogno di ossigeno. Un sistema operativo può solo simulare quegli stessi bisogni, modellarli in base a un’esperienza indiretta. Un’ovvietà inizialmente non considerata da Theo – così come non si dà peso ai difetti reciproci durante la prima fase di una relazione – ma che piomberà drammaticamente su di lui non appena si renderà conto che quello con Samantha non è un rapporto esclusivo ma che coinvolge, addirittura, altre centinaia di persone. Un concetto “malato” dal punto di vista di un essere umano, ma assolutamente naturale per un sistema operativo.

Mentre soffriamo per la crisi della loro storia d’amore, però, viene da chiedersi se Theo stia davvero cercando in Samantha una compagna di vita o piuttosto una voce accomodante, che lo lusinghi e lo assecondi. Durante l’incontro con l’ex moglie, capiamo che il problema che ha distrutto la relazione era stato l’incapacità di Theo di fronteggiare le inevitabili difficoltà che sorgono durante un rapporto, soprattutto nel caso in cui le persone coinvolte crescano insieme e, inevitabilmente, si evolvano. Del resto Theo, per lavoro, scrive lettere per conto di terzi: impossibilitato a gestire la propria vita, cerca di farlo con quella degli altri. Il giusto distacco permette il compimento della scelta migliore e la selezione delle parole più adeguate. In virtù di questo suo blocco, Theo individua in Samantha quello che non è riuscito a ottenere da Catherine, né da nessuna donna reale: un prolungamento di se stesso. Con Samantha, inizialmente, tutto sembra essere perfetto proprio perché i suoi pensieri e le sue sensazioni sono modellati su quelli di Theo; Sam rappresenta un nuovo punto di vista che però non va a confrontarsi con il suo, ma a rafforzarlo, conferendogli nuova linfa ed entusiasmo per la vita. Ma proprio quando Samantha – evolvendosi come sistema operativo – comincerà a provare nuove sensazioni e ad avere altre esigenze, Theo sprofonderà di nuovo in quel guscio di solitudine in cui si era rinchiuso.

Allora, neanche la tecnologia sarà in grado di soddisfare l’Uomo, di annullare le sue insicurezze e di riempire quella sorta di vuoto esistenziale che – in quanto essere umano – accompagna il proprio arco vitale. La cosa più saggia da fare, dunque, sarà accettare che quel vuoto dovrà necessariamente rimanere tale e – nel frattempo – deliziarsi con le cose più semplici: come osservare un paesaggio insieme all’amica di sempre.

Nadia Pannone

Nadia Pannone

Basta poco a renderla felice: un buon film, un po' di musica anni Ottanta, una libreria, qualche conversazione stimolante, un lago, delle luci al neon, una piazza deserta e assolata, delle foto vintage, una coperta e un buon caffè.