LetteraturaPrimo PianoGustave Flaubert e quel suo conflittuale legame con Emma Bovary

Adele Porzia25 Novembre 2021
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Sarebbe interessante analizzare come un autore si rapporti al suo personaggio, quali dinamiche portino alla creazione di determinati aspetti del protagonista, quanto ci sia dell’animo dello scrittore, del suo carattere, dei suoi sogni, all’interno della sua creazione. Quanto controllo abbia a conti fatti sulla sua stessa creatura. Potremmo affermare che un buon scrittore è proprio colui che riesce a dare vita propria ad un personaggio. È in grado di idearlo talmente bene che ad un tratto smette di controllarlo e questi vive e agisce, come se si fosse creato da solo. Sfugge del tutto alla volontà di chi l’ha messo al mondo.

Un esempio che si può fare in questo caso è Pinocchio. Questo burattino viene intagliato da Geppetto, che diviene a quel punto suo creatore, suo padre. Ma Pinocchio non è mai docile nei confronti del suo padrone, non è mai dipendente dalle volontà dell’anziano falegname e diviene metafora perfetta, esempio perfetto, di come dovrebbe essere un personaggio. Talmente realistico e reale che neppure il suo stesso demiurgo riesce ad averne la meglio. Il personaggio agisce per propria volontà e lo scrittore è bello che dimenticato. Anche se, volendo, può anche vendicarsi della sua creatura prediletta, che è un po’ quello che avviene con la celeberrima protagonista del romanzo Madame Bovary.

Ed è interessantissimo notare cosa accada mai a quel Gustave Flaubert nell’atto della creazione di Emma: che le sia odiosa è palese sin dalle prime pagine, perché il nostro scrittore francese non apre il libro parlando di questa bellissima e tormentata donna, ma del suo futuro marito, da cui prenderà il cognome Bovary. Charles è probabilmente il solo personaggio che Flaubert mostri di sopportare nel corso del suo romanzo d’esordio. Nonostante sia un uomo parecchio sciocco, senza grande velleità o ambizioni, Charles è una persona genuina. È una persona onesta e, soprattutto, realmente innamorata di Emma. Stravede per sua moglie, al punto che quando nel finale scoprirà che la donna l’abbia tradito, non cessa di amarla, ma si reca dal suo amante Rodolphe per perdonarlo. Il suo gesto di bontà non viene capito, non viene intuita la grandezza d’animo di questo personaggio, viene considerato sintomatico di una mente stupida, nulla di più.

Charles sembra che lo capisca e lo stimi soltanto il suo scrittore, che si dilungherà in tutto il primo proprio su quest’uomo imbranato, su come sia diventato medico di campagna e su come abbia conosciuto sua moglie. Di nessun personaggio del romanzo avremo questa anamnesi così dettagliata, che è in linea con il desiderio di Flaubert di farci provare un po’ di compassione, di empatia e di benevolenza nei confronti di Charles. Di Emma, che dovrebbe essere la protagonista, abbiamo poche informazioni, per esempio sulla vita in collegio, sulla morte della madre. E non fatichiamo a riconoscere un certo malcelato disprezzo dell’autore nei confronti del suo personaggio, che ci fa da subito intuire la natura indifferente e superficiale di Emma, proprio in relazione alla morte della madre: «Quando morì sua madre ella pianse molto, i primi giorni».

Attraverso il sarcasmo, Flaubert tenta quasi di dissuadere il lettore dal non cadere vittima del fascino della signora Bovary. Lo spinge quasi a concentrarsi su Charles, a non perderlo di vista, e ad osservare quanto accadrà tenendo sempre in conto l’animo incompreso del marito. Questa operazione, però, fallisce, perché è Emma che prende la scena. E non la collochiamo in una dimensione temporale, ma simbolica, metaforica. La associamo sin da subito alla lettura stessa, tanto che il bovarismo è un tentativo di uscire a tutti i costi dalla realtà, di raggiungere un ideale, sacrificando ogni aspetto del reale pur di riuscirci. Quando Emma tradisce il marito, non è innamorata del suo amante. Non ama nessuno dei suoi amanti, in realtà non ama nessuno. Tenta a tutti i costi di entrare in quel mondo presente solamente nei romanzi sentimentali che legge.

Flaubert ce l’ha con questo tipo di donna contemporaneo. E probabilmente il nostro scrittore ha conosciuto una certa Madame Bovary, tanto che ha scambiato numerose lettere con una certa donna che, non casualmente, ha abbandonato dopo la pubblicazione del romanzo. Infatti, Gustave usciva con Luis Colet, una donna che lo amava tremendamente e aveva una figlia, proprio come Emma. Questa bambina la trascinava ad ogni appuntamento con lo scrittore e questo innervosiva non poco l’uomo, perché riteneva che una bambina non dovesse assistere a simili smancerie. La donna era, inoltre, scrittrice proprio di romanzi simili a quelli che Emma leggeva. Perciò di certo la Bovary deriva da questa donna, ma in sé risiede anche quel desiderio di Flaubert di evasione dalla realtà, di fuga dal presente, che lui imputava al suo personaggio. Quella frase famosissima che recita «Madame Bovary c’est moi!» è di certo un’allusione alla natura dello scrittore.

Eppure, perché Flaubert detesta tanto il suo personaggio? Perché non è mai autentica. Perfino per morire usa l’arsenico, un rimedio letterario, ma proprio quando è convalescente, il suo creatore si vendica del suo personaggio. La lascia morire e poi la fa resuscitare, la fa vomitare sul suo vestito da sposa, le rende impossibile questa morte, impedendole il sogno di una morte romantica. Charles è così dissimile. Non finge, ama seriamente la moglie. Non smetterà un attimo. Emma, invece, finge, recita sempre una parte. Si cala al punto nel suo sogno, che quando tradirà per la prima volta Charles, si guarderà allo specchio e proferirà felicemente: «Io sono un’adultera». Oppure, come si legge più avanti, «era innamorata di Léon e cercava la solitudine per meglio godere della sua immagine. La vista della sua persona turbava la voluttà di questa meditazione». Questi passi sono la prova di questo bovarismo, di questo scarto tra sogno e realtà, tra il puro desiderio e la vita concreta. E nel tentativo di inseguire questo sogno, per Emma, non ci sarà mai spazio per la felicità.

Adele Porzia

Nata in provincia di Bari, in quel del ’94, si è laureata in Filologia Classica e ha proseguito i suoi studi in Scienze dello Spettacolo. Giornalista pubblicista, ha una smodata passione per tutto quello che riguarda letteratura, teatro e cinema, tanto che non cessa mai di studiarli e approfondirli.