CinemaPrimo Piano“Ombre rosse” e le origini del mito di John Wayne

Alessandro Amato Alessandro Amato10 Aprile 2020
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Il segreto del fu Marion Robert Morrison, nato in Iowa nel 1907, sta tutto qui: nella capacità straordinaria che la sua immagine aveva di rappresentare il granitico senso di giustizia tipicamente americano. I suoi eroi della frontiera (che non è stata solo quella del vecchio West) rispondevano a leggi che andavano oltre le regole della società moderna e anzi le precedevano, connesse com’erano all’arcaicità dell'”occhio per occhio” biblico: un uomo che ammazza l’amico o il parente di un altro dovrà aspettarsi solo di ricevere la stessa moneta. A partire dagli anni Trenta e nel giro di poco tempo, John Wayne riuscì a ottenere che il suo volto e la sua camminata entrassero nell’immaginario collettivo degli spettatori occidentali e che vi rimanessero per i decenni successivi alla sua scomparsa, avvenuta nel 1979. Quarant’anni di carriera attraverso i quali ha costruito un personaggio perfettamente coerente con le sue attività fuori dal set, quali la direzione della Società cinematografica per la salvaguardia degli ideali americani (un’associazione il cui programma era quello di denunciare e allontanare i simpatizzanti comunisti dall’industria cinematografica), il patriottismo di quasi tutti i film interpretati e soprattutto di quelli prodotti e diretti, il voto Repubblicano nonché il convinto sostegno alla guerra in Vietnam. Questo e molto altro era John Wayne. Ma come si è arrivati al mito che conosciamo oggi?

Non molti sanno che prima dell’ormai classico Ombre rosse (1939) di John Ford, film che accademia e cinefili ricordano come il battesimo di un divo, c’era stata per lui una sorta di falsa partenza nella pellicola Il grande sentiero (1930) di Raoul Walsh. L’attore, allora ventitreenne, era entrato alla Fox Film Corporation grazie al leggendario Tom Mix, a cui in cambio dava assistenza sul set in qualità di allenatore e a cui forniva biglietti per le partite di football, e aveva già interpretato diversi ruoli secondari senza troppa fortuna. Improvvisamente, viene scelto come protagonista di un’epopea sui coloni del West e si ritrova a impersonare lo scout che deve guidare una carovana per centinaia di miglia, dalle rive del Mississippi alle montagne dell’Oregon, lungo un percorso irto di pericoli. Un personaggio duro ma dall’anima semplice, una storia d’amore, una vendetta. Gli ingredienti per sfondare nello star system ci sono tutti. Purtroppo i produttori scelgono un formato di pellicola costoso e inaffidabile che impedisce al film di avere la giusta diffusione nelle sale e così gli assicurano un insuccesso commerciale enorme, causando indirettamente anche l’oblio dell’attore. Ci vogliono ben 8 anni prima che il regista John Ford si decida a cercare l’ormai trentenne John Wayne e ad affidargli il ruolo per il quale era nato, ovvero Harry detto Ringo, il bandito dal cuore d’oro. Come il Breck Coleman de Il grande sentiero, anche Ringo è un solitario, come Breck anche Ringo è alla ricerca degli infami che gli hanno ucciso un amico (nel secondo caso, persino un fratello), anche Ringo si innamora istantaneamente di una ragazza bella e sfortunata. La differenza sostanziale sta nella modalità con cui viene costruita l’entrata in scena del personaggio nella pellicola.

Breck compare dal nulla, ma si unisce fin da subito alla carovana dei coloni e viene presentato con una battuta di stampo teatrale («Mi venisse un colpo se quello non è Breck Coleman!»), quando però lo spettatore è già in grado di vederlo. Insomma, messa in quadro e messa in scena coincidono perfettamente. Per Ringo il discorso è molto diverso. All’inizio del film ci troviamo ancora nella cittadina di partenza della diligenza e lo sceriffo annuncia al conduttore che dovrà dare la caccia al giovane fuggito di galera. Ecco che prima ancora di poterlo guardare, sappiamo che John Wayne entrerà in scena. Si crea un’attesa non dissimile da quella che verrà creata per Humphrey Bogart/Rick in Casablanca (1942), un meccanismo di anticipazione della messa in mostra tipica del sistema hollywoodiano, che permette allo spettatore di identificare col volto dell’attore quello dell’eroe poiché esso giunge in prossimità di una situazione di pericolo e si offre tacitamente di risolverla. Ringo sembra apparire davanti alla diligenza in corsa come un’entità divina, una rivelazione, e come tale viene messo in quadro attraverso un rapido carrello in avanti sul suo volto che sostituisce il più ordinario attacco sull’asse che di solito collega il campo medio del busto al primo piano senza troppo disturbo. Qui l’attenzione dello spettatore viene richiamata a gran voce proprio per far risaltare Wayne fra gli altri personaggi e in mezzo alle lande della circostante prateria. In breve, è come se impersonificasse la speranza di chi guarda per la buona riuscita del viaggio e, nel momento in cui sale sulla diligenza, prendesse in mano lui stesso le redini. In seguito, lungo tutta la carriera, i personaggi del mitico Wayne verranno presentati in modo sempre più privilegiato, dall’interminabile camminata verso la cinepresa di Hondo (1953) allo zoom in avanti sull’eroe a cavallo per Chisum (1970), non a caso film intitolati proprio con il nome del protagonista.

Alessandro Amato

Alessandro Amato

Nato a Milano, conclude gli studi a Torino, dove continua a lavorare nell'ambito critico e festivaliero. Collabora con "A.I.A.C.E." e il magazine "Sentieri Selvaggi". Dirige rassegne di cortometraggi e cura eventi per la valorizzazione del cinema italiano. Quando capita è anche autore di sceneggiature per la casa di produzione indipendente "Ordinary Frames", di cui è co-fondatore.